Spostamento consiglio regionale a Reggio 50 anni dopo. Calabria sconta la pena delle sue lotte campanilistiche

L'opinione di Stefania Valente già assessore comune Catanzaro

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Il 1970 condusse l’Italia verso un importante appuntamento istituzionale: la nascita delle Regioni. Create in sede costituente nel 1947, nella formulazione delle disposizioni normative prevalse la visione regionalistica di Don Luigi Sturzo, rielaborata da Alcide De Gasperi prevedendo una maggiore apertura al regionalismo, non soltanto come strumento di risoluzione della questione meridionale (successivamente scomparsa dall’agenda politica) ma come struttura portante del nuovo ordinamento costituzionale, da costruire all’indomani della liberazione. Per giuristi di spessore della D. C. come Mortati ed Ambrosini non si trattava tanto di distribuire funzioni tra Governo centrale e future Regioni, realizzando un mero decentramento burocratico, quanto dare a queste istituzioni un potere proprio di indirizzo ovvero riconoscere ad esse una vera e propria autonomia, quella autonomia che nel pensiero di Aldo Moro costituiva un nuovo modo di essere dello Stato democratico, articolazione di una corretta dialettica sociale ed istituzionale. Tuttavia, la scelta, della D.C. di rinviare a tempi migliori la realizzazione dell’ordinamento regionale dipese, secondo l’interpretazione offertaci da statisti del tempo, dalla motivazione unicamente politica basata sul timore che con l’attuazione del decentramento politico ed amministrativo, il partito comunista potesse mettere le mani sul governo dell’Italia centrale, avendo già conquistato importanti regioni centro-settentrionali quali l’Emilia Romagna, la Toscana e l’Umbria.

In Calabria, però, la nascita dell’Ente Regione, provocò un’accesa disputa sulla scelta del capoluogo. Era il 13 luglio del 1970 quando nella sala della Provincia di Catanzaro si riuniva il primo Consiglio Regionale. Il tentativo del Commissario di Governo, il dott. Mario Gaia, di dare alla scelta di Catanzaro una motivazione istituzionale (Catanzaro è sede di Corte D’Appello, magistratura che ha proceduto alla dichiarazione degli eletti), non bastò a tenere fuori dall’aula i problemi che la designazione del capoluogo stava comportando. La notizia giunse ai reggini dalle colonne della Gazzetta del Sud che, sotto il titolo “Amarezza per la scelta di Catanzaro” annotava: “I giochi sono ormai fatti e sul piano ufficiale”. La rivolta a Reggio mosse così i suoi primi passi e dietro lo slogan “boia chi molla” la partecipazione ai moti fu corale. Nonostante il Governo, attraverso il suo Presidente Emilio Colombo, intendesse avocare a sé la scelta del capoluogo, con il forte dissenso dei nostri due Presidenti, Mario Casalinuovo ed Antonio Guarascio – per i quali se accettabile poteva essere la mediazione politica, non altrettanto risultava quella legislativa – la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati dichiarò la competenza del Consiglio Regionale e tale decisione trovò un inconsueto padrino in Enrico Berlinguer per il quale la Commissione aveva opportunamente stigmatizzato gli attacchi alle istituzioni democratiche e risposto alle provocazioni fasciste, invitando il Governo e la D.C. ad abbandonare ogni ambiguità. Prevalse, nella decisione del Consiglio Regionale, dopo accesi dibattiti, sia tra maggioranza ed opposizione (il P.C.I., il P.L.I. ed il M.S.I. erano contrari ai patteggiamenti verticistici stipulati a Roma), sia all’interno della stessa maggioranza – che incuriosirono anche il prestigioso quotidiano inglese “The Times”, tanto da dedicare all’intera vicenda addirittura l’editoriale dell’edizione del 17 febbraio 1971 – il “compromesso Colombiano”. Si arrivò così, ad una salomonica decisione che, non potendo contare, come nell’episodio biblico, sull’amore incondizionato di una madre vera (una politica sensibile) verso il proprio figlio (la terra di Calabria), condusse verso l’assurda destinazione dell’Assemblea Regionale in luogo diverso dal capoluogo, benché la mediazione socialista consentì di inserire nell’art. 2 dello statuto la formula modificata, legata alla “convocazione del Consiglio Regionale anche nelle altre due città capoluoghi di provincia”.

Probabilmente la Calabria deve ancora scontare la pena per il peccato originale rappresentato da questo passato di lotte campanilistiche e municipalizzate, di divisioni ed incomprensioni che ne hanno costantemente rallentato, fino ad annullarlo, il processo di sviluppo, se a distanza di ben cinquant’anni dalle parole pronunciate dal Presidente Mario Casalinuovo nella prima seduta del Consiglio regionale, del 30 luglio 1970 – con le quali auspicava l’acquisizione di una profonda coscienza regionale e la realizzazione di un’amministrazione regionale che quale “casa di vetro” fosse pienamente aderente agli interessi degli amministrati e al riparo da qualsiasi pericolo di corruzione – la politica calabrese ha collezionato una serie di sconfitte sia sul piano di una seria programmazione economica, sia su quello più grave dell’etica e della moralità.

Sebbene la politica di un tempo dovette fare i conti con la mancanza di esperienza regionale, con l’aggravarsi della crisi socio economica e l’ancoraggio a schemi baronali logorati, pur tuttavia, poté contare sulla solida formazione culturale dei suoi esponenti, sull’esistenza di partiti che disponevano di capitale umano altamente competitivo poiché “selezionavano ed allenavano i militanti” secondo un percorso rigoroso, che li dotava delle competenze necessarie per affrontare le sfide; oggi, invece, assistiamo tristemente alla nascita di politici dell’ultima ora, “avventurieri all’assalto della diligenza” (per citare parole di giolittiana memoria) quelli che senza una consolidata militanza politica e privi di solida formazione culturale, al grido “salviamo la Patria”, si impegnano in complicate tessiture di “pubbliche relazioni” per assicurarsi l’acquisizione di un solido consenso elettorale. Fanno da cornice a questo quadro, probabilmente dipinto da uno dei più brillanti esponenti del “pessimismo realistico italiano” folkloristici episodi di protagonismo personale e violazioni gravi dell’impegno morale assunto dagli eletti con gli elettori non solo nel momento in cui ci si affranca dal mandato conferito senza trasparenti ed oggettive motivazioni politiche, ma, ancor di più, quando, in maniera alquanto disinvolta si procede al “cambio di posizione politica” per interessi esclusivamente personali.

In Calabria, terra intrisa di povertà culturale e morale della sua classe dirigente, su questa atavica povertà il sistema mafioso ha costruito la sua ricchezza. Povertà e ricchezza si configurano quali espressioni di un medesimo viso, quello appesantito dalla corruzione scaturente dal voto di scambio che ha condotto la Regione verso derive clientelari ed affaristiche.

Anche il nuovo si presenta già tristemente stanco. I giovani impettiti baroncini del potere, giovani solo all’anagrafe ma “gerontofili” nel riprodurre il medesimo vecchio sistema corruttivo, esperti conoscitori delle funzioni schumpeteriane dei partiti, dimenticando quelle più nobili di derivazione kelseniane, hanno trasformato queste importanti formazioni sociali in agenzie elettorali, poderosamente permeabili a forti interessi privati, soprattutto imprenditoriali, sancendo un indecoroso passaggio “dal politico di professione al politico di carriera”. Alla corruzione e alla disonestà dei politici, alle quali, più recentemente, fa da sfondo la deplorevole vicenda dei vitalizi, si accompagna un giudizio di inutilità nei confronti del ceto politico stesso e, del resto, l’allarmante livello di astensionismo dell’ultima tornata elettorale è il segnale della distanza tra i cittadini e la classe politica, verso la quale cresce sempre di più un sentimento di ostilità. Se si continuerà a concepire lo svolgimento della funzione pubblica non come un’assunzione di responsabilità da esercitare con serietà, sobrietà e competenza, bensì come rendita personale, sempre di più si avvertirà l’assenza di un “luogo buono” (eu-topia) verso il quale incamminarsi. Tuttavia, il richiamo ai valori ai quali partiti e politici devono ritornare, sarebbe insufficiente se mancasse, secondo l’insegnamento aristotelico, una maggiore attenzione alla vita sociale da parte dei cittadini: “Uno Stato sarà virtuoso nella misura in cui lo saranno i suoi cittadini”. E questi sono chiamati ad esprimere scelte elettorali “non di comodo” ma responsabili. E se per Platone solo l’uomo giusto può essere felice, allora è giunto il momento che ci si adoperi tutti affinché la Politica diventi, finalmente, lo strumento privilegiato per raggiungere la Felicità.

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