Il Pd alla prova del referendum

Gli opposti orientamenti del deputato Viscomi e del giurista Nicosia espressi nella Sala concerti del Comune riflettono il sofferto dibattito interno ai democratici

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“C’è da spostare un diesel”… Non sappiamo se l’auto dell’onorevole Antonio Viscomi vada a benzina o a gasolina, di certo, poiché il garage dove ha trovato posto chiude inesorabile alle 8, è diventata suo malgrado il metronomo della riunione indetta dal Pd per discutere del referendum costituzionale del 20 e 21 settembre. Anche su questi piccoli inconvenienti del vivere deve fare i conti il dibattito interno ai democratici, già molto compresso di suo tra ragion di partito e sentimento della base, la prima ufficialmente votata al sì, il secondo tentato sensibilmente dal no. Un tratto schizofrenico che costringe chi ha l’onere della appartenenza, a tutti i livelli, a giochi di equilibrismo verbale, come quello adoperato da Salvatore Passafaro, portavoce dei circoli cittadini, che non si pronuncia in merito, ma auspica solo una informazione corretta che porti alla migliore espressione di voto, “sia esso sì, sia esso no”. Felice Caristo, che ha introdotto il tema, illustrando in maniera fin troppo puntuale “le criticità e le opportunità della riforma costituzionale del 20 e 21 settembre”, anche lui non ha dissipato i dubbi. Solo ha fatto intuire, nell’elencare le tessere di un puzzle che non combaciano perfettamente l’un con l’altra, ciò che il primo dei relatori, il docente dell’Umg Paolo Nicosia ha detto chiaramente, facendo sua la citazione di uno dei massimi costituzionalisti dell’altro secolo, che “la Costituzione è come l’orario dei treni; cambiato uno bisogna cambiarli tutti”. E contestando, uno dopo l’altro, tutti gli assunti fondamentali dei fautori del taglio lineare dei parlamentari, classificando la riforma oggetto del referendum come dotata di “una modestia intellettuale sconcertante”. La riforma porterà a una riduzione della spesa? Un falso mito. Peggio, una presa in giro. La riforma aumenta l’efficienza del Parlamento. Falso. La riforma aumenta la qualità dei rappresentanti del popolo? No, se le regole che condizionano la loro scelta rimangono le stesse. La democrazia costa, la dittatura in effetti costa di meno.

Viceversa Antonio Viscomi, che alla Camera è componente della Commissione Affari costituzionali e della Commissione Lavoro, ha detto chiaramente che voterà sì. Come ha votato sì al referendum del 2016. Insomma, è uno di quelli che non considerano la Costituzione un totem, anzi, non ne può più del refrain “la nostra Costituzione la più bella del mondo”. O meglio, di intoccabile c’è la prima parte, quella dei diritti e doveri fondamentali. La seconda no, è terra contendibile. Come già tante volte dal dopoguerra a oggi. Una cosa è da evitare: la politicizzazione del referendum. Come successo nel 2016, quando si è votato alla fine non per il quesito in sé, ma pro o contro Renzi. E come non dovrebbe succedere domenica 20 e lunedì 21, quando l’oggetto del contendere non saranno Zingaretti, il governo Conte, l’alleanza giallo rosa. Il problema vero, nella riduzione semplice del numero dei parlamentari, sta nella rappresentanza. A questo occorre ovviare con la legge elettorale, il cui testo base è stato approvato proprio dalla Commissione Affari Costituzionali. Insomma: anche se questo referendum non appassiona, e la riforma che lo sottende non è il massimo, è anche vero che è il perno su cui fare leva per migliorare la rappresentanza.

Questo VIscomi. Con il suo intervento si è chiusa la discussione. Che non è neanche iniziata, a dire il vero. In una sala, quella dei Concerti al Comune, molto contingentata dalle misure anti Covid: una ventina di poltroncine in tutto, e tutte occupate. Quanto basta per dire che la sala era piena.

 

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