“Il referendum costituzionale da strumento di partecipazione democratica ad arma plebiscitaria di delegittimazione del potere rappresentativo”

L'appello per il no dell'avvocato Stefania Valente

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E’ sicuramente vero che intorno alle revisioni costituzionali si scatenano sempre grandi passioni e accesi dibattiti politici ed ideologici ma è pur vero che una Costituzione “rigida”, fonte gerarchicamente sovraordinata dell’ordinamento, quella che tutti gli altri atti normativi e poteri statuali devono rispettare, quella meravigliosa Carta che garantisce i diritti ed i doveri dei singoli ed il principio “supremo” di uguaglianza, un po’ di rispetto, sinceramente, lo merita! Soprattutto quando le pseudo micro riforme (scelta che mediaticamente mira a contrapporsi, di fronte all’opinione pubblica, alla diversa strategia che ha caratterizzato gli ultimi 15-20 anni del dibattito politico in tema di riforme costituzionali) tese a correggerla, dimenticando imprudentemente la sua missione originaria, fanno leva su una vasta e prevalente opinione pubblica favorevole ad una riduzione del numero dei parlamentari, coartata da un subdolo sistema mediatico, populista e plebiscitario che, radicando questo tema nelle pieghe più profonde della nostra società e alimentando quell’idea di casta e con essa uno spirito antiparlamentarista, oltre che antipolitico, contribuisce all’accrescimento di quell’analfabetismo funzionale di ritorno che, soprattutto nei momenti elettorali, fa prevalere le emozioni sulle ragioni, la pancia sulla testa.

Pur emergendo, storicamente, il dato che la predeterminazione del numero dei parlamentari, come previsto attualmente dalla nostra Costituzione, per ciascuna delle Camere, non è frutto dei lavori dell’Assemblea Costituente, bensì di un ampio e dinamico confronto politico, approdato nella riforma costituzionale del 1963, pur tuttavia, nel testo originario della nostra Costituzione era stabilito che il numero dei rappresentanti non fosse fisso, bensì proporzionato all’entità della popolazione: un deputato ogni 80.000 abitanti ed un senatore ogni 200.000 abitanti. Nel pensiero dei padri costituenti, forte era, dunque, il convincimento che fosse necessario un legame stretto tra eletti ed elettori e l’obiettivo, memori dell’esperienza fascista, di consentire il più possibile una larga, reale ed intensa rappresentanza politica. Se dovessimo applicare lo stesso criterio oggi, su una popolazione di sessanta milioni di abitanti, dovrebbero essere disponibili 750 seggi per la Camera dei deputati e 300 per il Senato.

Non essendo facile definire con precisione gli obiettivi che si propone questa riforma, che slega il numero dei parlamentari da qualsiasi intervento sulle modalità di selezione dei senatori e sulle funzioni dei due rami del Parlamento (la lettura delle relazioni illustrative dei disegni di legge costituzionale, non risulta particolarmente illuminante), se ne deduce, dalle argomentazioni sviluppate dai convinti sostenitori del sì, che essa “possa contribuire a rendere il nostro bicameralismo meno conflittuale, il procedimento legislativo più abile e snello, nonché a consentire di ridurre i costi della politica”. Opportunistiche motivazioni di natura politica, e non costituzionali, intendono, così, galoppare il sentimento di antipolitica presente ormai a livello sociale, per far credere, illusoriamente, che l’incapacità decisionale sia imputabile alla dimensione dell’organo rappresentativo e che i famigerati conti pubblici possano trarre giovamento dalla riduzione di questo costo specifico. Niente di più falso. Posto che il risparmio di spesa, non inciderebbe né sul personale, né sulle spese correnti di funzionamento delle Camere, il risparmio si riferirebbe, in concreto, alla sola voce relativa all’indennità parlamentare e alle spese per l’esercizio del mandato, cifra irrilevante, almeno in base a quanto evidenziato dall’ “Osservatorio sui conti Pubblici italiani”, per il quale il risparmio netto generato dall’approvazione di questa riforma sarà pari a 57 milioni annui (285 milioni a legislatura), cioè lo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana. Un risparmio molto più basso rispetto a quello propagandato da alcuni esponenti di governo! Come è stato correttamente sostenuto “riduzione del numero dei parlamentari di un terzo non significa riduzione di un terzo delle spese di funzionamento delle due Camere”. Nel populistico dibattito pubblico, invece, il tema della riduzione del numero dei parlamentari è stato connesso a quello del costo delle attività politiche, confondendo così questo piano con quello dei “costi della democrazia”. E’ fallace, inoltre, credere che la riduzione del numero dei componenti di un organo possa produrre di per sé effetti positivi sulla sua funzionalità. Chi ben conosce il funzionamento delle Camere sa bene che l’efficienza delle stesse dipende da ragioni politiche quali il numero dei partiti, la compattezza al loro interno, la coalizione di maggioranza e dal modo in cui i procedimenti sono disciplinati dai regolamenti parlamentari.

Difficile credere, come asseriscono molti sostenitori del sì, che un numero ridotto di parlamentari, possa rendere più forte e più autorevole un Parlamento. Sicuramente renderà più forte il singolo rappresentante o il suo partito ma non certo l’organo rappresentativo nel suo complesso. Terracini riteneva, infatti, che la posizione costituzionale del Parlamento democraticamente eletto si rivelasse anche per il numero dei suoi rappresentanti, tant’è che quando si vuole ridurre il peso istituzionale di un organo si propone di diminuirne i componenti. Del resto, un numero più esiguo di parlamentari sarebbe più funzionale ad una democrazia maggioritaria, “decidente”, in cui il baricentro della forma di governo si spostasse sul potere esecutivo.

L’attuale legislatore, inoltre, nel prevedere (L. 2019/51) l’applicabilità del vigente sistema elettorale anche ad un numero ridotto di parlamentari (opzione politicamente facile perché non obbligava i partiti a confrontarsi, in fase di approvazione della riforma, anche sul sistema elettorale) e l’attribuzione di una delega al governo, al fine di ridisegnare i collegi uninominali e plurinominali, in caso di esito positivo del referendum (con la conseguenza che l’operatività del sistema elettorale sarà nella disponibilità del Governo, poiché se non saranno ridisegnati collegi e circoscrizioni nei termini previsti dalla legge delega, non sarà possibile indire nuove elezioni), rischia di provocare un effetto perverso sul piano della rappresentanza politica. Di fronte ad un riduzione del numero dei parlamentari, si altera pesantemente il rapporto rappresentativo: ogni parlamentare sarà rappresentativo, infatti, di un numero maggiore di abitanti ed i centri più abitati fagociteranno la rappresentanza delle aree del paese, demograficamente meno popolate, punendo, diabolicamente non solo le minoranze territoriali ma anche quelle politiche. Infatti, da un punto di vista strettamente politico, la nuova previsione costituzionale, nel combinarsi tra rappresentanza politica, dimensione territoriale dei collegi e legge elettorale vigente, determinerà un innalzamento implicito delle soglie, con uno sbarramento implicito alla rappresentanza, assai più alto del 3%, introducendo un sistema oltremodo selettivo. Ciò da un lato contribuirà ad aumentare l’astensionismo elettorale e la disaffezione alla vita politica da parte degli elettori delle zone meno popolose, naturalmente portati a non partecipare ad un processo politico che a loro non darà voce, dall’altro determinerà un aumento esponenziale dei costi delle campagne elettorali che premierà quei singoli e quei partiti in grado di impiegare ingenti risorse economiche ed un dispiegarsi significativo dei più importanti mezzi di comunicazione.

Non si può trasformare il referendum, da strumento di partecipazione democratica in arma plebiscitaria, propagandistica, di delegittimazione del Parlamento e di riduzione del perimetro dell’esercizio reale della funzione rappresentativa, né tantomeno proporre il tema della riduzione dei parlamentari come lo strumento per migliorare la qualità (piuttosto che la quantità) dei nostri rappresentanti: riduzione non equivale automaticamente ad aumento di qualità. Occorre,invece, non solo ripensare la Politica ed il suo ruolo, a cominciare dall’importanza di selezionare personalità brillanti, di maggiore prestigio, moralmente inattaccabili, soprattutto dal potere giurisdizionale, nel convincimento che “non tutti possono essere eletti” ma anche valutare in futuro, proposte di riduzione del numero dei parlamentari in un quadro più armonico che tenga conto degli effetti che esse produrrebbero sull’ingegneria costituzionale, ordinamentale e politica esistente.

 

Avvocato Stefania Valente

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