Le dimissioni periodiche dei Commissari in Calabria

Troppo poco considerevoli dell’intelligenza dei calabresi le spiegazioni da commedia all’italiana dell’ultimo rinunciatario, il professor Gaudio. Al momento, solo retroscena, e qualche rimpianto. Con Zuccatelli che si prende una rivincita indiretta alla Camera dei deputati

Le dimissioni delle dimissioni delle dimissioni del commissario capo alla sanità calabrese hanno assunto caratteristiche periodiche tendenti all’infinito, trasponendo in ambito politico-sanitario l’antica notazione matematica. Con la differenza, rispetto a un numero periodico, che questo è per definizione un numero razionale, mentre nella vicenda della coazione a ripetere delle dimissioni, o della rinuncia all’incarico, di razionale c’è ben poco.

Anche la giustificazione addotta da Eugenio Gaudio – moglie che non gradisce il trasferimento a Catanzaro – è una trovata magnifica degna di un Magnifico sia pure ex, buona nella sceneggiatura di una commedia all’italiana, come pure comprovato da uno spezzone di Alberto Sordi che impazza sui social – “Amò, e che ci facciamo a Catanzaro?”, chiede la moglie al marito che propone il trasferimento – ma non per fornire una spiegazione convincente. A meno di non considerare i calabresi “né tonti, né rimbambiti, né fessi” (F. Pitaro copyright). Gente buona, i calabresi. Che mai potrebbero perdonarsi una crisi famigliare aperta in loro nome. La famiglia. Addirittura è sceso in campo anche il fratello del professore della Sapienza, si chiama Roberto Gaudio – molti cosentini di rango hanno un fratello di nome Roberto – per spiegare che Eugenio si era semplicemente “riservato di decidere. Noi (in famiglia, ndr) avevamo dei dubbi, perché per mio fratello significava lasciare la sua vita a Roma e trasferirsi qui in Calabria”. Già. Anche Cesare Pavese ebbe a che ridire quando Mussolini lo spedì “in villeggiatura” – (Berlusconi dixit) – a Brancaleone. Se proviamo empatia per Pavese, sarebbe disdicevole non compenetrarsi nei drammi esistenziali di casa Gaudio. Casata illustre nella città bruzia. Il padre, Domenico, fu senatore della VI legislatura repubblicana dal 1972 al 1974, eletto nelle fila della Democrazia Cristiana. Di quel tipo di democristiani che, per seguire Aldo Moro, stavano al centro ma guardavano a sinistra. Lo stesso ambito di Popolari che poi confluirà nel Partito democratico, dove il professore di Anatomia umana normale ha continuato a coltivare amicizie e protrarre frequentazioni, fino a intessere e rinsaldare immancabili rapporti con Nicola Zingaretti. Chissà se il segretario Pd ha sempre voglia o tempo di interessarsi di faccende calabresi.

L’ultima esperienza vissuta con Pippo Callipo dovrebbe sconsigliarlo. Però, come si sa, l’alopecia può colpire il lupo, ma quest’ultimo indefesso può perdurare nel vizio. Un calabrese di ottime referenze come l’ex rettore potrebbe essere un buon nome da spendere nell’intricata vicenda elettorale regionale calabrese, prossima a venire. Se così fosse, se cioè a far rinunciare Gaudio dall’impegno commissariale possa essere stata la possibilità di una sua possibile candidatura perché rispondente ai mantra dell’odierna agiografia politica – calabrese, civico e luminare -, tutto questo denoterebbe una sostanziale insipienza strategica, difetto consustanziale da quelle parti: i calabresi saranno un po’ ingenui, sprovveduti, disorganizzati, ma sicuramente hanno testa dura e memoria forte. Fantasticherie? Chissà. Di sicuro circolano molte foto nelle quali il professor Gaudio sembra in perfetta sintonia e allegra simpatia con Mario Oliverio ai tempi dell’ultima presidenza di centro sinistra in Calabria: in prima fila a tagliare nastri, a inaugurare benemerite imprese sociali. Con ciò, potendo costituire il magico trait d’union tra le due fazioni che contendono il partito in terra calabra: la riunione Oliverio-Adamo-Bruno Bossio e la consolidata aggregazione Zingaretti-Graziano-Oddati.

Detto questo, se mai possa interessare i calabresi in questi giorni difficili ma rigogliosi di insperate fioriture mediatiche, rimane il problema della conduzione della sanità in Calabria: una navicella in preda alla tempesta vicino a schiantarsi sugli scogli. Detta in ministeriale spinto, a rischio di sbattere. Rimarrebbe in piedi l’ipotesi Strada. Molto sponsorizzata da parte Cinque Stelle, molto meno da parte Pd. Il nome è grande, il riconoscimento per la sua opera è generale, ma il tergiversare intorno a un suo impegno diretto in Calabria in primo luogo da parte del governo rende ragione delle perplessità che suscita non solo nel campo a destra dello schieramento. A parte il suo disdegno del “tandem”, Strada quando esterna non parla mai per se stesso. Accompagna sempre la sua persona alla sua creatura: Emergency. Non si è ancora capito se chiamando Strada all’impegno si congloba anche l’organizzazione umanitaria. Con quali compiti? Con quali regole d’ingaggio?, come ama dire il medico milanese. Quali potrebbe essere il suo impatto con le strutture della Protezione civile regionale e nazionale?

C’è stata stamane, e proseguirà domani, l’audizione alla Camera sul nuovo Decreto Calabria. I componenti della Commissione hanno ascoltato Urbani, Sposato, Biondo, Russo, Bevere, Iorio e altri, tutti esperti del “grande malato d’Italia”, la sanità calabrese. Tra i tanti c’era Francesca Lecci, direttore Executive master in Management delle aziende sanitarie e socio-assistenziali (Emmas) – SDA Bocconi, che ha svolto l’intervento forse più lucido e appropriato dal punto di vista manageriale, che è poi il punto di vista dal quale dovrebbe spaziare il Commissario alla sanità calabrese. Lecci è stata autrice, nel 2009, di un libro, molto documentato, edito da Egea, intitolato Trent’anni di Servizio sanitario nazionale. Insieme a Lecci l’autore era Giuseppe Zuccatelli. Che, da quel che scrisse, e da come l’ha scritto, tutto sembra meno che lo sprovveduto negazionista sull’uso delle mascherine con cui è passato in cronaca. Questo per dire quanto sia sfaccettata la realtà e come spesso ciò che conta non è l’oggetto del vedere, ma l’angolazione dal quale si guarda. A questo punto della ballata, possiamo solo dire, magra consolazione, che se Zuccatelli fosse rimasto al suo posto non saremmo ancora alla ricerca spasmodica di qualcuno che voglia intestarsi la fatica. Commissariare stanca. In Calabria.