Le scuse filosofiche di Morra, la memoria di Jole, il rispetto per la morte

La riflessione di Franco Cimino

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di Franco Cimino

Quando la poltrona balla si diventa umili, la tracotanza si nasconde. Ma quando ci si sente il più intelligente di tutti, l’arroganza ritorna e sotto forma di furbizia logico-lessicale si propinano dichiarazioni “ a trasira e nescira” dicono i nostri padri. Cioè, si dice una cosa e il suo opposto insieme. Ovvero, si fa finta di negare ciò che con più forza si afferma. Ovvero ancora, far finta di smentire ciò che si conferma. Così ha fatto il senatore Nicola Morra di Genova, che in Calabria, dopo gli studi tra Roma e Bari, ha trovato tutto. Praticamente l’America. Come gli emigrati calabresi che per vederla, l’America, hanno però dovuto vivere due mesi sull’Oceano. E così, le scuse, imposte da una valanga di indignazione popolare e da un uragano di contestazioni da parte di tutte le forze politiche, compreso la sua, egli ha preteso di somministrarle come una lezioncina di filosofia, la sua, dove la dialettica avrebbe il compito non di raggiungere la sintesi ma l’affermazione della tesi, la propria. Quella del presidente della Commissione antimafia( del cui inconsistente lavoro si potrebbe dire molto) è nota. E non per la parte riguardante il generico “ ogni popolo ha il governo che si merita” ( in estrema sintesi, la sostanza del suo intervento alla famosa trasmissione radiofonica) che, per quanto ci riguarda, è valido tanto per le continue alternanze al governo della regione quanto per la elezione dei parlamentari. Specialmente, di quelli che sono stati imposti, anche nelle due ultime legislature, con un sistema elettorale da da una certa “democrazia africana”.

È nota per quel tono arido che ha accompagnato le parole acide nei confronti di Iole Santelli, quasi che lei, accettando una sorta di congiura contro la Calabria da parte di chi a Roma l’ha candidata, fosse colpevole di avere il cancro. Oppure di portarselo a spasso in danno della Calabria. Io capisco che la lotta politica possa eccedere nell’agone con cui da più ambiti la si conduce. Purtroppo, il basso livello culturale e lo scarso senso delle istituzioni raggiunti dalla stragrande parte di chi la politica la pratica, sempre più trascina l’attività più esaltante e più bella dell’essere umano nel trivio e nell’arena. Le elezioni sono alle porte e capisco pure che il consenso lo si voglia cercare nello scontro fra le parti, in cui l’accusa verso chi ha governato( il centrodestra qui in Calabria, il centrosinistra in Italia) sia l’asse centrale dell’attacco.

Ma questa sorte di astio post mortem verso Iole Santelli ( e qui non mi riferisco a Morra, sebbene il suo tono possa alimentarlo) davvero non lo capisco. Come non capisco, sull’altro versante, il continuo richiamarla a santificare le strategie di una disordinata aggregazione politica che ha dato prova di non esserci proprio sul grave dramma che vive la nostra terra, ancora in angosciosa attesa delle altre alluvioni che la faranno franare. Considero tutto questo indelicato, volgare, aggressivo. Disumano. Iole Santelli, la politica di lungo corso, la Presidente, nel tempo della sua dura sofferenza, in quello delle sue paure, nei giorni, purtroppo pochi, della sua speranza, e nel momento più impensabile della sua fine, è soltanto una giovane donna che qui ha perso tutto ciò che aveva, e le vittorie e le fatiche per raggiungerle.

Lasciamole adesso quella vittoria, che per tutti dovrebbe essere il più felice sentire verso di lei. La vittoria della vita sulla morte. Della pace vera su tutte le nostre guerre. La vittoria della felicità eterna e del riposo più bello che ci sia nella Realtà Altra dove tutti si amano. Nell’Amore, che tutto di se stesso ogni anima ricolma e riveste. Lasciamola stare, dunque, Iole Santelli. Tutti. La morte, e tutto ciò che rappresenta anche per i non credenti e i “filosofi”, è una cosa seria, che non ha nulla a che vedere con le pagliacciate di chi si sente vivo in una politica che è già morta da tempo.

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