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da "InCriminis" di Claudia Ambrosio, Criminologa

CatanzaroInforma.it: La criminologia del lavoroLa criminologia del lavoro

Esiste un settore poco studiato e di cui si parla ancora meno che inizia a destare un certo interesse per il criminologo: quello del lavoro.

A prima vista non sembrerebbe esserci alcuna diretta correlazione tra i due ambiti, ma questa è un’analisi miope: alla base, infatti, di molte dinamiche patologiche che interessano il criminologo vi è il nuovo modo di concepire il mercato del lavoro che sempre più spesso è teatro di sfruttamento, persecuzione, suicidi, morte per mancanza o per eccessivo carico di lavoro.

In altre parole al criminologo attento non può e non deve sfuggire che oggi di lavoro e per il lavoro si muore: anche il lavoro può diventare movente e può determinare l’insorgere di episodi criminosi.

Ma procediamo con ordine: in primis un’analisi metodologica degli aspetti criminogeni del lavoro, non può prescindere da una breve rassegna di quelli che potrebbero rappresentare i c.d. fattori scatenanti dell’agito auto o etero lesivo.

Essi sono molteplici e variegati, in testa ovviamente si trovano i c.d. fattori individuali, ovvero quelli strettamente legati alla vita del soggetto, ma non solo, rientrano nel calderone anche: politiche aziendali altamente competitive, la crisi economica, la crisi del mercato del lavoro, il sempre crescente aumento della disoccupazione, solo per citare i più rilevanti.

Ne deriva che, qualunque analisi criminologica legata al mondo del lavoro, non può prescindere da una visione macroeconomica e non limitarsi solo alla valutazione del caso specifico sottoposto all’attenzione della cronaca.

Ma vi è di più: analizzare questo delicato ambito richiede anche una profonda valutazione sull’impatto che l’odierna “incertezza nel mondo professionale” ha sull’individuo, nonché sulla costruzione della sua identità personale oltre che professionale.

In altre parole è fondamentale valutare il rapporto tra “lavoro e identità” e quindi l’importanza del lavoro per l’individuo. Non a caso nel processo di costruzione dell’identità personale e sociale, innegabile importanza è da attribuirsi alla professione e alle esperienze vissute durante la vita lavorativa: a titolo esemplificativo basta pensare che il più delle volte alla domanda: chi sono io? spesso si risponde con cosa faccio io, quindi l’uomo tende a creare un legame tra identità personale e lavorativa.

La flessibilità, richiesta nell’ambito professionale, mette in crisi tale legame poiché assume i connotati della precarietà. La stessa espressione mercato del lavoro è emblematica della mercificazione che investe il mondo delle professioni, nel quale gli individui vengono spesso trattati come tasselli da spostare, da rimuovere e da rimpiazzare in qualsiasi momento secondo le esigenze dell’organizzazione.

Il lavoro rappresenta, quindi, il primo canale di incertezza nella vita personale dell’individuo e può diventare a più livelli campanellino di allarme di disagio. L’individuo vive un pericoloso dualismo da cui scaturisce disorientamento e malessere: gli si chiede, infatti, di assumere due contrapposti ruoli: in famiglia impegno per tutta la vita, dedizione incondizionata, stabilità, viceversa al lavoro impegno con scadenza determinata, mobilità, flessibilità, progettualità a termine.

La persona si trova, pertanto, in una situazione di confusione, incertezza, turbamento nella gestione del conflitto, concentrazione sul sé, riduzione dell’empatia a causa della eccessiva competitività. Da quanto detto deriva che se comune è lo scenario da cui muovere, al contrario spostandoci sul fronte vittimologico, il quadro è tutt’altro che omogeneo. Il profilo, infatti, della “vittima da lavoro” è caratterizzato dall’appartenenza a categorie eterogenee e spesso diversissime tra loro, il cui unico comune denominatore è quello di operare in un mercato del lavoro “malato”.

Ad esempio possono rientrare in tale categoria i giovani laureati che, non riuscendo a trovare una collocazione nel mondo lavorativo uccidono o, più spesso si suicidano, i professionisti che per sopravvivere ai tagli aziendali si rendono protagonisti o, viceversa subiscono mobbing o altri episodi di violenze, il padre di famiglia che si trova disoccupato in tarda età e non sapendo come portare avanti il ménage familiare, compie atti di omicidio/suicidio o si rende autore di violenza domestica o intrafamiliare.

Esiste poi un’altra interessante categoria che avvicina mondi completamente opposti ovvero quella dei “morti per super lavoro”. In questo ambito rientrano, infatti, sia le vittime del lavoro nero o del caporalato, che in molti drammatici casi riportati dalla cronaca sono letteralmente “morti di stanchezza”, sia manager o dipendenti di prestigiose multinazionali.

L'espansione economica internazionale recente delle multinazionali giapponesi ha esportato la nozione morte da super lavoro verso paesi europei, quale estremo effetto della globalizzazione. In questi casi la morte da super lavoro assume il più esotico termine di karōshi, il Giappone, infatti, ad oggi è una delle poche realtà in cui questa categoria è riportata nelle statistiche dei decessi.

Singolare che le cause mediche principali delle morti da karōshi siano in molti casi le stesse dei morti da sfruttamento del lavoro nero o del caporalato e cioè attacco cardiaco dovuto a sforzo e stress, in misura minore suicidi. Se difficoltoso è apparso tracciare il quadro vittimologico all’interno di una cornice unitaria, più semplice, al contrario, è rappresentare il profilo del “reo” che in modo sbrigativo potremmo individuare in chi si approfitta di questa situazione, sfruttando il malessere del lavoratore e contribuendo alla costruzione di un fattore di alto rischio sociale.

Volendo semplificare al massimo reo è colui il quale contribuisce ad alimentare la soggezione della persona alle regole del mercato, dimenticando che ciò contrasta con i principi garantiti e tutelati dalla Costituzione (artt. 41, 42, ecc.) Per sua natura il mercato, infatti, (J. Rifkin, M. Castells, Z. Bauman) non invoca la certezza ma prospera sull’incertezza: competizione, deregolamentazione, flessibilità, sono condizioni necessarie del mercato atte a creare un’economia dell’incertezza. Il mondo del lavoro, al contrario, è ambito che va tutelato, conformato e reso idoneo al soddisfacimento delle principali aspirazioni e dei progetti esistenziali di ognuno.

Ecco perché appare necessario garantire una continuità tra vita privata e vita lavorativa, nonché rivendicare il diritto al lavoro inteso non nella sua dimensione economica, cioè finalizzato al consumo, ma come base per promuovere dignità, progettualità (del sé e del futuro) e soddisfacimento del bisogno di identità. In un clima lavorativo caratterizzato, infatti, da forte precarietà, da difficoltà all’ingresso nel mondo del lavoro, da politiche aziendali che sviluppano una forte competitività nel team, dal perseguimento del risultato a scapito dell’equilibrio psicofisico del lavoratore, non stupisce che gli episodi legati a conflittualità nel luogo di lavoro siano aumentati negli ultimi tempi e questo rappresenta una delle più grandi sconfitte della nostra “evoluta” società.

L’augurio, dunque è che quello del lavoro torni ad interessare prevalentemente l’ambito che gli è più congeniale e cioè quello del diritto e meno quello della criminologia.

 

 

Claudia Ambrosio Avvocato-Criminologa


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