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Papà Faraone, la figlia Sara, l’autismo: un nuovo punto di vista

L’esperienza genitoriale in un libro del politico renziano impegnato nella relazione con la figlia autistica. Le voci delle madri catanzaresi in una città che offre poco supporto alle disabilità

Silvia Vono, senatrice di Italia Viva, con modestia e intelligenza si fa da parte, dopo avere condiviso con Davide Faraone, suo collega di Parlamento e sodale di partito, una lunga giornata di impegni. Prima a Reggio Calabria, a parlare del Ponte e dello Stretto e possibilmente della loro sovrapposizione, poi a inaugurare la sede di Italia Viva in pieno centro a Catanzaro e l’annessa Scuola di politica secondo il verbo renziano.

Per ultimo, nella sala consiliare della Provincia, c’è il momento intimo, di papà Faraone che racconta del libro sul suo rapporto con la figlia Sara, libro che ha scritto a Palermo e pubblicato a Soveria Mannelli, da Rubbettino (Con gli occhi di Sara, 14 euro per 136 pagine).

Faraone presenta il libro come occasione di emersione di un punto di vista diverso sul mondo e più in generale sulla vita. È l’autismo della figlia Sara a provocare questa inversione, perché gli cambia i parametri della felicità usuali in ogni genitore. I parametri, non l’essenza, che rimane la stessa. Di solito un papà, una mamma, sono gratificati dai successi scolastici dei figli, sul lavoro, per un matrimonio felice e ben riuscito. Il punto di vista di un genitore di una figlia autistica è per forza di cose diverso. Per lui la felicità è stata avere costruito un percorso attraverso il quale Sara è riuscita ad allacciarsi le scarpe da sola, o a sedersi insieme con naturalezza a mangiare una pizza al ristorante. Riuscire a valorizzare questo punto di vista, e altri analoghi di genitori di figli con disabilità è uno degli obiettivi del libro. Il punto di vista cambia anche in rapporto a temi fondamentali, pure su quelli che in una vita “ordinaria” vengono tralasciati o anche evitati. Come sulla morte. È “ordinario”, nell’ordine naturale delle cose, pensare che i figli sopravvivano ai genitori. È stato Nanni Moretti, con “La stanza del figlio” a introdurre nel cinema il punto di vista inusuale, di padre e madre che sopravvivono al figlio e lo seppelliscono. Ebbene, tra i genitori che vivono la disabilità dei figli, non è raro che si faccia presente l’idea che sia meglio che i figli muoiano prima di loro. Talvolta le cronache raccontano storie drammatiche di genitori che compiono gesti estremi verso i figli con gravi disabilità. Anche questo, pur nella sua atrocità, serve a relativizzare i punti di vista.

E a rendere attuale il pensiero che assilla tutti i genitori in queste condizioni: cosa avverrà ”dopo di noi”, chi si occuperà dei figli con disabilità, chi garantirà loro la stessa qualità di vita. Certo, la ventura di essere padre di una figlia autistica non è una di quelle cose a cui si pensa nella prospettiva abituale di vita, e Faraone certo non ci pensava. Adesso non cambierebbe Sara con nessuna altra figlia al mondo. Perché è riuscito a costruire, attraverso la relazione con Sara, una profondità di rapporti con il mondo rendendo l’approccio migliore e volto al positivo. Il rapporto con i figli autistici porta a comprendere come essi siano una sorta di “metal detector” sulla capacità di ciascuno di relazionarsi con le altre persone.

Nel libro Faraone racconta questa relazione, i suoi gradi di crescita e i suoi gradini di difficoltà. Dice degli strumenti che ha utilizzato.

E parla dell’importanza che hanno scuola e chiesa nella costruzione di percorsi di inclusione, misura della civiltà di una comunità. Spesso si ricorre alla metafora della “bolla” per descrivere l’esperienza sensoriale e cognitiva degli autistici. Faraone dalla sua esperienza di padre ha tratto la conclusione che a vivere immersi in una “bolla” di incomunicabilità sono proprio quelle persone che di fronte a una bambina autistica non riescono ad andare al di là del fatidico “come ti chiami” e voltare le spalle. Scopo del libro, e anche di molta dell’attività politica di Faraone, riuscire a superare la superficialità di relazione con l’autismo che non ce ne fa conoscere la profondità e apprezzare la bellezza.

È stata la serata di Sara, ma è stata anche la serata di Gaia e Valentina, e delle loro mamme che hanno raccontato cosa significa essere genitori di figlie autistiche nella nostra città. Catanzaro mette in campo ancora troppo poco, praticamente nulla, se si eccettua un meritorio programma di ippoterapia. La domanda sul “dopo di noi” è troppo angosciante per rimanere inascoltata e inevasa. Sollecitare risposte rientra nelle possibilità provocate dalla lettura del libro di Davide Faraone, un politico che, inaspettatamente forse, ha aperto il suo cuore di padre.