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Fenomenologia dell’aspirante sindaco

Settimana decisiva per le sorti delle candidature alla prima carica cittadina. Con un consiglio di lettura valido erga omnes

Mettiamoci nei panni dell’aspirante sindaco. Una figura a sé: antropologicamente indefinita, sociologicamente inesplorata, politicamente ridondante. Perché di aspiranti sindaci, solitamente, ce ne sono più dei due minimo sindacale. A scapito di quanto vanno predicando coloro che già ci sono passati: Il sindaco, brutta bestia. Troppe responsabilità e ci finisci in mezzo senza sapere nulla…. E contraddicendo spesso gli amorevoli e spesso poco disinteressati suggerimenti degli amici: Chi te la fa fare, hai molto da scommettere e poco da guadagnare…”. Nonostante il fuoco di fila, l’aspirante sindaco non ha tema di essere smentito, e, caricatosi sulle spalle il fardello dei problemi irrisolti e delle incognite previsionali, d’un sol balzo assume coraggio e trasuda vigore barricadero, salta oltre la trincea e si inoltra nella terra di nessuno della candidatura.

Che poi sarebbe un derivato di candidus, che sta per candido non nel senso volteriano di ingenuo, spaesato e finanche sprovveduto – figuriamoci – ma perché nella Roma del Colosseo e dei gladiatori il candidato all’esercizio delle cariche pubbliche indossava una tunica bianca. L’abbigliamento è decaduto nell’uso, il termine invece è sopravvissuto e, d’altra parte non potrebbe essere altrimenti, autoalimentandosi continuamente con nuove e periodiche immissioni nel flusso di corrente. Il problema fondamentale per l’aspirante sindaco è che per riuscire nell’impresa deve essere votato in quantità sufficiente e determinante; perché ciò accada deve innanzitutto superare la levata di scetticismo se non di incredulità che spontaneamente si sostanzia al solo suo annuncio. Per farlo, l’aspirante non avrebbe altra arma se non quella del suscitare stupore: in poche parole dovrebbe spararle grosse, più del/i concorrente/i. Cosa su cui volenterosamente si cimenta anche, ma con scarsa presa nel pubblico che non essendo pagante, abitualmente gli presta (o le presta) poca attenzione.

A proposito del genere, da quel che si sa già e che si ascolta come futuribile prossimo a Catanzaro – così ci caliamo nella realtà contingente – il diventare sindaco sembrerebbe affare esclusivo della parte maschile dell’elettorato passivo. Il che già sa di visto e sperimentato. È vero che anche nelle altre competizioni elettive, anche in quella corrente per il Quirinale, non è che sia diverso. Ma il fatto che la circostanza si ripeta uguale a se stessa alle comunali non è di molto conforto. Insomma, non è vero che “Al Comune mezzo gaudio”. I tre candidati già appalesati, tutti nell’area che dalla sinistra arriva a occupare un centro molto largo e pluriverso, sono esponenti maschili dell’area politico-professionale, e anche nella restante parte del panorama elettorale i nomi che circolano sono inesorabilmente declinati al maschile, a significare quanto ancora le differenze di genere che sono stratificate nelle professioni e nella socialità cittadina contino anche sul versante della politica partecipata. Quella che si apre sarà la settimana di avvio vero della competizione.

Non solo perché dovrebbe sbloccarsi la partita del Colle più alto, e per gravità l’attenzione dei leader nazionali del centrodestra, se non saranno distratti dalla correlata pratica di Palazzo Chigi, potrà rivolgersi ai Tre Colli, come vanno predicando a mo’ di scusante i maggiorenti locali, una scusante buona per nascondere la sostanziale impasse in cui sono bloccati per i reciproci veti e nonostante la schiacciante affermazione alle ultime regionali. Ma anche perché nel campo del centrosinistra, dal cui humus germogliano le tre svelate candidature nonostante i distinguo ecumenici dei suoi due terzi, si annunciano iniziative pratiche: dalle programmate conferenze programmatiche alle esplorazioni sul campo annunciate dalla nuova leadership regionale del Partito democratico.

Nel frattempo, per ritornare a considerazioni più generali, se possiamo dare un consiglio non richiesto e del tutto disinteressato, rivolto a destra a sinistra e al centro, e per fornire spunti per suscitare interesse nel distratto mondo dell’elettorato attivo, e quindi alimentarne lo stupore e la meraviglia, gli aspiranti potrebbero leggere un libro appena pubblicato dall’editore Aliberti, Renzo Bonazzi. La cultura a Reggio Emilia. 1942-1976 . Bonazzi è stato il sindaco di Reggio Emila nel decennio 62-76, contribuendo in modo decisivo, insieme ai suoi predecessori, a fare della città emiliana, come tante in ginocchio al termine del secondo conflitto, un modello di civismo che ancora resiste e progredisce. La leva che Bonazzi utilizzò fu quella della promozione culturale come chiave per il contemporaneo sviluppo sociale ed economico. I tempi e le situazioni sono molto cambiate, ma l’evidente scollamento tra i moti della politica e l’interesse immediato del popolo è in parte dovuto, e non in misura trascurabile, alla compressione delle opportunità culturali a fronte delle urgenze economiche. L’assunto del libro, e del suo autore Giordano Gasparini, è questo. Fare il sindaco è mestiere difficile, come suggerisce Vanni Codeluppi su doppiozero.com, nel recensire il libro. “Meditare aspirando”. Suona un po’ peggio del “Festina lente” raccomandato da Italo Calvino, ma per il momento va bene così.