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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Il contastorie Antonio de Pietro. L’arte delle origini.Il contastorie Antonio de Pietro. L’arte delle origini.

Facendo zapping annoiato, l’altra sera scopro un talent show americano sull’arte: Work of Art.

In pratica, mentre a X Factor si sfidano giovani cantanti, qui si sfidano giovani artisti. Non c’è giuria popolare ma solo tecnica, e sentire il parere di un esperto su un’opera pittorica piuttosto che su un’installazione a tema imposto dalla giuria come compito valevole ai fini della gara, si rivela inaspettatamente illuminante. Con la giusta guida, deduco che chiunque possa essere portato alla scoperta e all’apprezzamento dell’arte contemporanea.

D’improvviso mi viene in mente che mi ero riproposta da tempo di andare a far visita a un mio amico gallerista, così lo contatto e scopro che lui e il suo socio stanno cambiando ubicazione. Che peccato! Per una volta che mi ero finalmente decisa… Ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché durante la nostra lunga chiacchierata, mi consiglia caldamente di non perdermi, a gennaio, una personale molto importante di un artista cui sono entrambi molto affezionati considerandolo un po’ una loro scoperta.

– D’accordo. – gli faccio – Come si chiama?

– Antonio de Pietro.

– Come il politico?!

– No. Quello è Di Pietro. Questo è De Pietro. Tra l’altro è un tuo conterraneo.

Curiosity killed the cat: dice il proverbio. Non posso aspettare gennaio per conoscerlo, così chiedo a Massimo di organizzarmi un incontro.

All’appuntamento si presenta un signore in giacca e cravatta. Non ha nulla dello stereotipo dell’artista un po’ shabby, trasfigurato dalla propria visionarietà. Ha tutta l’aria di essere una persona normale, ma sembra andare di fretta, troppo di fretta per una che non si è portata dietro il registratore per sembrare meno formale ma che, con la memoria di un insetto che si ritrova, deve tenere lo sguardo basso sul proprio taccuino tutto il tempo, anche quando ci fermiamo a prendere un caffè al volo, quando torniamo dove ha parcheggiato perché ha dimenticato le sigarette, quando riprendiamo la strada maestra, quando ci rifermiamo perché ha incontrato un’amica collezionista e quando, infine, ci rimettiamo a camminare verso la casa-studio dell’amico mercante d’arte e curatore di mostre Carlo Peruzzi (il socio del mio amico Massimo Galotti), dove si svolgerà la nostra chiacchierata data l’impraticabilità del suo studio, che al momento sta ristrutturando.

Facendo lo slalom tra marciapiedi e incroci automobilistici, apprendo che De Pietro è nato a Diamante (Cosenza). Ultimo di dieci figli, trascorre la sua infanzia in un quartiere di pescatori (Mio padre faceva il cuoco, e siccome eravamo una famiglia numerosa, ci diedero un appartamento delle case popolari in un rione abitato perlopiù da pescatori). Fin da piccolo viene attratto dalla scultura (Rubavo le patate a mia madre per farne sculture, sfidando i rimorsi per aver sottratto un elemento essenziale alla nostra sopravvivenza, e le punizioni che ne sarebbero seguite. Ricordo che me le nascondevo sotto il cuscino; poi quello, naturalmente, si macchiava, e così mia madre me le dava.). Si trasferisce a Roma, dove si iscrive all’Accademia di Belle Arti. Non viene preso al corso di scultura, così si iscrive a quello di pittura, sperando nel passaggio al primo l’anno seguente, ma quell’imprevisto si preannuncia più fortunato di quanto non sembri: Devo ringraziare il mio insegnante di allora, il maestro Antonio Scordia, se mi sono innamorato della pittura.

All’attività di pittore unisce quella non meno importante di insegnante di pittura e scultura presso l’ANFFAS, un centro d’arte per disabili creato da un’associazione ONLUS di famiglie. Ne parla con grande enfasi, ha molti progetti di ampliamento delle attività manuali pratiche che vi si svolgono. Chiama i suoi allievi i miei ragazzi, nonostante siano tutti adulti più che ventenni.

Nella mostra del 17 gennaio, esporrà ben ottanta opere ai Mercati di Traiano, prestigiosa location per la quale ha deciso appositamente di realizzare anche delle sculture. Si tratta di otto soggetti che si ripetono attraverso opere pittoriche e scultoree.

– Io lavoro in serie. – mi spiega – La prima serie ha per soggetto delle ciotole. L’ho intitolata Acqua santa. Assoluto silenzio ritrae delle sedie. Le porte della memoria parte da uno studio delle porte dei magazzini dei pescatori del quartiere dove ho trascorso la mia infanzia e la mia fanciullezza. Solo all’alba dà il titolo alla serie dei cancelli. Caldo mediterraneo rappresenta finestre. Memore racchiude tutti i lavori sulle catene. La serie Lettere d’amore, che ritrae buste chiuse, e I segreti dell’anima, che ha per soggetto dei libri, anch’essi sigillati, hanno due cose in comune, oltre all’oggetto di per sé molto simile: la trasparenza dei contenuti nonostante l’intelligibilità dell’oggetto che, di fatto, ne impedisce la fruizione, e la denuncia di una negazione della conoscenza cui tanti individui sono costretti.

Pur essendo due veicoli di comunicazione che si servono della scrittura, le lettere d’amore sono chiuse perché chi le riceve ne conosce già il messaggio. I libri, dal canto loro, rimangono inaccessibili a tanta gente esattamente come allo stesso autore, che da giovane, quando ancora viveva a Diamante, non riusciva a trovare riviste specializzate su ciò che amava di più, cioè l’arte figurativa.

Arriviamo finalmente a destinazione. L’appartamento che ci ospita è una piccola, accogliente pinacoteca dove le opere vanno e vengono. Come i loro creatori. Apprenderò più tardi dallo stesso padrone di casa che la sua collezione domestica vanta un argento di Gabriele Devecchi, pezzo unico a cera persa, del 1980; un piccolo capolavoro a tecnica mista di olio e gusci di uova del vietnamita Pham Thang; un’opera importante dei primi anni ‘60 del pittore calabrese Carmelo Savelli – la più grande, come formato, con l’inserimento di retine metalliche – uscita dal suo studio di via Margutta, dal titolo Trama per forme quiete senza data; uno Jean Dubuffet del ’55; un Marcello Jori del 1987; un Mario Martini del ’72; una tela di scuola romana della fine del XVII secolo dal titolo L’alchimista, già attribuita a Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro; un’affascinante opera museale in ferro del giovane Alessio Deli dal titolo L’Attesa, di recentissima acquisizione; una scultura figurativa di Publia Cruciani, poetico assemblaggio di oggetti naturali; la tela Blue Kline di Enrico Borghini e, naturalmente, alcuni dei migliori De Pietro.

Antonio si sofferma ad osservare rapito un piccolo quadro composito appeso all’entrata.

– Questo lo voglio!

– Se vuoi te lo presto! – gli fa eco Carlo nel suo stesso tono scherzoso.

Sembra una gara a scambiarsi le figurine.

Capisco il loro gioco solo dopo le parole aneddotiche del gallerista: – La principessa Pallavicini (Elvina Pallavicini, nota esponente dell’aristocrazia romana scomparsa nel 2004, ndr) dorme con un Raffaello sulla testa; io, invece, con un De Pietro.

Osservo con attenzione il quadro cui si riferisce. Sul letto camuffato da divano c’è una grande opera fatta di tavole di legno dipinte. Verso sera, acquistata molti anni addietro a una vernice dell’artista a Rione Monti. Naturalmente fa parte della serie Le porte della memoria. Dall’altro lato, racchiusa in una cornice più tradizionale, una busta chiusa, della serie Lettere d’amore. Finalmente riesco a identificare i soggetti cui De Pietro mi aveva accennato nella mia intervista podistica.

Carlo è molto orgoglioso di queste opere, e De Pietro ne è entusiasta come un bambino, sinceramente attratto fino a sembrare vanaglorioso, perdutamente innamorato delle proprie creature, che è capace di ammirare come se non ne fosse stato neanche lui l’artefice, disgiunte dalla propria volontà sebbene ricercate nel loro materializzarsi esattamente identiche a come le aveva in mente, con la precisione di un architetto.

– A volte mi capita anche di fare delle belle cose, ma se non rispondono all’idea che avevo già da prima di mettermi al lavoro, le distruggo. Prima dell’oggetto artistico c’è il soggetto, e il soggetto è fatto delle mie memorie. Odio la casualità delle cose, per questo intervengo spesso sulle mie realizzazioni, faccio molti studi, misuro lo spazio al millimetro, sembro quasi un architetto.

– Conosco molti artisti che nel formato grande si perdono e in quello piccolo non emergono. – gli fa eco Carlo – Antonio, invece, riesce in entrambi perché li tratta allo stesso modo.

Ci spostiamo sul terrazzo, da cui c’è un panorama grandioso: da sopra il Gianicolo, con lo sguardo passiamo dal fungo dell’Eur al Monte Soratte.

– Bella questa! – fa De Pietro a Peruzzi.

– È un’ancora genovese dell’inizio del secolo. – Poi, quasi indovinando i pensieri dell’amico – Te la regalerò quando esporrai ai Fori Imperiali.

Memore, dai miei trascorsi teatrali, del paradosso della critica, che altro non era se non una descrizione elogiativa dell’evento, più pubblicitaria che analitica (ricordo ancora con quanta trepidazione si aspettava l’uscita di un articolo che parlasse del nostro spettacolo per poterlo subito fotocopiare e mettere nella bacheca del foyer accanto alle foto di scena), gli chiedo: – Che ha rapporto ha con la critica?

– Vi racconto un episodio. – annuncia in tono cospiratore – Alla fine degli anni ’80 avevo lo studio a Trastevere. A quel tempo, i giovani come me aspiravano ad avere l’opinione di personalità del calibro di Alessandro Masi (critico e storico dell’arte nonché segretario generale della Società Dante Alighieri, ndr). Lo avevo invitato più volte a venire a vedere i miei lavori, finché un bel giorno mi degnò di una sua visita. Diede appena un’occhiata alle opere presenti, quindi sentenziò: “Sei come uno che ha una bella moglie ma preferisce andare con le prostitute.”. Di fatto mi accusò di piaggeria nei confronti dei miei potenziali clienti, di perder tempo dietro a una pittura accattivante senza rischiare d’andare oltre. Da allora, mi misi a lavorare duro per due anni, e quando lo invitai di nuovo nel mio studio, notò con soddisfazione il mio cambiamento. Se sono costruttive, le critiche sono le benvenute.

Tanta limpidezza di giudizio è disarmante, così rilancio sperando in una risposta un po’ più viscerale: – Ogni volta che si sente di un calabrese che riesce a distinguersi fuori dalla propria regione, da una parte si urla al miracolo, dall’altra lo si taccia d’essere un emigrato.

– Io non mi sento affatto emigrato. Più che altro mi sento spostato. Ai miei ragazzi della scuola, ad esempio, mi rivolgo in diamantese, e loro mi capiscono perfettamente. D’altronde, Roma è così variegata e popolare, che è difficile sentirsi estraniato.

– Quindi spostato, ma fortemente radicato nelle origini.

– Io sono calabrese. – ammette con spudorata evidenza – Non posso giocare a fare Andy Warhol, perché quello che so fare è dettato dalle mie origini. Ogni ispirazione nasce dalla memoria, in un rapporto sentimentale che mi lega alla mia terra natale. Certamente bisogna guardare ai grandi, io stesso sento di dovere molto a due artisti in particolare: Burri, per la capacità di creare materia; Tàpies (scomparso quest’anno, ndr), che pur essendo catalano, considero molto vicino per come racconta particolari urbani che sembrano quasi riferirsi alla Calabria piuttosto che alla Spagna. Da lui, per esempio, ho imparato a guardare con una certa attenzione la realtà.

– Come potrebbe definirsi il suo stile?

– Non ha molta importanza, per me. – Poi ci pensa un attimo e dice: – Mi piacerebbe essere ricordato come uno che racconta delle storie.

 

 



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