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Serrao (I Quartieri): Tar Calabria affonda Asp e Dipartimento Salute

"C’è bisogno di discontinuità nel metodo per garantire la legalità, quindi chiedere le dimissioni dei commissari dell’Asp di Catanzaro"

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Possiamo certamente dire: uno a zero, palla al centro! Con questa battuta – scrive Alfredo Serrao presidente dell’associazione I Quartieri – si sintetizza la verità sulla vicenda del Sant’Anna Hospital, perché la sospensiva emessa oggi dal TAR Calabria è un goal a porta libera nei confronti dell’Asp di Catanzaro e del Dipartimento regionale alla Salute. C’è da dire che la partita era falsata, che i presunti goal fatti nei confronti del Sant’Anna Hospital erano tutti in fuorigioco perché qualcuno, volontariamente ed irresponsabilmente, aveva probabilmente manomesso le regole del gioco.

Tutta questa vicenda ormai incardinata verso una soluzione di verità, ci insegna che non esiste un extraterritorialità rispetto alla legge e che nessuno, anche in relazione ad una nomina di garanzia e legalità può nemmeno pensare di aver avallato, per semplicità o per non conoscenza, una metodologia che appare sfacciatamente illegale (?) e che nei fatti ha “ravvisato il pericolo di danno grave e irreparabile nell’impossibilità per la struttura – il Sant’Anna Hospital – di erogare prestazioni per conto del servizio sanitario”.

Chi realmente ha pagato il prezzo del comportamento freddo ed al limite, presumibilmente del penale di una burocrazia incapace sono stati i tanti pazienti calabresi che avevano bisogno delle cure di alta specialità del Sant’Anna Hospital, la cui sospensione dalle erogazioni ha ridato fiato ai viaggi delle speranza in un momento drammatico per la sanità, dove a causa Covid-19 tutti i ricoveri nelle strutture pubbliche erano bloccati, fatta salvo la struttura del Sant’Anna Hospital capace di garantire i ricoveri e gli interventi programmati.

Se il TAR Calabria ripristina sul piano amministrativo una vicenda surreale, noi continuiamo ad affermare, anche in riferimento all’esposto da noi presentato, che la Procura di Catanzaro deve fare una ricognizione accurata dei fatti ed identificare dove risiedano le responsabilità dei singoli, che hanno determinato una paralisi e che, soprattutto hanno attuato delle procedure “irrituali” per non definirle forse illegali, quello che resta una condizione ormai inaccettabile per tutti i cittadini.

Restano sul tappeto una serie di domande che meritano una risposta anche e soprattutto da parte della Magistratura ordinaria, quando quella Amministrativa ha messo già un punto fermo:

perché non si è dato corso al rinnovo dell’accreditamento che scadeva nel 2017, richiesto dal Sant’Anna Hospital in anticipo rispetto alla scadenza?

Perché, se il Sant’Anna Hospital non era accreditato, come qualcuno afferma, l’ufficio del Commissario ad Acta ha ripartito i fondi per i servizi in convenzione nelle annualità 2018, 2019 e 2020?

Perché, considerando valido (?) il non accreditamento del Sant’Anna Hospital al servizio sanitario regionale, l’Asp di Catanzaro ha proceduto alla firma dei contratti di servizio negli anni 2018 e 2019?

Perché l’Asp di Catanzaro, atteso che mancava l’accreditamento (?), ha provveduto oltre alla firma dei contratti, alla liquidazione delle prestazioni erogate negli anni 2018 e 2019 e validato almeno fino al 30 giugno 2020, quelle prodotte nell’annualità 2020 se mancava il contratto di servizio?

Perché l’Asp di Catanzaro, commissariata per infiltrazioni mafiose, ha nel piano delle perfomance 2020-2022, approvato con la delibera 891 del 07.12.2020, identificato il Sant’Anna Hospital come soggetto utile per l’integrazione pubblico/privato, se nel narrato, la stessa struttura privata era considerata “inesistente” come soggetto erogatore di servizi in convenzione?

Come poteva esplicarsi questa presunta integrazione dei servizi pubblici/privati con il Sant’Anna Hospital senza una precisa volontà della proprietà della clinica, oppure inverosimilmente si trattava di una forma di espropriazione burocratica di una proprietà privata, garantita dal dettato costituzionale?

Perché il dipartimento regionale alla Salute tramite l’OTA e la stessa Asp di Catanzaro hanno effettuato verifiche e prescrizioni su una struttura, il Sant’Anna Hospital, quando la stessa era di fatto, secondo la loro lettura, non accreditata?

Perché la stessa OTA nella sua ultima comunicazione di prescrizione, definisce il Sant’Anna Hospital, invece struttura accreditata?

Perché le prestazioni erogate nel 2020 sono state validate fino ad una certa data dall’Asp di Catanzaro, tramite il dirigente della UO Monitoraggio e Controllo, quando poi lo stesso dirigente, il 24.12.2020 comunicava la revoca dell’accreditamento?

Perché l’Asp di Catanzaro si è sostituita con un atto, presumibilmente illegittimo, alla titolarità della revoca dell’accreditamento, che resta esclusiva competenza del Commissario ad Acta, considerato che la sanità è settore commissariato dal Governo nazionale?

Troppi sono i  perché che ci lasciano capire, ancora una volta, che la burocrazia è l’ennesimo male della Calabria, ma che non può tutto essere semplificato se non si identificano chi e perché blocca la catena di comando, magari c’è e c’era la necessità di oliare il meccanismo (?), o forse ancora meglio bisogna capire a quale regia il tutto rispondeva?

In questo ragionamento che non è assolutamente peregrino, chiediamo che sia il dott. Gratteri e la Procura di Catanzaro a fare luce, forse così si scopriranno connivenze che hanno consentito ad altre strutture per fatti ben più gravi, di non essere sanzionate con la revoca degli accreditamenti, per come si capirà perché i calabresi hanno dovuto patire un disservizio grave per la salute, parliamo di alta specialità del cuore, favorendo le tasche di altri imprenditori “privati” che risiedono fuori dalla regione Calabria.

Capiremo pure il perché nell’ultima riunione della Commissione regionale sulla Sanità, chi rappresentava l’Asp di Catanzaro, il direttore Amministrativo ed il direttore Sanitario non abbiano spiegato la relazione del Sant’Anna Hospital nel piano delle performance 2020-2022 approvato pochi giorni prima della revoca, poi intervenuta forse abusivamente, ma soprattutto capiremo se il vulnus accertato dalla Magistratura delle infiltrazioni mafiose nella stessa Asp di Catanzaro, sia nei fatti superato, mentre la politica nella riunione rappresentata ha fatto melina ed inutile scenografia.

C’è bisogno di discontinuità nel metodo per garantire la legalità, quindi chiedere le dimissioni dei commissari dell’Asp di Catanzaro non ci sembra poi una richiesta tanto paradossale, perché il tempo corre veloce, come la malattia ed i fatti, così come appaiono, sono invece immobili ed impantanati.

Se il tempo è un fattore fondamentale anche la politica deve riscoprire “dignità” e non soggiacere per utilità al ricatto della burocrazia forse malata (?). Tutti ed ognuno devono caratterizzarsi per coraggio, come ha saputo fare il consigliere Francesco Pitaro, una meteora nel panorama grigio del burocratese, perché bisognava e bisogna salvare delle professionalità, delle eccellenze e dei posti di lavoro, che orgogliosamente hanno marcato un segno indelebile nella sanità corrotta e malata della Calabria. Altre responsabilità che restano nel solco delle vicende private non attengono alla continuità aziendale e professionale di una struttura riconosciuta di eccellenza, tanto che non è consentito nemmeno ai commissari dell’Asp di Catanzaro di sostituirsi alle norme, alle leggi e soprattutto alla valutazione, indipendente e specifica, della Magistratura.

Responsabilità è il percorso da perseguire, quella che impone al sindaco Sergio Abramo ed ai capigruppo della maggioranza, che oggi sventolano la bandierina, di essere conseguenziali, se le parole in politica hanno ancora un peso. Ed allora sia il sindaco Abramo a chiedere, come aveva annunciato in Consiglio comunale una verifica a tappeto su tutte le strutture che erogano servizi in convenzione per l’Asp di Catanzaro, per valutare se esistono tutte le prescrizioni per il rinnovo ed il mantenimento delle convenzioni al Servizio Sanitario Regionale.

Ieri, nel “Giorno della Memoria”, che significa anche libertà, il TAR Calabria ha posto un’altra pietra d’inciampo, che è sfida e monito per una politica troppo invertebrata e facilmente accomodante ad altri interessi che prevaricano ed uccidono la libera scelta di cura, quella che strappa la Carta Costituzionale e la fedeltà ad un valore più autentico. La storia chiederà a tutti giustizia e memoria, senza fare sconti a nessuno.

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