Roberto Rizza: lettera aperta al vice presidente della Regione Spirlì

L"Rimuovere certe parole non è affatto una terapia, ma al buonismo di una certa politica non si può e non si deve opporre la demagogia di un’altra certa politica"

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Riceviamo e pubblichiamo

Egregio Vice Presidente Spirlì Le scrivo. Da Destra.

Faccio sempre più fatica a parlare di destra e da destra, ma oggi, qualche giorno dopo il Suo intervento in quel di Catania, a mente fredda, sento il bisogno di indirizzarle alcune righe che, nella loro stesura, vogliono essere oneste, critiche e costruttive.

Lo faccio perché penso che, mai quanto oggi, temi quali libertà, diversità ed identità debbano essere dibattuti e condivisi, ma soprattutto maneggiati con cura.

Lo faccio per responsabilità, perché condivido il suo pensiero: oggi testimoniare le nostre verità, o quelle che tali riteniamo, deve essere un dovere. Ogni giorno.

Lei ha ragione: le parole sono importanti. Ed io vorrei far arrivare le mie. A lei e agli amici che mi leggeranno.

 

Non vi è alcun dubbio che il politicamente corretto, quello dei giornali giusti, della moda e dei più buoni sia quanto di più lontano oggi ci possa essere dai reali disagi spirituali e sociali del nostro tempo. Proprio per questo, però, la reazione di chi davvero si riconosce nella missione di costruire una risposta articolata e viva alle angosciose domande del presente, non può cadere e scadere in una reazione politicamente scorretta, di segno uguale e contrario, argomentata allo stesso modo, qualunquista, e dagli stessi paradigmi.

 

Per una volta ingoio il rospo ottocentesco, sorvolo sulla crisi indiscutibile della democrazia liberale e dunque sull’utilità della odierna dicotomia destra-sinistra, e se, come è stato, tutti gli attacchi che Lei ha ricevuto Le sono stati rivolti da sinistra, io La critico da destra. Esattamente da una destra che non so di quanti altri sia, che probabilmente oggi non ha partito né bandiera, che si affaccia oltre il perimetro dottrinale della destra stessa, ma che oggi sento come la mia parte politica. Quella delle radici profonde che non gelano e delle note della Compagnia dell’Anello: “Anche se tutti noi no”.

 

Io penso che la cultura della destra etica, sociale e popolare, debba essere contro la creazione di nuovi dizionari, bandiere e quote di ogni colore, ma non in nome del libero utilizzo dei vecchi termini, quali negro o zingaro, con la sola motivazione che intrinsecamente non rappresentano una offesa. La destra deve stare dalla parte della realtà e della stessa realtà deve nutrirsi, non di astrattismo da salotto buono per chi di razzismo, classismo e sessismo non ha mai sofferto. Ritenere infatti che eliminare certe parole dal vocabolario aiuti realmente a combattere il fenomeno del razzismo penso sia inutile tanto quanto credere che la sola conservazione delle stesse possa rendere l’uomo di oggi libero e forte.  Rimuovere certe parole, per spiegarmi meglio, non è affatto una terapia, ma al buonismo di una certa politica non si può e non si deve opporre la demagogia di un’altra certa politica. Sarebbe la fine.

La cultura di destra deve addentrarsi nei meandri sociali e culturali, sciogliere i nodi delle ideologie e vivere di idee difendendo i più deboli. Negare o dimenticare, infatti, che nei quartieri più difficili, termini come ricchione e negro sono utilizzati in senso offensivo, non solo per il loro significato, ma per il modo, il contesto educativo e quello culturale in cui vengono utilizzate, vuol dire vivere fuori dalla realtà e rinnegare la propria missione, ma soprattutto è assolutamente sbagliato e nocivo. Ci sono infatti sacche di disperazione che la destra, al contrario, deve attenzionare con preoccupazione e per le quali offrire non provocazioni, ma ricette, sensibilità e risposte, dovrebbe sempre rappresentare un obbligo morale, etico e, quando possibile, amministrativo.

 

Io penso che il mondo di oggi non sia più diviso tra rossi e neri, ma tra inclusi ed esclusi. Lottare per le parole, senza specificazione alcuna, è per gli inclusi, per coloro che vivono fuori dalle difficoltà o, ancora, per i fortunati. Oggi, se la destra ha davvero a cuore le sorti di un domani ormai prossimo, fatto come Lei sostiene, ed io concordo, di pensiero unico e di soppressione delle diversità, deve ingaggiare una battaglia lunga e dura per la quale occorre investire sulla scuola, sulla vicinanza dello Stato alle famiglie, sul senso di comunità, sulle opportunità e sull’uguaglianza per i più giovani di qualsiasi estrazione sociale e colore. Sulla qualità della parola, appunto, più che sulle parole. Fare il contrario vuol dire accomodarsi sull’altro lato del salotto.

La storia recente ci insegna che la destra politica ha fallito quasi tutte le prove di governo alle quali è stata chiamata. Oggi le alternative sono due: domandarsi per davvero quali siano i perché di un impegno e quale modello di vita sia giusto costruire, o brandire il crocefisso come una qualsiasi bandiera arcobaleno, cedendo così ogni giorno all’effimero per uno “zero virgola” in più nei sondaggi.

Non mi dilungo ulteriormente. Lei ha ragione Vice Presidente, il cambiamento si fa ogni giorno, ma temi quali libertà, diversità ed identità, sono argomenti troppo seri per essere declinati in maniera provocatoria, anche di fronte ad una platea di simpatizzanti. Perché, come nel caso di Catania, è quella platea che poi si fa verbo e testimonianza, nelle sezioni, sul territorio, tra la gente; ed io penso che quella platea, verso la quale lei tra i primi ha delle responsabilità di formazione e di pensiero, abbia oggi, nel tempo della polarizzazione delle opinioni e della scarsa capacità di ascolto, bisogno di riferimenti culturali e di buoni esempi, di ragionamento e di pensiero. Non di altro.

Vice Presidente, le è stata data una grande possibilità, un punto di ascolto importante, una postazione di impegno di primo piano. Aiuti il popolo se può; gli esclusi, per davvero. Glielo chiedo, oggi, da destra.

Tutto il resto è spettacolo. E noi più che di spettacolo abbiamo bisogno di parole ed atti per fronteggiare il mondo dell’apparenza e della grande menzogna. “Di una vita migliore per costruire un sistema migliore” scriveva Havel. Ogni giorno ed in ogni occasione.

Con stima e formulandole i miei migliori auguri di buon lavoro.

Roberto Rizza

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