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da "InCriminis" di Claudia Ambrosio, Criminologa

CatanzaroInforma.it: La violenza economicaLa violenza economica

Quando ci si occupa di violenza nell’ambito dei rapporti affettivi e sentimentali, spesso la mente ricorre a casi in cui la distinzione tra la vittima e il carnefice è netta e ben definita: così accade per tipologie di illeciti penali, che non soltanto sono riconoscibili e delineati giuridicamente, ma sono altresì caratterizzati da una normazione specifica.

Vi è, al contrario, una forma di violenza che si insinua in modo subdolo nei rapporti di coppia, e che può trovare la propria origine durante il periodo sereno e felice del rapporto affettivo, per poi manifestarsi quando la coppia va in crisi e si verifica la conflittualità: è la violenza economica.

Il diritto ha incontrato e incontra non poche difficoltà nel disciplinare tali tipologie di violenze: la legge, infatti, interviene soltanto quando l'equilibrio è ormai compromesso e si sono già innescati, nell'ambito della famiglia, quei meccanismi che conducono inevitabilmente alla rottura definitiva dei vincoli affettivi.

Solo di recente si è posto l’accento su interventi di tipo preventivo e non solo repressivo, soltanto in questi ultimi anni il fenomeno della violenza intrafamiliare, in tutte le sue molteplici forme, si è trasformato da una questione privata ad un problema pubblico.

È da sottolineare che, ad esempio sebbene le fattispecie che confluiscono in forme di reato siano le forme più evidenti di violenza, esistono anche una serie di comportamenti molto più subdoli e celati che conducono comunque ad effetti devastanti.

Ci si chiede che effetto abbiano tali forme di violenze e se esse possano contribuire a delineare un malessere; in particolare la violenza economica è la creazione o il mantenimento di una situazione di dipendenza economica.

Come nasce?

La violenza economica può nascere in diversi modi: in primis essa presuppone una sudditanza di una parte rispetto all’altra, segue una evidente disparità economica fra le parti, la rinuncia alle proprie ambizioni subìta e accettata da un partner per favorire la carriera dell’altro, nella fiducia che tale sacrificio sarà ricompensato da una assistenza, anche materiale, duratura e adeguata al sacrificio compiuto.

Nella casistica rientrano innumerevoli ipotesi: si va dalla famiglia monoreddito, nella quale il soggetto più debole, complice la crisi, è impossibilitato a ottenere la propria indipendenza, non rari anche i casi di situazione di impresa familiare, dove il lavoro e il conseguente reddito viene considerato l’unica fonte di mantenimento della famiglia.

Rientrano, poi, le pretese, in caso di separazione, di mantenimento per sé e per i figli spropositate rispetto alle possibilità economiche della controparte e il sistematico inadempimento ai propri obblighi di natura economica imposti, successivamente alla rottura del vincolo matrimoniale.

In tutti i casi elencati “la parte forte” può essere tanto la moglie quanto il marito tuttavia secondo una recente indagine una donna su tre è vittima di violenza economica, subendo dal partner abusi nella gestione del patrimonio e dei beni di famiglia.

Si resta, ad esempio, intrappolate in un mutuo condiviso con l’ex, si ha la privazione totale o parziale del salario, oppure si è costretti a mantenere il compagno, che non lavora o, comunque, non si ha voce in capitolo sulla gestione economica della famiglia.

Rientra comunque in tale forma di abuso anche impedire la ricerca o il mantenimento del lavoro, ma anche il c.d. “abbandono economico”, cioè il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento, poiché sono elementi che contribuiscono ad impoverire le vittime e a renderle di fatto prive di libertà.

Non sempre quando si parla di violenza economica si trascende nell’aspetto penale, il principio di tassatività, cui è improntato il diritto penale fa sì che una condotta, per essere inquadrata come reato deve anzitutto rientrare in uno schema preciso predefinito dal legislatore.

L'esperienza e la pratica dei centri antiviolenza ha messo in evidenza l'insufficienza degli strumenti di tutela giudiziaria per le violenze all'interno della famiglia, per i rapporti coniugali, per le convivenze di fatto e per i conflitti familiari tra soggetti diversi dai coniugi.

La legge penale, guarda al fenomeno della violenza fisica o morale tutelando l'interesse dell'intera collettività ad evitare le distorsioni e i danni recati allo sviluppo della personalità e, quindi, prevedendo le pene del carcere o della multa solo per i fatti che più immediatamente pregiudicano tale interesse.

La legge civile, invece, si occupa più direttamente dei rapporti tra gli individui, reagendo alle violazioni di regole dettate spesso in modo elastico e generale mediante strumenti diversi dalla pena.

La nuova disciplina interviene sia nell'ambito penale che in quello civile.

La violenza economica ha avuto un suo riconoscimento nell’ambito dell’art. 342 bis (ordine di protezione contro gli abusi familiari) e ter  c.c., la giurisprudenza civile ha chiarito che: “la violenza economica nei rapporti familiari, rientra tra le fattispecie applicative del 342 bis e ter c.c. dal momento che la stessa è riconosciuta come una condotta gravemente lesiva della libertà della persona, idonea a minare il suo equilibrio psicologico nonché di pregiudicare la sua possibilità di costituirsi, all’indomani della separazione una vita autonoma, non solo da un punto di vista morale, ma anche materiale”.

Negli altri casi, a meno che non si riesca a dimostrare che la violenza economica rientri nel più complesso quadro del delitto di maltrattamenti in famiglia questo genere di abuso resta sottile e impalpabile.

Importante è comunque lo sforzo della giurisprudenza della Corte di Cassazione, che, in più di una occasione ha stabilito che “è punibile la condotta del coniuge tesa a rendere la vita insopportabile al partner con l’umiliante ed ingiustificata vessazione di natura economica”.

Spesso, infatti, l’incapacità a lasciare un partner violento è data dalla mancata indipendenza economica del “coniuge debole”.

La delicatezza della materia ha portato il legislatore penale a intervenire recentemente (con D.lgs. 01/03/2018 n. 21) introducendo la fattispecie di cui all’art. 570 bis c.p., rubricato come “violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio”, con il quale vengono sanzionate penalmente le condotte del coniuge che si sottragga all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto anche in favore dei figli, in caso di separazione, divorzio o nullità del matrimonio.

Tale disposizione si aggiunge a quella prevista dall’art. 570 c.p. che disciplina il reato di “violazione degli obblighi di assistenza familiare” ai sensi del quale:

“Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità dei genitori, o alla qualità di coniuge, o convivente è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103,00 a euro 1.032,00.

Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:

1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge;

2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti  o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un'altra disposizione di legge”.

Tuttavia va notato che non potrà mai esserci una tutela adeguata, se essa sarà soltanto giudiziaria.

È necessario in primis una tutela da parte della collettività, come tutela sociale per la vita di tutti i giorni, è essenziale il rispetto dei diritti soprattutto da parte delle fondamentali agenzie educative e protettive, delle istituzioni e degli organi di stato.

I comportamenti devianti, all’interno della famiglia, molto probabilmente sono destinati ad aumentare se non supportati da una più attenta e mirata attività di prevenzione.

I programmi di prevenzione che intendano recuperare e ridimensionare gli effetti e le conseguenze a livello individuale della perdita di tali fondamentali presupposti non possono prescindere dalla c.d. educazione finanziaria cioè da una maggiore consapevolezza, soprattutto delle donne, nella gestione economica delle finanze.

Molte di loro, infatti, spinte dall’amore lasciano campo libero al marito/compagno, firmano documenti senza rendersi conto di cosa si tratti o accettano di rinunciare a lavorare per dedicarsi solo alla famiglia.

È fondamentale, pertanto, anche un cambiamento culturale che veda le donne più valorizzate dal mondo del lavoro e soprattutto non costrette a rinunciare all’indipendenza economica, al lavoro, alla propria casa.

La tutela contro la violenza intra ed extrafamiliare è un dovere che grava su tutti i consociati, in quanto l'intervento del giudice, molto spesso, arriva troppo tardi.

 

Claudia Ambrosio
Avvocato - Criminologa

 


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