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da "InCriminis" di Claudia Ambrosio, Criminologa

CatanzaroInforma.it: 'Non chiamateli bulli''Non chiamateli bulli'

Accade ormai sempre più di frequente, che nel definire un episodio criminoso che veda coinvolti gruppi di giovani che si macchiano di orrendi fatti di cronaca, ricorra la parola “bullo” o “bullismo”.

Questa tendenza non sembra corretta poiché, oltre a dare una connotazione meno grave al fatto in commento e a degradarlo quasi ai livelli di una mera “ragazzata”, ingenera nell’opinione pubblica una certa confusione terminologica.

In primis, infatti, occorre distinguere tra ciò che è bullismo e ciò che non lo è, e questo principalmente al fine di evitare che ”se tutto è bullismo nulla più è bullismo”.

Proseguendo, poi, è fondamentale evitare di confondere bullismo e reato vero e proprio e ciò, principalmente per scongiurare il rischio di “sminuire” fatti gravi e degni della più severa reazione da parte dell’ordinamento giuridico e della società.

Facciamo dunque un po’ di chiarezza distinguendo il bullismo dal mero comportamento violento e, inseguito, il bullismo dal reato.

Il termine bullismo, infatti, non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più soggetti, ma precisamente "un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli".

La definizione è data dalla giurisprudenza, posto che, come noto, ad oggi non esiste una definizione legislativa di bullismo a differenza di quanto accade per il cyberbullismo.

Il comportamento violento, al contrario, è “la tendenza abituale a usare la forza fisica o psicologica al fine di imporre la propria volontà”.

In criminologia sono state proposte diverse spiegazioni causali del fenomeno: da quella classica basata sull'istinto, che vede la violenza come manifestazione di aggressività primordiale insita nella storia naturale del genere umano, a quella più recente fondata su un'interpretazione multicausale che fa riferimento ai fattori sociali e culturali, ecc. 

Si definisce reato, invece, “quel comportamento umano volontario, che si concretizza in un’azione o omissione tesa a ledere un bene tutelato giuridicamente e a cui l’ordinamento giuridico fa discendere l’irrogazione di una pena (sanzione penale)”.

Spesso il bullismo viene presentato dagli autori dei comportamenti vessatori come azione scherzosa, il limite tra prepotenza e scherzo è poco definito, tuttavia un punto di riferimento chiaro per discernere tra prepotenza e gioco è costituito dal disagio della vittima.

Ogni qual volta la vittima che subisce la situazione, esprime con parole o atteggiamenti di essere in difficoltà, è possibile ravvisare l’evento come un episodio di prepotenza.

Al contrario, quando il fatto posto in essere dai presunti “bulli” integri una fattispecie di reato, ci si trova in presenza di una condotta penalmente rilevante e non di un semplice comportamento vessatorio integrante la condotta di bullismo tout court.

Ma chi è oggi la vittima di bullismo? E fino a che punto ci si trova in presenza di bullismo e non di veri e propri reati?

Quando pensiamo alla vittima di bullismo il pensiero ci porta ad una dimensione che ha a che fare con l’infanzia o con l’adolescenza: nell’immaginario collettivo la vittima di bullismo viene associata a un minore o al massimo a un adolescente, ma oggi ci si chiede se possa esserne vittima anche un adulto.

La domanda è quanto mai appropriata, anche in considerazione dei recenti fatti di cronaca che, sempre più spesso, vedono vittima delle vessazione dei prepotenti maggiorenni e non solo giovanissimi

Il  fenomeno, quindi, non distingue tra età, sesso ed etnia e può coinvolgere chiunque; esiste, però, una sottile differenza che rende le vittime adulte forse “ancora più vittime” rispetto a quelle di età più tenera e questo anche agli occhi dell’opinione pubblica.

Le vicende che riguardano i minori, infatti,  fanno più discutere perché toccano il cuore, si dà quasi per scontato che la vulnerabilità sia appannaggio esclusivo dell’infanzia e si dimentica che, al contrario, essa è una dimensione che caratterizza diverse categorie quali gli anziani, le donne, i disabili , spesso lontane tra loro ma accomunate tutte dalla medesima fragilità.

Quando la vittima di bullismo è un adulto, inoltre, il senso di vergogna è, in molti casi, più amplificato rispetto a quello vissuto dalla vittima minorenne,  poiché la persona più grande d’età dovrebbe aver acquisito, con il tempo e con l’esperienza, la capacità di reagire congruamente alle prepotenze e, quando ciò non avviene, il senso di smarrimento e di inadeguatezza è spesso insopportabile.

Da quanto detto deriva un altro dato su cui riflettere ovvero che, con riguardo al bullismo tra maggiorenni, i dati non sono sempre veritieri: in questi casi non è infrequente scontrarsi con un alto tasso di “numeri oscuri”, ovvero, con casi esistenti ma taciuti e non denunciati alle autorità competenti.

In tanti casi, poi, le vessazioni, le violenze, le umiliazioni vengono celate anche al resto del mondo perché si ha imbarazzo nell’ammettere di essere sistematicamente derisi, scherniti, feriti nel corpo e nell’anima e magari si spera che, nonostante il muro di omertà che da soli si è edificato, qualcuno si accorga comunque della cattiveria e della violenza che si sta subendo.

Di solito, però, nessuno vede, nessuno si accorge, nessuno interviene e le violenze continuano nella più totale solitudine.

Tra i casi che più hanno fatto discutere si ricordano: quello del disabile di 50 anni legato a un albero con lo scotch ad Andria, in Puglia: la banda di “bulli” aveva preso di mira un uomo con problemi psichici, costretto a subire angherie e prepotenze,  mentre, in un altro noto fatto di cronaca un 30enne torinese ha deciso di porre fine alla sua vita, dopo mesi di soprusi subiti dai presunti “bulli”.

L’ultimo, solo in ordine di tempo il caso dei c.d. “bulli” di Manduria: la vicenda è recentissima e si è distinta per la particolare ferocia dei giovani protagonisti, molti dei quali minorenni.

La gang in questione si è resa colpevole di vessazioni, molestie, maltrattamenti, danneggiamenti, percosse e perfino torture ai danni di un mite pensionato affetto da problemi di natura psichica, portandolo alla morte, in una dinamica ancora tutta da chiarire.

Sono ancora vive, nel ricordo di ognuno di noi, le immagini diffuse dai telegiornali in cui si vede l’uomo che tenta, invano, di difendersi gridando aiuto, grida che nessuno ha sentito.

L’episodio è paradigmatico di un degrado morale e sociale che sta caratterizzando la nostra società e inaccettabile appare la crudeltà di cui sono capaci giovani c.d. “normali” ai danni di un soggetto reso ancora più vulnerabile dalla sua disabilità mentale, il tutto nell’indifferenza generale.

 Nella dinamica criminosa del fatto in esame, poi, ruolo centrale ha il “branco”; per prima cosa, infatti, necessita spiegare il termine “branco” riferito all’argomento bullismo, poiché l’unirsi in gruppo non è di per sé qualcosa di negativo, anzi, è segno di civiltà e far parte di un gruppo è qualcosa di positivo.

Ma un “gruppo” può diventare negativo quando incomincia a chiudersi, a escludere, quando esige regole severe per entrarvi a farne parte e ,soprattutto, quando delinque.

L’unione fa la forza il gruppo può incominciare a sentirsi potente, diventa violento, abusa del proprio potere, e oltrepassa i limiti, prevaricando i più deboli.

Il leader o i componenti più carismatici decidono le scelte di un gruppo, gli altri li seguono: il senso di appartenenza, la condivisione di idee, la provocazione, lo sprezzo per le regole, il desiderio di trasgredire, poi, fanno il resto.

A questo punto, quindi, torniamo alla domanda di partenza: si tratta di bulli o veri e propri criminali?

Bullismo, infatti, può essere una parola che minimizza un atteggiamento, lo ghettizza come a volerlo sminuire e questa parola, si è detto, non va bene quando si tratta di rovinare una vita, quando si trascende dagli scherzi e si finisce nell’uccidere.

In questi casi è, dunque,  più corretto parlare di veri e propri criminali e non di bulli poiché siamo in presenza di veri e propri reati.

Questa precisazione terminologica è un dovere che la comunità ha nei confronti delle vittime, quella comunità pronta a deporre fiori e biglietti sulla tomba del malcapitato di turno, ma che in precedenza non ha visto, non ha colto, non ha capito o forse non ha voluto capire.

L’indifferenza della società e l’inadeguatezza della rete sociale a intervenire prontamente per salvare e non solo per compatire, rappresentano una grande sconfitta per la civiltà e soprattutto per quei valori di inderogabile solidarietà che dovrebbero essere imprescindibili in una compagine umana che possa definirsi “civile”.

Quei fiori e quei biglietti non assolvono le colpe della maggioranza silenziosa, di quell’esercito di ignavi che si accorge del male sempre troppo tardi per porvi un freno.

Ecco, quella stessa comunità ha almeno il dovere di non sminuire una morte avvenuta a seguito di crimini effettivi e non a seguito di un gioco, di uno scherzo, di una “ragazzata”.

Alle vittime, dunque, almeno una questo è dovuto ovvero chiamare le cose con il loro nome, e allora non chiamiamoli bulli, chiamiamoli, come è giusto che sia criminali.

 

A cura: Claudia Ambrosio Criminologa


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