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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Malattia e maternità: i nuovi tabù?Malattia e maternità: i nuovi tabù?

Malanni di stagione, allergie da sconvolgimenti climatici, forme asmatiche da avvelenamento atmosferico e gravidanze più o meno programmate. Capitano. E quando piombano nell’ordinato, regolato tran tran quotidiano, scardinano gli ingranaggi; fanno saltare i mattoni di smeraldo della strada che porta al paese di Oz; scombussolano i rassicuranti punti di riferimento cui siamo tanto abituati.

Tre giorni chiusa in casa per via di un brutto raffreddore e anche la mia modesta, cara agenda giornaliera – che non sarà quella di Mario Monti, ma… Com’è che si dice? A ciascuno il suo! – si squaderna perdendo alcune delle sue pagine più preziose: due lezioni in palestra, tre ore di laboratorio in una scuola materna, un incontro con un prete colombiano che si sta gentilmente prestando a tradurmi dei documenti etnografici dallo spagnolo e un’intervista a una psicoterapeuta esperta in teatro terapia da cui speravo di trarre il mio prossimo articolo.

Mario Monti avrebbe delegato un vice esperto. Ma io? Non mi resta che abbandonarmi ai miei stati febbrili e vaneggiare in solitaria come un’eroina romantica.

La testa mi martella insistente, pare espandersi ad ogni colpo e restringersi ridandomi un flebile sollievo per un brevissimo intervallo di tempo. Come nelle coliche.

Ricordo che quand’ero piccola, mamma me la fasciava non prima di averci messo sopra delle fette di patata (bizzarri e affettuosi metodi di una volta!), ma temo che se lo chiedessi al mio compagno, giusto per riprovare l’ebbrezza di quelle antiche coccole infantili, mi lascerebbe seduta sante. Opto per una pasticca. Sarà meno pittoresca della patata ma almeno ha un effetto più duraturo.

Durante la mia infanzia, quando si era costretti a letto da una lunga malattia esantematica o da una breve, banale influenza, si usava spendere i pochi momenti di lucidità convalescente concedendosi una bella overdose di TV. Oggi c’è il web. Portatile, smartphone, tablet o play station poco importa: ormai quasi tutti i dispositivi elettronici che le nostre finanze ci permettono, sono in grado di supportare almeno una delle più o meno inutili attività interattive conosciute con i nomi di streaming, podcast, WhatsApp, chat e giochi virtuali. L’utente meno tecnologico – per non dire il più sfigato – può sempre fare affidamento sugli SMS. E così mi adeguo anch’io: annullo i miei impegni via mail; mi preoccupo di inviare, sempre telematicamente, al mio datore di lavoro il numero di protocollo identificativo del certificato che il mio medico curante mi ha fatto e che, a suo tempo, ha inviato all’INPS; rendo pubblico il mio stato di salute su Facebook – neanche fossi il Papa che manca un affaccio per il consueto Angelus domenicale! – e navigo pigramente in rete cercando ispirazione.

I commenti di solidarietà alla mia indisposizione non tardano ad arrivare. Alcuni sono sbrigativi emoticon (le faccette e gli altri pittogrammi e ideogrammi urbani entrati simpaticamente a far parte della più contemporanea comunicazione video scritta); altri sono consigli su rimedi da adottare per una pronta guarigione; altre ancora sono constatazioni della mia fortunata posizione rispetto ad altri lavoratori che, a differenza di me, non possono permettersi di ammalarsi – alias: permettersi di assentarsi dal proprio posto di lavoro – perché non hanno tutele previdenziali come quelli del pubblico impiego, quindi: se non lavorano, non mangiano.

E così mi si apre un mondo.

Mi tiro su a sedere con tre cuscini dietro la schiena e una felpona antispifferi e mi tuffo nell’Italia neanche troppo sommersa dei contratti a progetto, a chiamata, a collaborazione, d’apprendistato, determinati, autonomi, persino di quelli indeterminati, che se da un lato dovrebbero far tirare un sospiro di sollievo per delle garanzie in più rispetto a tutte le altre fumose tipologie contrattuali fin qui elencate, dall’altro nascondono un inatteso tranello, un’eventualità non più così remota cui la maggior parte della popolazione italica, forse fino a prima della tanto odiata riforma Brunetta, non avrebbe mai creduto di poter incorrere: i rimorsi di coscienza, ovvero la preoccupazione, da parte del lavoratore assentatosi per giusta e motivata causa, di arrecare comunque un disagio all’azienda.

– Insomma, io la febbre ce l’avevo davvero, ti giuro, e lo sapevo che se non me ne stavo a casa per almeno un paio di giorni correvo il rischio di trascinarmela per chissà quanto. Avevo tutte le ragioni di questo mondo e la coscienza pulita, eppure lo sai che non ce l’ho fatta? Ci sono andata lo stesso a lavoro. Con una supposta di tachipirina 1000.

Il post di questa mia amica, che non ricordo si sia mai distinta per uno spiccato stacanovismo, mi fa riflettere su una possibilità di rivalsa del nostro popolo dalla brutta, atavica nomea di scansafatiche, e non è tanto per un’incontrastata fedeltà che questa martire metropolitana sembra voler continuare a mantenere nei confronti dell’azienda per cui lavora anche nella cattiva sorte (della martire, non dell’azienda), quanto per una sua ben più terrena e non meno lodevole preoccupazione verso gli altri: siano essi colleghi o fruitori del servizio da lei regolarmente svolto.

Non ho il tempo di trovare una formula sintetica ma ugualmente pregnante con cui mostrarle la mia ammirazione, che si innesta un acceso dibattito on-line.

– Si vede che non hai niente di meglio da fare! Se mi ammalo io, chi li guarda i bambini? – replica inacidita un’amica di un’amica di un’amica.

– Io, invece, i figli non ce li ho, e credo che non ce li avrò mai, siccome non lavoro e mio marito fa il vigilante per una ditta che non gli paga né ferie né malattia. S’è dovuto pure aprire la partita IVA… Neanche fosse un libero professionista! Lo pagano ogni due mesi!!!

– Non è possibile! – risponde un’altra. – Per che razza di agenzia lavora? Aspetta… Ma è una GPG o un vigilante disarmato tipo i figurini di Gucci?

La conversazione mi sfugge di mano. Mollo per qualche minuto la mia pagina di Facebook e cerco su Google queste astruse sigle che mi fanno sentire un’esclusa, e così scopro che quelli che svolgono servizio di vigilanza disarmata/non decretata e di portierato (i figurini di Gucci di cui sopra), non hanno né il porto d’armi né lo smanicato imbottito, e il loro servizio sembra più che altro di cortesia: aiutano a far defluire la folla dai negozi più esclusivi, chiudono le porte al pubblico a tempo debito, salutano all’entrata e all’uscita degli avventori e camminano su e giù per il locale con portamento impeccabile lanciando studiate occhiate alla James Bond nei loro eleganti completi scuri. Il che, il più delle volte, serve da deterrente a improvvisati ladruncoli. In Italia sono tantissimi, e forse proprio per questo non hanno un contratto unico di riferimento, ma devono sottostare a quelli che ogni agenzia, arbitrariamente, applica loro per analogia ad altre figure professionali. Ne deduco che c’è chi è più fortunato e ha ferie e malattia pagate, e chi invece deve accontentarsi. E chissà quante altre categorie lavorative ci sono che boccheggiano come loro nel nostro paese!

Quando torno alla pagina telematica abbandonata, l’ultimo post tuona a lettere maiuscole: – LA MALATTIA È UN DIRITTO!

Storco il naso. Mi risulta difficile credere pedissequamente a un tale assunto, nonostante la buonafede di chi lo sostiene. Il Sabatini Coletti così definisce la parola diritto: ciò che ogni cittadino può giustamente rivendicare di fronte alla comunità. E, per estensione: ciò che l'individuo pensa che gli spetti o crede di potere rivendicare in base a esigenze naturali o alla cultura e alle consuetudini della comunità in cui vive.

Ma se uno si ammala, non mi pare che possa rivendicare alcun diritto ad essere malato, in quanto non decide autonomamente di assumere questa condizione svantaggiata – a meno che non sia un masochista – ma gli capita semplicemente in sorte. Forse sarebbe più giusto dire che è la tutela della malattia del lavoratore a dover trovare una garanzia e un riconoscimento nella nostra società civile.

Torno sul network sociale e l’argomento è già andato oltre: si parla di maternità, che non è una malattia ma è pur sempre un condizione che va tutelata e garantita.

Anche qui i problemi legati al mantenimento del posto di lavoro da parte della gestante sono tanti, com’è tristemente noto, e nessuno si azzarda a fare il grande passo senza avere un contratto a tempo indeterminato, perché il periodo minimo previsto dalla legge per astenersi dall’attività lavorativa, è di cinque mesi in tutto, fermo restando che non ci siano delle complicanze o che le mansioni che la futura mamma è abituata a svolgere non risultino particolarmente pesanti e questa non possa essere trasferita provvisoriamente di posizione. Se poi quest’ultima ipotesi risultasse impraticabile, il datore di lavoro dovrebbe pagare la dipendente a vuoto, anche se nella misura del 20% in meno dell’intero stipendio, e benché questa non possa essere licenziata durante il congedo per maternità, niente impedisce all’azienda di non rinnovarle il contratto proprio in virtù di questa sua sopraggiunta inefficienza.

– Ci sono pure quelle che ci marciano, diciamo la verità. – posta un’altra utente.

Marciano. Mi immagino una giovane donna attraente, taglio di capelli alla francese (sarà per il film che ho visto l’altra sera), leggerissimo abitino elasticizzato sotto al ginocchio che non ne accentua alcuna forma sproporzionata se non un enorme pancione che le parte da sotto al seno fino all’attaccatura delle anche, tondo come il cerchio di Giotto, fiero come un pennacchio in cima a un cappello d’alta uniforme. La donna marcia vigorosa, entusiasta, seria e un po’ imbronciata. Marcia letteralmente, con i gomiti spiegati, le lunghe gambe nude che sforbiciano nell’aria, il busto e il capo rigidi rivolti verso un’invisibile platea, come in una tipica parata militare davanti a un capo di stato russo. Marcia su uno stretto tappeto rosso, col sole in faccia. Alla fine del tragitto l’asfalto si fa sabbia rovente, la passatoia di feltro diventa la passerella sbilenca di uno stabilimento balneare. La donna prende posto su una sdraio sotto un ombrellone e un politico in abito blu le serve un cocktail analcolico.

Mi sveglio dal sogno a occhi aperti e mi chiedo: marciano?! Che significa che ci sono donne che ci marciano? Lo stato interessante è diventato tutt’a un tratto un viaggio premio alle Mauritius? In quei nove mesi se ne possono forse andare in giro come se niente fosse, tirare fino all’alba in discoteca, prendere un treno o un aereo senza sapere che ciò può comportare delle conseguenze spiacevoli e darsi alla bella vita perché c’è qualche fesso che paga loro uno stipendio senza che si presentino a lavoro? È questo che, da donna a donna, pensano le altre donne di chi ha consumato fino all’osso tutto quello che la legge e i certificati medici le consentivano di usare per il proprio bene e per quello del proprio bambino? Una società che non capisce l’importanza e la fragilità della maternità, è una società sterile. In senso fisico e morale. E chi giudica male o invidia l’apparente furbizia di chi fa di tutto, nella legalità, per preservare l’incolumità della propria gravidanza, non fa che ingrossare le fila dei sospettosi e degli egoisti. Alla faccia della solidarietà femminile!

Spengo il computer amareggiata e accendo la macchina per l’aerosol.

Com’era tutto più semplice quando eravamo piccoli e il massimo delle conseguenze cui andavamo incontro per esserci ammalati era che rimanessimo un po’ indietro con il programma scolastico! Già non ne posso più di questo raffreddore, di passare tutto il giorno dentro a un letto, infiacchita dalle medicine e dalla sedentarietà. Chissà come si devono divertire le donne incinte con minacce d’aborto, o quelle che se la passano discretamente finché non devono sollevare pesi o stare immobili per otto ore davanti a un computer sentendosi in difficoltà se hanno bisogno di alzarsi per andare a fare pipì più spesso delle altre! E come devono spassarsela anche quelle che il bimbo lo hanno già avuto, ma a cui adesso tocca vegliare di notte per le poppate, e poi tenerlo d’occhio tutto il tempo perché la babysitter costa uno stipendio, e poi continuare a tenerlo d’occhio perché al nido comunale non l’hanno preso, e anche quello privato costa uno stipendio! Chissà quante volte hanno pensato: non era meglio quando andavo a lavoro?



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