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Elezioni, uno spettro si aggira per la Calabria: la candidatura allo specchio

Da De Magistris a Irto, e a ben vedere anche per Occhiuto, in tutti c’è il vizio d’origine dell’autoproclamazione a presidente in pectore, naturalmente a favore di partito (che non si pronuncia) e a furore di popolo (che non c’è)

“Qui, o si fa la Calabria o si muore”. Non sappiamo quando, o da parte di chi, verrà utilizzato. Ma sicuro, se l’andazzo continuerà a scivolare lungo l’asse inclinato che ha preso, ci sarà chi utilizzerà la frase mutuata da Garibaldi per darsi da solo l’imprimatur di salvatore della regione non potendo, con un ultimo barlume di ritegno, aspirare a un range più ampio non fosse altro perché a questo si è già delegato Mario Draghi.

Tutti, al momento, si sono autocandidati. Per dire il vero, e fa specie soltanto a pensarlo, chi è meno indiziato del più crudo dei sette vizi capitali – la superbia – è Roberto Occhiuto, ossia il rappresentante di un partito – Forza Italia – che per essere di plastica riesce a modellarsi molto bene rispetto a quanto predica di volta in volta; e di un partito – Forza Italia – che per essere personale per definizione esprime replicanti più che continuatori. Occhiuto sa di essere il maggior indiziato di candidatura, ma ancora non si proclama da sé pur lasciando che altri lo facciano al suo posto, forte dell’investitura più autorevole nell’ambito del suo partito ma che necessita del solito accordo a tre che, per essere strettamente legato alle amministrative di diverse città metropolitane potrebbe sortire sorprese.

A sinistra invece il peccato si è fatto tanto manifesto quanto condiviso, unico ambito in cui la condivisione ha sortito i suoi effetti. Come si sa, si è autoproclamato candidato presidente Luigi De Magistris, da sindaco ab limine di Napoli. L’ex pm continua a dire che gli è stato chiesto da molteplici parti, da semplici cittadini nauseati dai politicanti nostrani, da sindaci che lo hanno visto come il degno portatore della comune obliqua fascia tricolore, da comitati spontanei delle periferie urbane e dei paesi che annegano nella disperazione dell’abbandono, finanche da Mimmo Lucano, da Calabria solidale, da Servire il Popolo, dal Movimento 24 Agosto per l’Equità territoriale, da Tesoro Calabria di Tansi. A conferma di ciò, lo abbiamo sentito anche oggi pomeriggio, intervistato in “Votantonio” da Vincenzo Merante e Luca Marino, affermare di essere “un uomo di sinistra, sempre stato”. A parte che con quelle referenze un’idea ce la si era fatta, ma affermarlo come premessa al ragionamento successivo, che la sua candidatura è da considerare alternativa a quella di Nicola Irto, porterebbe alla risoluzione univoca del sillogismo per cui Irto non è di sinistra.

Questo sarebbe il minore dei mali. Con tutto quanto sta succedendo a livello nazionale, Salvini eurocentrico e Renzi nuovo doroteo, chi si preoccupa più di questi vecchi ammuffiti distinguo. Ciò che è preoccupante è l’avversione manifestata da De Magistris per “i tavoli”, che sarebbero niente altro che una trappola mortale peggiore delle sabbie mobili nel deserto di Sonora: una volta seduto vieni risucchiato nel gorgo del compromesso. Non storico, bensì morale, l’ultima trasformazione in negativo della nobile attitudine democratica del confronto, della discussione, della sintesi. Cosicché l’alternativa è approfittare del minimo di notorietà acquisita in altri contesti – prima nella magistratura inquirente, poi nella conversione politica e nella responsabilità di sindaco della terza città italiana – per attirare su di sé consensi al momento più auspicati che verificati, con il semplice proclama che, rimbombando in una bolla autoreferenziale, moltiplica gli effetti: “Io ci sono, voi ci siete?”.

Toccherebbe adesso dire dell’altro candidato a sinistra, Nicola Irto, giovane ma affermato politico del Pd, presidente del Consiglio regionale nei cinque anni di Mario Oliverio, un “uomo dell’apparato dem”, direbbe De Magistris. Anzi lo ha detto, sempre in “Votantonio”. Anche Irto asserisce di avere ubbidito alla chiamata al dovere che gli è stata rivolta dal suo partito, da “decine“ di amministratori locali, dal commissario regionale del partito, il disarmante – e disarmato – Stefano Graziano. Peccato che nessuno a livello nazionale, per non dire del segretario Nicola Zingaretti, si sia ancora pronunciato in suo favore. Per cui allo stato sembrerebbe più un’indicazione correntizia – Irto è di base riformista, la corrente che fa capo a Lorenzo Guerini e Luca Lotti, quelli che nel Pd post Leopolda danno ancora del “tu” a Renzi. Irto e Graziano continuano a parlare del “Tavolo” di concertazione.

Per sua natura il “concerto” dovrebbe prevedere un solista e un’orchestra. Il solista lo abbiamo, Nicola Irto. L’orchestra si sta squagliando come sax al sole. Ieri il prof Francesco Aiello, già candidato nelle passate regionali per il M5S, ha ribadito che con le premesse di ambedue, De Magistris e Irto, le elezioni per il centrosinistra – o per i progressisti che dir si voglia – sono perse in partenza, numeri alla mano.

C’era stata anche prima e oggi lo ha ripetuto Jasmine Cristallo, portavoce del Movimento delle Sardine, invitando nuovamente al passo indietro i due non–contendenti se non tra di loro. Senza limiti orari, che siano 48 o 96. Per ultimo è arrivato non il corvo, bensì Articolo Uno per ricordare come le autocandidature portino alla rovina. Dei Cinquestelle nulla si sa di preciso, ma tutto lascia presupporre che al “Tavolo-Sabbie mobili”, nelle condizioni in cui sono, difficilmente vorranno tornare. Degli errori passati si dovrebbe fare Tesoro (Calabria). Quando non lo si fa, è perché il diabolico porta a perseverare. Aprendo inquietanti, inaspettati, grossi interrogativi sull’intelligenza del diavolo.