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CRONACA

Addio a Liuba vedova di Elio Tiriolo. Il ricordo di Franco Cimino

'Donna straordinaria, mamma esemplare, moglie perfetta dell'uomo politico scomparso prematuramente nel 1982'

Addio-a-Liuba-vedova-di-Elio-Tiriolo-Il-ricordo-di-Franco-Cimino
Lunedì 19 Agosto 2019 - 19:15

di Franco Cimino

Chi conosce Alberto conosce anche Renata e viceversa. Tra loro due c’è una fratellanza vera, bella. Anche se per lungo tempo in luoghi distanti, dove c’era uno c’era l’altra. Chi li conosce sa anche che sono i figli amatissimi del senatore Elio Tiriolo, morto improvvisamente a Roma, il 13 ottobre del 1982, alla giovane età di 55 anni. Ma chi era Elio Tiriolo? Chi ha l’età di Renata e Alberto, o da quelle a salire, ricorda in Tiriolo una personalità politica di alto spessore. Da sempre democristiano, pur provenendo da uno dei più piccoli e poveri paesi dell’entroterra catanzarese, egli ha fatto da acceso militante, negli anni più difficili ed esaltanti della politica, la più umile e coraggiosa gavetta. Di passo in passo, di battaglia in battaglia, ha ricoperto i ruoli più importanti, dentro il partito e nelle istituzioni. È stato giovane segretario provinciale, membro del Consiglio e della Direzione nazionale, a lungo presidente della Camera di Commercio, che, nelle sue mani, da semplice organizzazione a tutela del commercio, divenne una delle più forti realtà economico-politica della provincia se non dell’intera regione. Intelligente come pochi, traeva da quel suo amore per Catanzaro nella Calabria, idee geniali e innovative. Con il giudice Blasco, Pujia e pochi altri, ha inventato la libera Università di Catanzaro, dalla quale è nato l’ateneo Magna Græcia, che tutte le regioni ci invidiano. Con Cesare Mulè, Fagà, Pujia e pochi altri, ha “ creato” , in quel territorio della Piana, l’aeroporto per la Calabria. Credeva nei giovani e nei processi di rinnovamento.

Dalla sua scuola, che per modestia non volle fosse mai cattedra della politica, crebbe buona classe dirigente, una parte passata in vita ad altre correnti, l’altra affermatasi ulteriormente dopo la sua dipartita. Non era un retore, o un oratore classico, ma sapeva parlare, con uno stile tutto suo, e con una forte capacità persuasiva. Lo aiutava molto in questo, l’istinto di animale politico autentico e quel fascino di persona molto bella ed elegante. Alto, elegante nei modi e nell’abito, capelli folti e bianchi, corpo possente e voluminoso, camminata particolare, lo riconoscevi tra la folla a un chilometro di distanza. Viso a viso o in piccole adunanze, nel suo studio, nelle piccole sezioni o in un salotto, il suo fascino si concentrava in quel sorriso smagliante e in quegli occhi grandi, pieni di forza attrattiva e di curiosità ricercatrice. All’interno della Democrazia Cristiana, la sua corrente, aveva una forza considerevole, che lui non volle mai espandere oltre misura e il limite che s’era imposto. Innanzitutto, per non andare in guerra contro lo stravincente Carmelo Puija, uomo dalla forza, anche personale incontenibile. E, poi, per non “adescare” nuove persone e nuovi consensi con quella pratica delle facili promesse a cui sapeva di non poter far fronte. Amici abbastanza, ma buoni. E buoni amici, leali e fedeli nella lealtà, la sua di leader. Per questo il successo gli venne, dopo immani fatiche e sacrifici, possibile anche su scala nazionale. Eletto senatore della Repubblica per tre volte consecutive, ricoprì anche la carica di sottosegretario al potente ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni. Presto, di certo, sarebbe diventato ministro, se quel violentissimo mal di testa non l’avesse abbattuto proprio sul posto di “ combattimento” governativo.

Ma non era di lui che oggi avrei voluto parlare, facendolo sicuramente in forma assai più ampia. E non era per dire di Alberto e Renata, che ancora piangono il padre adorato come il primo giorno. Voglio dire di Liuba, la gentile, elegante, fine,forte, coraggiosa, generosa e bella signora, che è stata moglie perfetta di Elio e madre esemplare dei due sempiterni ragazzi, loro figli. Nessuno dei tre, nella fatica, nel successo, nella sconfitta, nella gioia e nel dolore, sarebbe mai diventato quel che è diventato, se non avesse avuto accanto una donna straordinaria come Liuba. Una donna che ha fatto dell’amore per il suo uomo la sua forza, per quello verso la famiglia la sua missione. E per il servizio totale ai nipoti, la sua vita. Vita di gioia, nonostante quel vuoto grande rimastole in petto dopo quella tragica mattina di ottobre del 1982.

Donna semplice e umile, forte e fiera, d’animo antico calabrese, non amava la ribalta e, diversamente da altre nella stessa posizione sociale, non si vantava né del marito potente, né del potere di riflesso che le veniva. Se avesse potuto decidere, avrebbe deciso per il marito una strada diversa che la politica, per impiegare i talenti che in lui riconosceva e stimava. Avrebbe scelto più spazi per la famiglia. La nobile signora faceva del bene, di certo, ai tanti che ne avevano bisogno. Ma in silenzio, senza clamori. Donna equilibrata e onesta, sapeva dispensare consigli e carezze. Questa donna di straordinaria bellezza, se n’è andata ieri. In silenzio. Per non fare rumore.



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