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da La materia grigia di Laura Iozzo

CatanzaroInforma.it: Tatuaggi: il corpo come strumento di comunicazioneTatuaggi: il corpo come strumento di comunicazione

Ovunque nel mondo si è praticata nei secoli e nei millenni passati qualsiasi genere di modificazione corporea e spesso questo genere di pratiche si è accompagnato alla nascita delle religioni animiste e spiritiste, dall’antica Cina alle primitive tribù Africane, al sud America ci sono infinite testimonianze circa l’uso ricorrente di diversi tipi di “aggiustamenti” del corpo umano giustificati dall’esigenza di identificarsi con una certa tribù o con un certo spirito o dio.   Nel corso dei secoli questo genere di pratiche sono state messe man mano fuori legge anche se alcune pratiche tribali come ad esempio il tatuaggio facciale integrale praticato dai capi maori in Polinesia sono tornate lentamente e clandestinamente in auge. In alcune tribù africane si praticava la scarificazione del volto per testimoniare l’appartenenza ad una data tribù o in altri casi era più semplicemente indice di bellezza che poi è andato modificandosi per effetto dell’occidentalizzazione dei canoni estetici. Paradossalmente ora sono gli occidentali ad essere affascinati da questa forma “evoluta” del più comune tatuaggio e sempre più spesso decidono di farsi incidere con un bisturi direttamente sulla propria pelle il disegno o il simbolo che meglio esprime la propria estetica.   

Le origini del tatuaggio sono antichissime tanto che anche la “mummia di Similaun”, trovata tra i ghiacci delle Alpi nei primi anni ’90 e datata 5300 anni fa, ne riportava uno sulla schiena. Il termine deriva da “ta-tau”, che in polinesiano significa “segno sulla pelle”, ed è stato introdotto in Europa nel Settecento dall'esploratore inglese James Cook di ritorno da uno dei suoi leggendari viaggi nei Mari del Sud. Nelle popolazioni primitive, tatuarsi non ha nulla di trasgressivo, ma è anzi un segno di integrazione sociale. I maori della Nuova Zelanda usavano tatuarsi il viso in segno di distinzione di rango. Il disegno, chiamato “moko”, rendeva l'individuo unico e inconfondibile, come le impronte digitali. Sono davvero lontani i tempi in cui a tatuarsi erano quasi esclusivamente i malavitosi, i carcerati, le prostitute e i militari. La molla più potente e profonda che spinge a desiderare un tatuaggio è probabilmente quella di volersi distinguere da tutti gli altri, il bisogno di riaffermare a livello visivo la propria diversità, il proprio essere unici rispetto alla massa. In effetti non bisogna dimenticare che nelle società primitive il tatuaggio aveva la funzione di distinguere i vari gruppi sociali, oltre che quella di essere terapeutico e curativo. Con il tatuaggio si realizza un’affermazione visiva e visibile di sé. E’ una sorta di ponte disegnato tra il mondo interno ed il mondo esterno della persona, perché permette di portare fuori un pensiero che altrimenti rimarrebbe nascosto dentro. In pratica il tatuaggio è un mezzo per rendere reale e concreto il pensiero, per dargli una forma. Questo pensiero, inciso su qualcosa di intimo e personale come la pelle, non rimane astratto ma viene fisicamente legato alla persona: è un “oggetto” di sua proprietà.

In una società in cui le differenze sociali sono diventate meno palpabili, il tatuaggio aiuta sì a riconoscersi come parte di un gruppo o movimento, ma ha forse conservato un significato ancora più potente nel suo essere capace di esprimere sul corpo la propria interiorità. Una prova di questo appare evidente se consideriamo come le motivazioni possano cambiare con l’età. Gli over 40 che ricorrono al tatuaggio, infatti, lo fanno per motivi completamente diversi rispetto a quelle dei giovanissimi. Per gli adolescenti, il tatuaggio può essere un modo per affermare una personalità ancora in via di costruzione, per un adulto che invece possiede una personalità ben strutturata la scelta risponde al desiderio di fermare il tempo ad un momento della vita in cui è ancora possibile trasgredire.  È curioso anche il fatto che una volta chi si tatuava dimostrava grande sicurezza in se stesso e disinteresse per il giudizio altrui. I ragazzi di oggi invece spesso scelgono il tatuaggio per esorcizzare la paura, l'insicurezza e la solitudine. Non a caso, in una società dove la famiglia e le comunità tradizionali sono in crisi, i segni tribali sono tra i preferiti. Anche la scelta della parte del corpo da tatuare nasconde significati interessanti dal punto di vista psicologico. Un tatuaggio studiato per essere collocato in una zona del corpo molto visibile, e quindi costantemente sotto gli occhi di tutti, da al disegno una sorta di dimensione pubblica, tutto il contrario per quello disegnato nelle zone nascoste del corpo, da mostrare solo nei momenti di intimità. In effetti, tutto questo mette in evidenza il grande valore comunicativo del tatuaggio ed è innegabile che esso susciti in chi lo guarda la curiosità di saperne di più sulla storia personale, sui gusti e sul modo di pensare della persona che lo esibisce.     

Dopo averlo dipinto con i tatuaggi, dopo averlo decorato con i piercing, c’è chi decide di andare ancora oltre e di farsi impiantare sottopelle placche o protesi per modificare leggermente la forma di alcune parti del corpo attraverso tecniche di vario tipo. All’interno di quest’ampia categoria vi sono innumerevoli pratiche specifiche, ognuna con un proprio nome e un notevole numero di appassionati. Dal tagliarsi la lingua (tongue splitting) in due per renderla simile a quella di una serpe, al cicatrizzarsi il corpo (body branding) con forme decorative, dal modificare le proprie orecchie in onore degli elfi Tolkeniani (ear cropping), all’introdurre sotto pelle degli impianti in silicone o altro materiale (body implants).  Alcune di queste “novità del corpo” sono già diventate famose. Ad esempio, il sezionare la lingua per renderla biforcuta: le due metà divengono autonome e si riesce a comandarle separatamente. La divisione della lingua è ancora un tipo di pratica, se non comune, comunque almeno conosciuta attraverso internet o il “sentito dire”.  Diverso è il discorso per le amputazioni volontarie di genitali o altre estremità. Nelle scene underground (soprattutto americane) si ricorre all’aiuto dei cosiddetti cutters. Si tratta di medici o di veterinari che si prestano a tagliare varie parti del corpo dei candidati alla nuova vita da amputati. E i tagli sono di natura squisitamente diversa. C’è chi decide di farsi portar via entrambi i testicoli, o i capezzoli, chi opta per sezionare il pene a metà, chi ancora si fa incidere il pene lasciando intatto il glande, chi vuole farsi asportare i lobi dell’orecchio.

Lo spunto interessante di queste tecniche è che sembra che il corpo sia divenuto l’ultima frontiera dell’identità, quella soglia che ci permette di proclamare quello che siamo. In  un mondo in cui l’estetica è assoggettata alle regole di mercato, ci sono persone che rifiutano il tipo di uniformità fisica propugnata dai mass media per cercare il proprio individualismo. Potrà apparire una moda, una ribellione vacua e pericolosa. Ma di sicuro è una presa di posizione controcorrente che fa riflettere sui canoni di bellezza che oggi sembrano comandare i media e influenzare le aspirazioni dei nostri giovani. Nel regno simbolico odierno, in cui tutto sembra possibile, anche la mutilazione ha diritto di cittadinanza. Può indurre al ribrezzo, o all’attrazione: sta a voi decidere, e sentire sulla vostra pelle le sensazioni che provate.

 

Dr.ssa Laura Iozzo Medico Chirurgo
Specialista in Psichiatria e Psicoterapia
lauraiozzo@virgilio.it
Pagina Facebook
Cell: 329/6628784



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