Quantcast

Il Pd rinasce per una nuova Catanzaro

Il dibattito ieri sera a Giovino. Oddati: Callipo una scelta subita. Cuda: la segreteria provinciale è una mia prerogativa. Passafaro, portavoce dei circoli, illustra la piattaforma programmatica fondata sugli indicatori di benessere

Se fosse Bennato, il Pd a Catanzaro sarebbe un malato molto grave. Ieri a Giovino, sotto il Kiosko, c’erano dotti medici e sapienti intorno al suo capezzale, anzi, qualcuno, nelle sedute di retrovia ha pure detto che il malato è quasi morto. Quasi. Più realisticamente, mantenuto in una sorta di coma artificiale da un gruppo benemerito di militanti, sostanzialmente i segretari cittadini che non demordono, anzi, prendono al volo occasioni come questa offerta dal coordinamento dei circoli per alleviare la prognosi, ricercare terapie d’urto, intravedere la luce in fondo al tunnel. Esagerato parlare del Pd cittadino in questi termini, considerando che si tratta pur sempre dell’espressione locale dell’imprescindibile partito di governo? E come definire altrimenti lo stato di salute di un partito che in Consiglio comunale non esprime più nemmeno un consigliere, la cui voce annaspa tra l’impotenza e l’indifferenza, che semmai, talvolta ritorna in superficie per dare un po’ d’aria ai polmoni, pena l’inabissamento definitivo? Certo. Finché c’è vita, c’è speranza. Affidata, per esempio, alla lucida iniziativa di giovani come Salvatore Passafaro, portavoce del coordinamento dei circoli cittadini, carica che da sola, letta nella sua lunga definizione, la dice lunga della farraginosità dei procedimenti interni di rappresentanza e partecipazione.

“Un nuovo Pd per una nuova Catanzaro”, era il titolo proposto allo svolgimento dei partecipanti. Una delle intervenute, la presidente del circolo di Catanzaro centro, Maria Teresa D’Agostino, ha involontariamente invertito i termini, “Una nuova Catanzaro per un nuovo Pd”, e se l’è cavata asserendo che in fondo è lo stesso. Il lapsus, tardo pomeridiano più che tardo freudiano, in effetti ha un germe di verità. Perlomeno fino a quando il Pd si limiterà a subire gli eventi, fino a quando il Pd non riuscirà a dettare l’agenda. C’è qualche speranza, in tal senso, di cui diremo tra poco. Non da ricercare in un risvolto buttato lì, forse inconsciamente, da Nicola Oddati, coordinatore politico della segreteria nazionale, in collegamento da remoto, tessitore delle ultime ingarbugliate trame elettorali regionali, quando ha ammesso che la candidatura di Pippo Callipo – “le sue dimissioni sono state dure da digerire” – è stata subita dal partito, cosa che non dovrà più accadere, ha ammonito. Subita? Come? Non era stata una scelta costruita volontariamente, caparbiamente, ingegnosamente, dall’ineffabile trio Zingaretti-Graziano-Oddati? Altro intervento da remoto quello dell’ex ministro del lavoro Cesare Damiano che ha raccomandato una cosa sola, importante, vitale: parlare con la gente. Aprirsi al mondo, che poi sono i quartieri, le scuole, le università, i luoghi di incontro, di cultura, di sport, anche. Riuscirà nell’impresa, il Pd, questo Pd catanzarese? Sandro Benincasa, segretario del circolo di Pontegrande, officiante con la consueta passione, ne è convinto, perché l’era Abramo volge al termine per limiti raggiunti, anche se vent’anni di potere gli hanno concesso l’opportunità di forgiare quadri, finanche costituire un sistema. Occorre un sussulto d’orgoglio: ricordare e fare ricordare le cose buone compiute dall’amministrazione Olivo, fare crescere la credibilità della sinistra, imporre una linea.

Salvatore Passafaro svela il lavorio compiuto dal coordinamento in questi mesi, elaborando una piattaforma fondata sugli indicatori di benessere collettivo, e declinata in sei, sette punti, concreti, attuabili, da portare all’attenzione dei cittadini, soprattutto dei giovani, finalizzati all’innalzamento della qualità della vita: territorio e sicurezza, conciliazione famiglia-lavoro, salute e ambiente, economia, tempo libero e sport, patrimonio e cultura, università: basta con gli studenti considerati alla stregua di pedine da spostare su e giù per la città, come un bancomat da usare a seconda delle circostanze e dei bisogni immediati. Basta, anche, grida Raffaele Mammolitii, con l’affidare la Calabria a commissari, prefetti, generali: ripristinare la vita democratica. Bata con il partito che si fa comitato elettorale, anzi, stabilire una regola: chi si candida a segretario regionale non può aspirare a nessuna carica elettiva. Rimedio drastico, ampliato da Antonio Viscomi, che ha riabilitato il verbo democristiano: chi sta al governo non può stare al partito e viceversa.  Secondo il deputato, che ha chiuso la serata, ci sono tre parole che, se applicate, possono portare a una nuova politica per Catanzaro: visione, necessaria a immaginare una città policentrica e plurivocazionale, passione, che va riscoperta se si vuole che i giovani tornino alla politica, organizzazione, che serve a concepire il partito come comunità. Sul versante organizzativo una parola chiarificatrice, perlomeno nelle intenzioni, è venuta dal segretario provinciale Gianluca Cuda, garbatamente provocato da Lino Puzzonia, altro segretario di circolo, che non ha gradito, lui come molti della base, che la nuova segreteria provinciale sia stata nominata, dopo lunghissima vacatio, a ferragosto e comunicata via Whatsapp. Cuda ha rivendicato la linearità delle scelte, improntate al massimo della rappresentatività anche territoriale: la composizione della segreteria è una sua prerogativa e ha inteso esercitarla, a dispetto delle ingessature che gli sono derivate anche, e paradossalmente, dalla sua elezione a segretario con il favore unanime delle componenti. Adesso si andrà speditamente verso la celebrazione dei congressi, prima il cittadino, entro l’autunno, e subito dopo quello regionale. La politica implica partecipazione e organizzazione: presupposti per arrivare preparati alle prossime amministrative, con un candidato sindaco frutto non di incontri al chiuso ma di un dibattito corale e unitario. Prima la discussione, poi il candidato. L’opposto di quanto fatto sinora, quando la preoccupazione maggiore è stata quella di fare digerire prima agli iscritti e poi ai cittadini il candidato frutto delle trattative nei tavoli riservati ai capibastone.