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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: I no che aiutano a crescereI no che aiutano a crescere

È arrivata la primavera. Gli alberi cominciano a colorarsi di germogli, i prati si infoltiscono, si gode più a lungo delle ore di luce, un vento mite allieta l’aria mattutina e una nuova linfa torna a rigenerare i nostri corpi appesantiti dall’inverno. È così da sempre. Eppure i fiori non profumano più – rifletto tra me soppesando tre minuscoli boccioli.

Poco lontano, nel cortile di una scuola, dei bambini ripassano uno schieramento con i loro insegnanti. Dev’essere la preparazione alla Via Crucis, a giudicare dalla grande croce portata da un alunno. Mi avvicino alla rete di recinzione. Pare che il piccolo drappello non abbia molta voglia di impegnarsi; gli educatori hanno il loro bel da fare per mantenere l’ordine e il silenzio.

È sempre stato così? Più o meno. Dopotutto, i bambini sono sempre bambini. Ma se fosse come per i fiori che non profumano più?

Una volta i bambini erano di tutti. Dei parenti lontani, verso cui si doveva mostrare affetto anche se a malapena li si conosceva; dei vicini di casa, cui bisognava sempre rivolgere il saluto per il solo fatto di condividerne lo stesso stabile o quartiere; degli adulti di passaggio, facce anonime che per la loro ovvia e involontaria condizione di superiorità generazionale, dovevano comunque essere tenuti in considerazione. I bambini erano di tutti e i loro diritti di pochi, meno che mai di loro stessi. La famiglia non aveva molti altri modelli con cui gareggiare, così come la scelta stessa di generare o meno una prole, era affidata alla volontà di Dio, non certo a quella dei possibili genitori, che quindi andavano incontro a quest’inevitabile destino aspettando semplicemente che i pargoli crescessero, e aspettandosi che ciò accadesse. Come la primavera, che torna dopo ogni inverno.

Oggi i bambini non sono più di tutti. Una maggiore informazione che richiama alla prevenzione da una parte, e un mutato senso di comunità ristretto al proprio nucleo familiare dall’altra, hanno modificato nel bene e nel male quel riconoscimento allargato di potestà che alleggeriva dei propri obblighi educativi i genitori e ampliava, al tempo stesso, il campo relazionale del fanciullo. In altre parole: il figlio è mio e me lo educo io.

Un moderno senso di possesso esclusivo nei confronti dei propri figli ha, infatti, portato i nuovi genitori a una chiusura scettica verso tutti quegli altri ruoli che ruotano, in maniera nient’affatto marginale, attorno ai bambini, tanto da portarli a mettere in discussione persino un’autorità fino a ieri indiscussa come quella scolastica. Pensiamo a quanti sono oggigiorno i genitori disposti a prendere atto delle mancanze dei propri virgulti e a farsene carico, e quanti sono quelli che, al contrario, li difendono sempre e comunque dimenticando che la capacità di discernimento di un bambino non può e non deve essere quella di un adulto e che, di conseguenza, tocca alla famiglia e alla scuola fornirgli le regole essenziali per non farlo sbandare nei suoi primi, incerti passi nel mondo.

I luoghi complementari deputati alla formazione dei bambini, vengono ormai vagliati con angoscia. Babysitter o nonna, nuoto o danza, centro estivo o villaggio vacanze, parco giochi o McDonald’s, in una selezione frenetica che, proprio come l’umore della partoriente non lascia indifferente il feto, finisce col riflettersi sulla serenità del bambino.

Quarant’anni fa, probabilmente esagerando anche allora in un senso piuttosto che nell’altro, i giudizi sul rendimento del bambino, i provvedimenti disciplinari, le comunicazioni scuola-famiglia venivano accolte con fiducia e fermezza, poiché l’educatore, al pari solo del medico e del prete, non poteva che esprimere pareri giusti e autorevoli. Penso alla maestra Lina di La kryptonite nella borsa. In questo romanzo di Ivan Cotroneo – da cui la fortunata pellicola cinematografica – viene descritto un divertente spaccato di vita di una tipica famiglia italiana degli anni Settanta dove il giovane protagonista vive la sua fanciullezza nella convinzione di avere tre mamme: la mamma che sta a casa che cucina lava e stira, la maestra e la Madonna.

Senza augurarsi di tornare a questi eccessi, è pur vero che i genitori di oggi, se da una parte ci hanno guadagnato dall’alfabetizzazione di massa, dal boom economico e dal progresso civile che hanno vissuto, diventando così più critici e più progressisti dei propri vecchi, sostenendo il pensiero libero e riponendo la loro fiducia negli elettrodomestici, d’altra parte ci hanno perso sia in naturale istinto di sopravvivenza che in acquisita razionalità pedagogica. Conseguenza: devono farsi aiutare da Tata Lucia.

Prima di chiedersi come sono cambiati i bambini in quarant’anni, bisognerebbe quindi chiedersi come sono cambiati gli adulti; prima ancora di guardare all’educazione che proviene dalla scuola, bisognerebbe guardare a quella che matura in famiglia, se è vero che sono ancora i genitori i primi educatori.

Il compito di un genitore si rivela fin da subito più impegnativo di quello di un dittatore, giacché se quest’ultimo può contare sulla forza e sulla paura per ottenere ciò che vuole, il primo sa che per far crescere persone sicure di sé e responsabili, non gli basta essere fermo: deve anche essere in grado di dare il buon esempio.

Che esempi danno i genitori moderni? Conversano per lo più di soldi, lasciano la TV accesa anche quando si sta a tavola, mostrano senza censura la propria diffidenza verso le minoranze urbane, acconciano e vestono i loro piccoli scimmiottando con largo anticipo lo stile delle veline e dei rocker.

I genitori di oggi hanno sostanzialmente paura a dire di no, hanno paura di sentire i propri figli piangere, di vederli stanchi, o infastiditi, contrariati, osteggiati nella loro inconsapevole volontà dittatoriale che non sa ancora cos’è bene e cos’è male, ma che spetta a loro spiegare, anche se può essere difficile da far digerire. I genitori di oggi hanno paura di ferire i propri figli irrimediabilmente, di farsi odiare, di perderli con un diniego, una privazione, il respingimento di una richiesta, l’assegnazione di un compito poco gradito. I genitori di oggi sono fermamente convinti che i loro figli abbiano diritto a qualsiasi concessione – dormire nel lettone, guardare la TV finché ne hanno voglia, mangiare quello che il loro gusto in formazione più gradisce – e non capiscono proprio perché dovrebbero privarli di ciò che loro, a differenza della generazione dei propri genitori, sono pienamente in grado di concedere. Ma saper dire di no, serve principalmente a creare distinzione: tra il bimbo e l’adulto chiamato a occuparsi di lui, tra il bimbo e il mondo, tra i suoi desideri e l’immenso regno delle possibilità, cioè di ciò che è fattibile o giusto o utile che sia realizzato e ciò che non lo è.

Asha Phillips, nel suo I no che aiutano a crescere, scrive: Cercando di essere genitori perfetti, il cui bambino non si sente mai frustrato, a volte interpretiamo troppo presto i suoi bisogni, prima che abbia avuto il tempo di assaporare la propria sensazione. Attribuiamo significato al principio di un bisogno, con la conseguenza, magari, di privare il bambino dell’esperienza di provare davvero e appieno quella sensazione.

Così facendo, il bambino si sente il re indiscusso di un regno che esclude gli altri e le altre possibilità, e quando pian piano, crescendo, egli si scontra con il diverso da sé, finisce col sentirsi solo e incompreso, perché non sa come affrontare ciò che non può governare, cioè le altrui volontà e identità; il tempo che passa tra il sonno, la veglia, la fame, la sete, altri bisogni fisiologi e il soddisfacimento di queste richieste; la propria collocazione nella società con i rapporti che ne conseguono (figlio/genitore, alunno/insegnante; dipendente/datore di lavoro; compagno di squadra; compagno di vita ecc.).

Il profumo nei fiori non è un puro accessorio: risponde ad una delle tante regole che garantiscono l’equilibrio dell’universo (sono il colore e l’odore di queste creature vegetali, infatti, a determinare la loro impollinazione zoodiofila, cioè ad opera degli insetti). Secondo il famoso effetto farfalla, dove in ogni sistema, se si effettuano piccole variazioni, si producono grandi effetti a lungo termine anche in elementi apparentemente molto lontani dall’area principalmente interessata, anche nelle scienze umane come la pedagogia e l’educazione bisognerebbe vagliare attentamente le conseguenze di certi cambiamenti, senza minimizzarli mascherandoli dietro a inevitabili motivi di evoluzione. È pur vero che l’uomo è probabilmente l’essere maggiormente capace di adattarsi, tant’è che i dinosauri si sono istinti e noi siamo ancora qui, ma a differenza delle altre specie, sembra che l’uomo badi anche alla qualità della propria esistenza, oltre che alla sua sopravvivenza.

Se vogliamo tirare su degli adulti forti ed equilibrati, dovremmo imparare ad autolimitarci nella nostra illusione di onnipotenza data dal benessere ottenuto negli ultimi quarant’anni e saper dire di no. Perché se detti con coscienza, ponderatezza e giuste finalità, i no aiutano a crescere.



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