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CatanzaroInforma.it: 'Otello: la stagione del Politeama non si poteva concludere meglio''Otello: la stagione del Politeama non si poteva concludere meglio'

La stagione teatrale del Politeama di Catanzaro non poteva concludersi meglio, non solo perché ha festeggiato la chiusura con un’opera lirica, scelta tra le più belle di Giuseppe Verdi, ma, anche in considerazione che, attraverso l’evento, la Fondazione del Teatro ha voluto ricordare la nobile figura del cavaliere Giovanni Colosimo, recentemente scomparso, il quale attraverso la sua sostanziale munificenza, ne ha considerevolmente sostenuto l’operatività.

Anzi, è questa l’occasione per immaginare che al Cavaliere Colosimo la Città dovrebbe assegnare più ampio riconoscimento, non solo per elogiare l’imprenditore, ma, soprattutto, per magnificare l’alto ruolo che ha voluto svolgere in favore della cultura catanzarese e specie per quella concernente l’attività teatrale, spendendosi in attenzioni, non poche volte culminanti con ampie donazioni finanziarie, a sostegno. Senza dimenticare altre sue attenzioni, come lo sport.

 In proposito, poi, devo diretta testimonianza nel rammentare il suo supporto a beneficio della “Associazione degli amici del Politeama”, da me fondata diversi anni fa e di cui sono il presidente.

Tanto, perché, era particolare l’amore ch’egli nutriva per il teatro – ma, anche per le attività collaterali destinate al suo sostegno - al cui centro egli, comunque, poneva le rappresentazioni di opera lirica. Ho potuto apprezzare questa sua ammirevole inclinazione durante le innumerevoli volte in cui abbiamo avuto la possibilità di dialogare e, certamente, qui, al Politeama, sin dall’inizio della sua attività. Uomo generoso, geniale, versatile verso il quale conservo ammirazione e rispetto. Una bella amicizia.

Quindi, il Politeama, strapieno di pubblico, accorso per godere di questa magnifica opera verdiana: Otello, la cui esecuzione musicale è stata affidata all’Orchestra Filarmonica della Calabria - direttore Filippo Arlìa - la quale ha esercitato pienamente il suo ruolo, anzi con connotazioni di grande pregevolezza interpretativa, malgrado l’opera presentasse diverse caratteristiche di complessità. Prima dell’inizio, sul palcoscenico, insieme - ormai diventando consuetudine -  Aldo Costa, Direttore generale della Fondazione e Gianvito Casadonte, il nuovo sovrintendente dopo Foglietti, in particolare per magnificare la stagione teatrale che andava a concludersi, di cui l’Otello sarebbe stato il punto massimo di rappresentatività.

L’effetto scenico è stato di grande valenza, magnifico, perciò traducendo in pieno il pensiero del grande compositore, il quale, nella maggioranza delle sue composizioni, riserva grande risalto a questa caratteristica, al fine di rafforzarne la loro potenza espressiva. Inoltre, hanno giocato la loro parte “ Il Coro Lirico Siciliano”, diretto da Francesco Costa, le luci, i colori, i costumi di scena.

Fino alla fine dello spettacolo, indiscutibilmente, sul palcoscenico era presente Verdi, in tutta la sua maestosità. Magnifica, splendida, la raffigurazione dei personaggi nell’interpretazione di questa Opera grandiosa, che Verdi ha tratto dall’omonima tragedia di Shakespeare, cogliendone tutti gli elementi compositivi e, quindi, creando, attraverso le magnifiche forme espressive della musica e del canto, un’alta e infuocata atmosfera ideale di rappresentazione, così dando anche sfogo alla sua eccezionale sensibilità drammaturgica. Tanto, è apparso anche ieri sera, qui, al Politeama di Catanzaro.

Composta nella tarda età, l’opera, in molti aspetti, risente dell’influenza della musica di Wagner, contemporaneo di Verdi, il quale, pur conscio del suo valore, fu molto attento alle grandi correnti di pensiero, specie quelle che percorrevano l'Italia e l'Europa, talvolta assorbendo alcuni significati, ma, senza mai tralasciare la potenza della propria originalità che ha fatto di lui un compositore grande, tra i pochi grandi, tanto è vero che, senza alcuna discontinuità nel tempo, l’esecuzione delle sue opere, specie quelle più celebri - come Aida, Nabucco, La traviata, Il barbiere di Siviglia, Il trovatore, Rigoletto -  tutt’ora invade i migliori teatri esistenti nel mondo, peraltro, sempre ottenendo vasto consenso di pubblico entusiasmato.

L’influenza wagneriana in Otello, tuttavia, non fa perdere all’opera la traccia romantica che, d’altronde, invade la gran parte delle opere verdiane con quell’impulso che potenzia i grandi sentimenti dell'animo umano, attraverso quella musica che ricorda una sorta di ispirazione divina, fatta di passione ardente, con cui, spesso, trova forte espressione la realtà straziante e quella tragica, pervase da struggente malinconia, ma anche da speranze indomabili. Sono leggibili gli alti temi della filosofia umana nelle opere di Verdi, quella che fa palpitare e ardere il cuore e la mente del grande pubblico, specie di quello appassionato alle sue composizioni.

E così è successo ieri sera al Politeama con un pubblico debordante in fatto di applausi. Infatti, non si può restare indifferenti innanzi a quella rigogliosa melodia di musica, di canti che l’opera propone con le tante inflessioni, quando recitanti o sussurranti, o declamanti, ma tutte con dolcezza anche nel declamare note tragiche.

E’ addirittura angelica la melodia di Desdemona, ingenua, innocente, “Io prego il ciel” con cui spalanca il mondo delle sue sofferenze, nella quale s’immerge quell’effetto di violini che rende tutto insuperabile.

E ancora più angelica nell’intensa “Canzone del salice” con quei miracolosi passi di leggerezza orchestrale intrisi da cocente poesia. Un canto di disperazione e di amore, ma anche di invocazione al perdono per Otello, malgrado la sua forte sensazione ch’egli la ucciderà.

Non mi soffermo sulle interpretazioni esibite dagli altri protagonisti, comunque tutte lodevoli, se non sul monologo di Otello, l’ultimo, struggente, che offre con enorme soffrire, prima di pagare con la propria vita, togliendosela, l’uccisione della propria moglie, innocente, così riconquistando dimensione umana e, nel contempo,  conferendo al finale quella tensione emotiva con cui Verdi, largamente, culmina con le sue opere. Nella scena finale, tuttavia, prorompe l’amore, pur nella sua tragicità conclusiva. Quei due corpi, inermi, uniti dalla morte, tra svolazzare, etereo, per farne sfondo, di fiori che vanno su, su, verso il cielo, quello che piange con il pianto degli umani.  

Anche in quest’opera v’è la sublime musica verdiana, ora attenuata, ora dolce, ora triste, con quei tipici crescendi, ma  tutta orientata alla sensazione emotiva e alla sicura spettacolarità.

In me, si è erta, ieri sera, anche ieri sera, struggente, invasiva, la carica delle incontrollabili emozioni. Mi accade quando mi capita di assistere alle rappresentazioni della maggior parte delle opere verdiane. E pure in altre occasioni suscitanti. Verdi, dunque, mi appassiona. Di questo, in coscienza, v’è, dentro, pacata certezza.

 Franco Brescia-Catanzaro

 



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