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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Priscilla. Il kitsch che invogliaPriscilla. Il kitsch che invoglia

 

Adoro il Carnevale. Da sempre. E anche dopo aver smesso di travestirmi continuo a strizzargli l’occhio complice e riconoscente, perché una festa in cui per un tempo circoscritto si mette da parte l’ordine costituito in favore della baldoria più caotica e scanzonata, ci riconcilia in maniera quasi catartica all’ordine e alle regole sociali che si riaffacciano ogni volta puntuali. Già, perché non è solo la possibilità di indossare una maschera più o meno storica a fare la vera differenza (quanta gente si traveste senza che sia Carnevale!), quanto tutto quel contorno variopinto e irriverente che travolge le scuole, le strade, le aggregazioni e intere cittadinanze con il placido lasciapassare delle istituzioni e di qualsiasi riconosciuto detentore dei codici di comportamento civilmente condivisi (alcuni dei carnevali più antichi sono, non a caso, commemorazioni storiche di rivolte popolari contro i propri governanti).

In pieno periodo pre-quaresimale ricevo un invito a teatro. Non amo particolarmente il musical, eccezion fatta per quelli sacri, le cui versioni originali, però, mi sono persa a causa di un incolmabile divario anagrafico; ma l’invito è giustappunto a un musical. Gli esperti dicono che sia imperdibile, ed io non voglio fare un torto agli esperti, quindi soffoco il puzzo che mi arriccia il naso e mi reco a vedere una seconda replica domenicale – non invidio neanche l’ultimo servo di scena del cast – di Priscilla la regina del deserto, tratto dall’omonimo film pluripremiato che narra la storia di queste tre Drag Queen che si avventurano per il deserto australiano a bordo di un autobus tutto per loro condividendo entusiasmi e amarezze.

La produzione originaria è australiana; l’autore dell’adattamento teatrale è lo stesso papà della sceneggiatura cinematografica. La versione cui assisto io è, ovviamente, italiana: nel senso che un team nostrano ha preso il prodotto originario e lo ha copiato e tradotto nella nostra lingua.

Ad eccezione di pochi neofiti, gli spettatori conoscono a menadito la pellicola e sono giunti a teatro con lo spirito gasato dei fan. Le musiche e le performance canore di ottimo livello sono, del resto, talmente trascinanti e universalmente note, che anche quei sparuti neofiti non ci mettono molto ad entrare nella parte degli entusiasti. Tutti tranne me, che aspetto i critici al varco. E il varco non tarda a palesarsi, anche se saremo davvero in pochi ad accorgercene. Tolta la trama modernamente edificante, i costumi favolosi copiati alla perfezione, gli arrangiamenti di musiche non originali strepitose di per sé, l’apparato meccanico poderoso (anch’esso copiato alla perfezione) e le esecuzioni canore impeccabili (dopotutto è un musical…), cosa rimane?

Perché non amo i musical? Perché in tanta fantasmagoria, in questa giostra sapientemente oliata che non rallenta mai, l’aspetto che meno viene curato in assoluto è proprio quello recitativo. Eppure se la musica, le coreografie, le luci e le scenografie bastassero da sole, assisteremmo a un balletto. Invece anche qui c’è bisogno di parole, anche in tutto questo Carnevale di suoni e di colori a un certo punto si impone un po’ di intimità, uno scambio di pensieri sincero, non più sopra le righe, non più falsato da ciò che di meno mimetico della realtà contraddistingue proprio questo genere. Ed è là che lo spettacolo vacilla: i pochi ma salienti momenti drammatici che in prosa vengono comunemente affidati alle battute degli attori, arrivano posticce come le voci dei doppiatori dei documentari stranieri, non smuovendo alcuna emozione. È un vero peccato, ma il Carnevale continua, a una scena ne subentra subito un’altra, si muove un’altra macchina, riecheggia l’ennesimo brano dance, spuntano fuori altre sculture di stoffa e guardinfanti da lasciare a bocca aperta, non c’è tempo per l’intimismo, a chi vuoi che gliene importi dell’intimismo anche se c’è sul copione!

Qualche giorno dopo, neanche a farlo apposta, ricevo un altro invito in costume. Questa volta, però, si tratta della festa di compleanno di una mia amica, che per l’occasione ha affittato un piccolo teatro e ha messo in piedi un vero e proprio spettacolo con tanto di presentazione e scaletta dei numeri degli invitati che avessero voluto prestarsi al gioco, nonché di lei stessa, impegnata in più performances. Per un momento ripenso al teatro fatto dai Comici dell’Arte alla corte del tal granduca o del tal marchese (agognato traguardo di insperata dignità professionale) ma poi mi ricredo, e tutto sommato non mi dispiace, anzi: mi diverto molto più di quanto non mi sia capitato con Priscilla.

I numeri più applauditi sono quelli dichiaratamente trash. Parrucche, lustrini, scambi di genere nei travestimenti, verso ai versi delle Drag Queen che cantano in playback, fumose rispolverate di mai più evergreen del nostro popolare panorama musicale (Loretta Goggi, Raffaella Carrà, Amanda Lear) ma anche coreografie contemporanee come quella del “Gangnam Style”, diventato già più datato del “Tuca Tuca” della Carrà.

Si ride con, si applaude, ci si lascia andare, si accetta di buongrado il carattere dilettantesco delle esibizioni solidarizzando con gli pseudo artisti attraverso una dimostrazione del proprio gradimento tanto più vigorosa. Una specie di La Corrida, dilettanti allo sbaraglio privata ma senza la componente di spietato giudizio beffardo del pubblico, che qui non è composto da estranei voyeurs, ma da amici. E se tutto ciò risulta un po’ pacchiano (o kitsch) e di basso livello culturale (o trash), nessuno storce il naso, perché è pur sempre una scelta consapevole (non ci sono aspiranti veline, attorini del momento, cantanti che si sentono ingiustamente esclusi dai podi più importanti e, cosa non meno trascurabile, un biglietto da pagare) e perché nessuno, dopotutto, tenta di spacciarlo per il contrario (quanti spettacoli inadeguati o di dubbio gusto ci vengono intortati come intelligenti o divertenti o semplicemente inoffensivi pur non essendolo affatto? E non sono certo gratis!).

Esco da teatro rinvigorita. La catarsi è avvenuta. Perseguirò la mia solita critica sociale ma, questa volta, con meno astio e più leggerezza. Dopotutto, il telecomando ce l’ho sempre in mano io.

Non è questo il vero kitsch, ora l’ho capito. Lo stesso letto poco più che ventenne tra le pagine insuperabili di Milan Kundera. All’epoca non me ne accorsi. Ricordo che comprai il libro quando vi riconobbi una frase che Antonello Venditti ripeteva come uno stuzzicante mantra moderno in una sua fortunata canzone che aveva segnato, dieci anni prima, la mia gita di terza media. Cosa fosse effettivamente L’insostenibile leggerezza dell’essere, però, lo scoprii molto più tardi.

Nel suo romanzo più famoso Kundera descrive il kitsch come qualcosa di ben più profondo di ciò che conosciamo come l’equivalente di pacchiano, di contraffatto in modo scadente e sentimentalistico. Per lo scrittore boemo il kitsch è la negazione dell’inaccettabile. Laddove, poi, non si può proprio fare a meno di eliminare ciò che non ci riesce di tollerare, ci pensano le mode e i regimi a trasformarlo in qualcosa di molto serio. Ecco come il kitsch passa da semplice fenomeno estetico negativo (vi risparmierò ogni riferimento di tipo filosofico alla sua concordanza con la categoria dell’essere) a fenomeno estetico degno di nota se non a fenomeno sociale in incremento. Il che, tradotto alla mia maniera criticona, significa pressappoco una generale tendenza ad evitare qualsiasi scontro fra essenza e apparenza, cioè di fare domande.

Lo fanno tutti, quindi è lecito; si usa, quindi è approvabile; lo dicono alla TV, quindi è Verbo.

Allora mi chiedo: in un’epoca dove prevalgono modelli usa e getta, dove l’imitazione a buon mercato viene scambiata con la qualità rubata furbescamente a un’oligarchia più fortunata, dove l’ostentazione del cartellino del prezzo è sinonimo di accettazione nella grande tribù metropolitana e il pensiero personale è guardato con sospetto, cos’è più kitsch? Un’allegra brigata di nostalgici degli anni 80’ fieri a modo loro di un trash senza secondi fini, o l’ennesimo costosissimo evento (appellativo molto in voga per identificare un spettacolo di superlativa unicità) che ti frastorna di bellezza supponente cavalcando l’onda di gusti musicali e di ideali estetici consolidati, ma che non si scomoda di parlarti al cuore?



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