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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: La Città del Sole di Campanella era BordeauxLa Città del Sole di Campanella era Bordeaux

Questo distributore di buste è a vostra disposizione. Insieme preserveremo la nostra città: recita la scritta su un cassonetto verde in mezzo al parco, e sotto alla sagoma di un cane spunta una feritoia da cui si intravedono le bustine di plastica nera utili a raccogliere i bisogni dei migliori amici dell’uomo.

Un cartello piantato nell’erba indica la natura della curiosa vetrinetta lì accanto: Scatola da leggere. È una bacheca che poggia su quattro piedini, protetta da ante scorrevoli trasparenti dalle cui mensole fanno capolino romanzi, riviste, fumetti e libri per bambini usati che i passanti possono prendere in prestito indisturbati e riporre gratuitamente, dopo un tempo illimitato, nello stesso distributore o in uno qualsiasi dei tantissimi altri di cui sono disseminati tutti i parchi pubblici.

Continuo la mia passeggiata ancora incredula, quando uno scampanellio mi ridesta. Mi volto e scopro proprio dietro di me, a un paio di centinaia di metri di distanza, il grosso muso affusolato di un tram.

E questo da dove sbuca? – mi dico – Com’è che non mi sono accorta di star camminando su una strada ferrata?

Forse sarebbe più corretto dire che è il tram che sta camminando sul mio stesso prato: nel manto erboso ben rasato spiccano infatti, qua e là, i lunghi binari di un treno elettrico silenziosissimo a ridotto impatto visivo.

Il tram rallenta in prossimità della banchina, mi scanso e fatalmente mi imbatto in questa scena: una ragazza corre a perdifiato per raggiungere il mezzo pubblico prima che quello riparta, un ciclista – ben presto apprenderò come qui siano la maggioranza – si accorge di lei e invece di proseguire senza curarsi del piccolo dramma della sconosciuta, si ferma davanti alle porte ancora per poco aperte e le tiene premuto il pulsante fino a quando quella non balza a bordo (nei giorni a venire avrò modo di constatare che non si è trattato di un episodio isolato).

È ancora presto – qui fa buio più tardi che da noi – posso continuare a passeggiare un altro po’ sperando di incappare in qualche altra piacevole stranezza.

A teatro danno l’ultima replica di un balletto importante. Chissà quanto costerà un biglietto! Giungo in piazza e… Ma cos’è tutta questa folla variopinta? E quello schermo gigante? Ci vuole poco per capire cosa sta per succedere: la recita di chiusura dello spettacolo in programma proprio lì accanto sarà proiettato in diretta anche all’esterno. Giovani, turisti, coppie attempate, famiglie con bambini e passeggini, passanti che ignoravano l’appuntamento si sistemano in maniera ordinata per terra, sui gradini del teatro, sotto i portici, in mezzo ai discreti binari del tram che per l’occasione eviterà quella tratta fino alle ventitré. Si applaude all’unisono con gli applausi del pubblico pagante dell’interno, con l’illusione che gli inchini della compagnia siano anche per quelli di fuori. Ogni differenza è superata: oltre a quella linguistica, già evidentemente dissipata dall’universalità del linguaggio coreografico, si annullano anche le discriminazioni temporali, logistiche, generazionali e soprattutto quelle socioeconomiche.

Mi è venuta sete, ma non trovo neanche una fontanella in giro. Decido di tergiversare fino a quando non sarò giunta al ristorante, e qui ho la mia ennesima sorpresa: viene servita esclusivamente acqua del sindaco, che com’è noto non si paga; lo stesso dicasi per pane e coperto.

Sulla strada del ritorno la mia attenzione viene attirata da uno strano aggeggio incastonato nel muro di un antico edificio, grande più o meno quanto una valigetta da pronto soccorso ad uso domestico, di quelle che si tengono in bagno. Gialla e nera, la scatoletta non passa certo inosservata, così mi avvicino e… Non posso credere ai miei occhi. È un DAE: un defibrillatore semiautomatico esterno, e a quanto pare di libero accesso a chiunque ne abbia bisogno ventiquattr’ore su ventiquattro. Lo stesso dispositivo medico che avrebbe salvato la vita a Morosini l’anno scorso, sul campo di calcio del Pescara, se solo ce ne fosse stato uno pronto ad agire nel brevissimo tempo di tre, cinque minuti al massimo, e che l’avrebbe salvata a molti altri atleti come lui, non solo del pallone, che comunemente vanno incontro a rischi cardiaci. In quell’occasione la mancata procedura trovò una giustificazione di tipo economico, come se millequattrocento euro per un apparecchio che, al momento, è l’unico antidoto contro l’infarto, fosse una cifra spropositata per qualsiasi società calcistica. E qui li trovo gratis e per le strade!

Prima di ritirarmi in albergo provo a controllare la posta elettronica dal mio telefonino. Per risparmiare sarebbe utile collegarsi a una rete wifi; per fortuna non devo affaticarmi tanto: di lì a poco il mio cellulare ne rivela una che porta il nome di un bar. Entro nel locale e chiedo semplicemente al barista la password, quindi mi connetto sedendomi ad uno dei suoi tavolini all’aperto, navigo un buon quarto d’ora, ringrazio, saluto e me ne vado.

Il mattino seguente, ancora non del tutto sveglia, penso: quando scenderò in strada pesterò inavvertitamente la cacca di un cane al guinzaglio? Verrò sopraffatta da mezzi pubblici ingombranti e ingombri? Per andare a mangiare un boccone fuori dovrò fare la cresta sulle bevande e valutare bene il costo del coperto scritto piccolissimo in fondo al menu? Se vorrò navigare liberamente all’esterno col mio cellulare mi dovrò trasformare in una specie di rabdomante che cerca l’acqua nel deserto? Nulla mi verrà regalato o prestato senza secondi fini perché, dopotutto, è stato solo un sogno?

Ripiombo nel sonno e mi ritrovo in una città fantastica in cima a un colle, protetta da sette mura all’interno delle quali si distinguono sei gironi che separano bestie e uomini, flora marina e terrestre, scienze ed arti. Come sovente accade nelle visioni della mente, sono in grado di entrare e uscire dai luoghi e dalle persone, così apprendo assai velocemente come la gente lavori non più di quattro ore al giorno; i bambini imparino giocando, senza essere costretti in luoghi chiusi; ognuno rispetta le regole perché ritenute delle necessità liberamente condivise, e non per timore di inevitabili sanzioni.

Apro gli occhi e finalmente riesco a discernere sogno e realtà, ricordo e immaginazione. L’ultima parte era un’imprecisa reminescenza scolastica: La città del Sole di Campanella, opera filosofica in cui il calabrese frate domenicano descrive una società utopistica forse fin troppo regolata ma in cui la critica postuma ha saputo riconoscere un’alta prova di fervore intellettuale secentesco, contro un sistema feudale ormai in declino – non supportato nemmeno dalla risaputa unità spirituale medievale a causa della Riforma protestante – e lanciato verso la teorizzazione di una società democratica di tipo comunistico.

La prima parte di quel che credevo d’aver solo sognato, invece, mi è capitato veramente. Sono reduce, infatti, da un viaggio nel sud-ovest della Francia, nella quarta città più popolosa e la seconda, dopo Parigi, a detenere allo stesso tempo il primato del maggior numero di monumenti e del maggior gradimento abitativo da parte dei francesi: Bordeaux.

Colpita da tanto inaspettato senso civico assaporato tutto insieme, probabilmente la mia mente sovra stimolata ho rielaborato di notte quanto visto realmente di giorno e quanto appreso a lezione di filosofia molti anni or sono; e aggiungerei non senza una logica di pur lontane affinità.

Nei cinque giorni che durerà la mia piccola vacanza apprenderò, non a caso, altre meraviglie che fanno di questa straordinaria cittadina non solo la capitale europea del buon vino, ma anche un centro urbano ultramoderno, cosmopolita, civilissimo e straordinariamente attento a preservare il proprio patrimonio artistico-culturale, ambientale e umano.

Tre cose, ad esempio, mi hanno indotto a ritenere i bordolesi delle sorte di pionieri del riciclaggio. Nell’illustrarmi la storia della città romana dalla sua nascita nel terzo secolo alla sua trasformazione più moderna e integrata nel quadro territoriale di regioni, dipartimenti, arrondissements e cantoni in cui è organizzata la Francia, una giovane guida mi spiega come i possenti blocchi di pietra con cui erano stati eretti i muri di cinta dell’antico castrum, furono in seguito recuperati per costruire la maggior parte degli edifici che ancora si possono ammirare nel centro storico.

Durante una visita alla cripta paleocristiana di Saint-Seurin – il più antico cimitero di Bordeaux, risalente all’anno mille – un’altra guida ben informata mi mostra delle piccole anfore di terracotta lunghe e strette, rivelandomi il bizzarro secondo uso cui esse erano destinate: vi si conservavano le salme dei neonati.

A Saint-Emilion – pittoresco borgo medievale leader nella produzione vinicola francese – un’esperta di tecniche agricole ci tiene a precisare come le botti del loro pregiatissimo vino non vengano riutilizzate per più di tre, quattro anni. Alla domanda su che fine facciano dopo questo limitato arco di tempo, la donna risponde che se ne ricavano facilmente elementi d’arredo a tema.

– Oppure le vendiamo agli spagnoli. – aggiunge con un sorrisino malizioso, lasciando intendere l’inferiorità del vino prodotto dai confinanti iberici.

Sensibilità ecologica; accesso facilitato ad internet; professionalità dei lavoratori del settore turistico; cortesia dei ristoratori, dei trasportatori, dei commessi e di chiunque venga interpellato per avere qualsivoglia informazione a dispetto della nota spocchia che a volte attribuiamo con troppa superficialità ai nostri cugini tristi; trasporti efficienti e dai costi contenuti; intrattenimenti gratuiti; cultura prêt-à-porter non costituiscono la descrizione visionaria di una società utopistica concepita quattrocentodieci anni fa da un uomo di Dio un po’ sui generis che congiurava contro il dominio spagnolo della sua terra natia, né si tratta di un progetto pilota di virtuosismo urbano sperimentato da un paesetto di meno di mille abitanti come nel caso di Ripe di San Ginesio, in provincia di Macerata, dove il fotovoltaico e la raccolta differenziata – solo per citare due dei provvedimenti green più importanti messi in atto dal comune marchigiano – sono di casa. Sto parlando di qualcosa che è stato realizzato non certo in un giorno ma su larga scala, in una città di quasi duecentocinquantamila abitanti a poco più di un’ora di volo dall’Italia.

Anche qui come a Roma, che a differenza di Bordeaux è una capitale, hanno trovato difficoltà nel tracciare un sistema di cunicoli sotterranei in cui far correre una metropolitana, e così si sono inventati una rete tramviaria (tre linee in tutto) di quarantaquattro chilometri, quattordici dei quali sprovvisti di catenaria ma che, proprio per inserirsi con discrezione nel bellissimo paesaggio naturalistico e architettonico della città, utilizzano un sistema di alimentazione da terra (APS) che viene fornita al tram solo quando il segmento conduttore (una terza rotaia collocata tra i binari) viene coperto dal convoglio, garantendo, in tal modo, la completa sicurezza dei pedoni.

Un progetto tutto francese impraticabile altrove? Nient’affatto. Come il meglio che viene dall’estero, il sistema è stato presto copiato dalla New York dei paesi arabi: Dubai.

Anche Bordeaux come Roma è attraversata da un fiume: la Garonna. Ma a differenza dell’ex biondo Tevere, quello francese è perfettamente navigabile al costo di un euro e quaranta a biglietto di andata e ritorno, come anche nell’ambito di viaggi cumulativi con più mezzi (tram e bus) attraverso vantaggiosi abbonamenti a lungo termine.

Non so se mai riuscirò a vedere migliorie tanto radicali eppure per nulla utopistiche nel nostro Bel Paese obsoleto e decadente, ma se Campanella avesse visto Bordeaux com’è oggi, avrebbe corretto qualcosina della sua Città del Sole.

 



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