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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Vecchi grafofili e nuovi grafomaniVecchi grafofili e nuovi grafomani

C’era una volta il diario. Perlopiù femminile, romantico, teen, col lucchetto. Te lo regalavano per scriverci dentro i tuoi primi segreti ormonali, le i punteggiate di cuoricini, ritratti dell’innamorato che neanche sapeva della tua esistenza, i giuramenti di fedeltà all’amica del cuore e le macumbe ai danni degli invidiosi. Il suo destinatario unico era il suo stesso mittente, al massimo la gemella separata alla nascita di cui sopra, giammai un membro della propria famiglia.

Varianti meno seriose e allargate anche ai maschietti erano le agende scolastiche, dal volume quadruplicato da ogni genere di inserto, gli slogan pseudo politici, testi di canzoni a sfondo sociale, croste dal talento misconosciuto e rari centimetri destinati ancora ad annotare le lezioni. Privo di chiusura ermetica, la sua consultazione da parte degli altri compagni veniva, al contrario del primo, auspicata, in una sorta di gara a chi ce l’avesse più ricco di vita marchiata.

Poi è arrivata la videoscrittura: SMS, e-mail, forum, e quant’altro. Evoluzioni paraboliche del diario e della lettera, ma anche della macchina da scrivere e dell’enciclopedia in venti volumi messa in bella mostra in salotto (autentico trofeo di alfabetizzazione superiore), di un’epoca in cui i programmi scolastici di Inglese prevedevano la corrispondenza cartacea con uno sconosciuto pen friend e in cui a Natale, ai parenti lontani che non si sentiva mai neanche per telefono, si spediva ancora una cartolina.

Terapeutica o artistica che sia, la scrittura autobiografica rimane dunque un bisogno e un piacere antico quanto la scrittura stessa. E a poco serve metterla a paragone con l’oralità. Fissare i propri pensieri sulla pagina segue ritmi, processi cerebrali, stili e finanche contenuti del tutto differenti.

La straordinaria accelerazione tecnologica che abbiamo avuto negli ultimi tempi e la tendenza a sintetizzare le forme in favore dell’immediatezza dei contenuti, farebbero dunque pensare a una netta disfatta della scrittura intimistica, invece accade l’esatto opposto. Dai social network ai blog, dalle chat ai vari Whatsapp, Viber e applicazioni simili per la telefonia mobile, è tutto un proliferare selvaggio di esternazioni personali, dove per comunicazione si intende sempre più di rado il classico scambio di informazioni tra due o più persone, e dove di intimistico rimane ben poco.

Prendiamo i blog (diari in rete). Quando non sono tematici, quindi di interesse per una categoria specifica di persone, è facile che assumano i connotati di un’autobiografia. Giacché, però, l’autobiografia solitamente ha valore solo se pubblicata postuma e quando riguarda una personalità di una certa rinomanza, va da sé come il resoconto pedissequo della banale esistenza quotidiana di una persona comune non possa che lasciare indifferente ogni internauta che per caso vi si imbatta.

Qualsiasi evento della nostra vita, come in una cronistoria in diretta, può ritagliarsi un comodo posticino nel web. Nascono blog sul proprio trasloco, sulle prime poppate, sulla propria luna di miele, sulla prima volta che si fa snorkeling, sulla prima volta che si fa sesso. A tenerli non sono esperti, professionisti del settore, insegnanti o medici, sono persone comuni, re dei propri orticelli, eppure, chissà perché, questi sovrani di regni invisibili ritengono che le proprie esperienze meritino un pubblico più vasto. La chiamano condivisione: messa in comune di saperi e scambi di opinione che elargiscono con la generosità di tanti monaci benedettini.

Alcuni blogger sono personaggini scaduti della TV che tentano di rinfrescare la propria immagine un po’ sbiadita su canali inediti, ma la maggior parte si scopre del tutto estranea al mondo dello spettacolo o dell’informazione.

E veniamo ai social network. Prendiamo Facebook, per esempio. Il primo pensiero dei più affezionati da quando aprono gli occhi al mattino a quando li richiudono a fine giornata è aggiornare il proprio stato. “Ciao mondo!” e “Buonanotte a tutti!” sono ormai diventate formule rituali irrinunciabili, da fare un baffo al celebre “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate!” di Nunzio Filogamo, primo conduttore della televisione italiana, che quando presentò per la seconda volta, nel 1952, l’appena nato Festival di Sanremo, si inventò quel saluto che rimase impresso in generazioni di telespettatori (e all’epoca l’intrattenimento nazionalpopolare per eccellenza coinvolgeva senza riserve ogni italiano, anche chi un televisore non ce l’aveva).

A parte questi eccessi di protagonismo non sempre riconosciuto, il social più famoso diventa sempre più spesso un libro aperto anche sulla propria intimità. La chemioterapia di una mia amica l’ho scoperta così, sulla home, dove chiunque poteva leggerla, come un biglietto lasciato all’ingresso a un familiare momentaneamente assente. Cos’è che spinge a legittimare tanta apparente negligenza?

Ho dedotto la fine di una storia d’amore dal cambio dell’immagine dell’utente: la stessa foto a due caricata, questa volta, con la metà colpevole strappata. Un originale richiamo disperato e vigliacco di un’anima in pena o la spavalda messa su piazza della sua nuova condizione di single?

E che dire di chi usa i social come surrogati di organi di polizia? Di recente hanno portato a un’indagine giudiziaria le dichiarazioni dell’ex compagna del cantante Massimo Di Cataldo unite alle foto pubblicate sulla propria pagina di una presunta violenza a lui addebitata. Le reazioni a freddo dei più sono state, ovviamente, di plauso (ben venga un siffatto tradimento della privacy se ciò può aiutare il corso della giustizia), ma vero o falso che sia il reato, l’interrogativo sociologico rimane: perché affidare una confessione così delicata a un servizio di rete sociale e non a un servizio di sostegno psicologico serio come il Telefono Rosa? E ancora: se proprio non si trova il coraggio di denunciare il reato apertamente, perché non inviare una lettera a un giornale – tanto per rimanere in ambito di comunicazione scritta – che resti anonima sia per il denunciante che per l’accusato?

La voglia di far sapere di sé può prendere tutti anche in circostanze più leggere. È capitato anche a me: un giorno d’estate, sola in casa, troppo caldo per uscire, troppo caldo per applicarsi in qualsiasi attività fisica o intellettuale, nessuno da chiamare al telefono, niente da guardare in TV. Apro la mia pagina Facebook e scrivo come mi sento, senza figurarmi una faccia precisa all’altro capo dell’account, senza augurarmi un mi piace o una qualsiasi altra forma visiva di empatia, eppure ho bisogno che il mio stato d’animo stia lì, impresso a chiare lettere nell’etere impalpabile di un monitor, come se il solo comunicarlo attraverso la videoscrittura online servisse a renderlo concreto, tangibile, palpitante, oltre tutto quel silenzio dato proprio dall’assenza fisica di gente reale, in una dimensione che – ironia della sorte – è per antonomasia identificata come virtuale.

I critici più superficiali parlano di mitomania, illusioni di popolarità a buon mercato, la presa alla lettera in salsa tecnologica dell’immortale aforisma parafrasato di Oscar Wilde “bene o male purché se ne parli”. Io ci vedo qualcosa di più: la nuova solitudine dell’uomo moderno, quella dei condomini affollati dove non conosci neanche il tuo vicino, quella delle grandi città dove ti senti solo anche fra un mucchio di gente, quella che porta più di qualcuno ad anelare i tempi in cui si usciva ancora in comitiva e in cui se si voleva davvero dire qualcosa all’altro, al massimo gli si telefonava, senza nascondersi dietro frasette da Baci Perugina e faccette buffe e anestetiche.

Le nuove grafomanie possono celare questo, tutt’al più difetti comunicativi che inducono ad esternare le proprie richieste d’aiuto in modo plateale (non a caso si parla di community) ma allo stesso tempo protetto dall’intermediario informatico.

La bulimia dei web writers è dunque più subdola dell’invadenza vandalica dei graffitari, giacché raccoglie molti più proseliti e viene il più delle volte liquidata come un’innocua moda passeggera.

È dunque tutto da demonizzare e demolire?

Mettiamola così: come in tutte le cose, basta non eccedere. Anche Mitridate pare si nutrisse regolarmente di piccole dosi di veleno per mettersi al riparo dalle insidie dei banchetti (situazione privilegiata, nei tempi antichi, per ordire assassinii difficilmente tracciabili).

I blog possono fare la fortuna di molti, come dimostrano certi di cucina o di impegno sociale. I forum possono essere assai utili a chi prima di acquistare un’auto o prenotare un albergo vuol fare un giro di boa tra le impressioni di chi ha condiviso in rete la propria esperienza per mettere in guardia altri consumatori dal prendere delle fregature. E anche i social, le chat e la quintessenza dei vecchi SMS non sono sempre coperte di Linus dietro cui mascherare le proprie fragilità: meno enfatico ma sicuramente più smart di “Carramba che sorpresa!”, quante parentele inimmaginabili, affinità elettive impensabili e compagnie scolastiche perdute ha fatto ritrovare Facebook? E Twitter non ha forse dato una voce mediatica a tutti coloro che volevano partecipare direttamente ai dibattiti di certe trasmissioni televisive? Sempre meglio che quei tentativi estenuanti e spesso inconcludenti di prendere la linea per intervenire a voce! Gli stessi aggiornamenti su dove mi trovo, cosa sto facendo, che cosa sto vedendo e che tipo di espressione mi si potrebbe associare se la mia faccia avesse i tratti stilizzati di un personaggio da cartone, non sono sempre il frutto di un’esuberanza redazionale o, per contro, di un’incapacità relazionale, quanto l’imprescindibile evoluzione della globalizzazione e di un modo altro di intessere rapporti interpersonali, in cui solo per mancanza di fantasia neologistica si continua a ricorrere a denominazioni come amici o followers.

Siamo dunque neo grafofili o neo grafomani?

Come in un test fai da te per riconoscere i cattivi comportamenti a tavola, chiediamoci: 1) Al mattino appena alzati A) beviamo un bicchiere d’acqua tiepida B) segniamo un’altra crocetta al calendario appuntandoci sopra anche qualche commissione del giorno C) ci connettiamo anche se non lavoriamo in borsa. 2) Durante una conversazione scritta con una persona intima si accende una discussione animata. A) decidiamo di trasferirla al telefono B) rimandiamo il chiarimento a un biglietto melodrammatico da lasciare in un posto strategico C) continuiamo a digitare i nostri improperi sulla tastiera, con tanto di esclamazioni e iterazioni tipiche della comunicazione verbale orale. 3) Sperimentiamo una cucina esotica andando a mangiare in un nuovo ristorante. A) ci riproponiamo di cercare la ricetta del piatto che più ci è piaciuto su Internet B) decidiamo di riportarla intuitivamente sul nostro quaderno di ricette C) scriviamo a un blog. 4) Facciamo una vacanza in un paese mai visitato prima. A) ci ripromettiamo di raccontarlo agli amici al nostro ritorno B) raccogliamo materiale e impressioni per rimpinguare il nostro scrapbook (album in cui le famiglie anglosassoni raccolgono tradizionalmente foto, ritagli di giornali, ricette, biglietti augurali e commenti di proprio pugno). C) mettiamo subito in rete le foto della nostra avventura con tanto di notizie dettagliate in tempo reale. 5) Abbiamo un appuntamento e ci accorgiamo di essere in ritardo. A) confidiamo in un recupero alla Schumacher B) telefoniamo per avvisare C) avvertiamo tramite SMS pur non essendo sicuri della tempestività con cui sarà ricevuto. 6) Abbiamo un altro appuntamento, lungo il tragitto sentiamo il bisogno di delucidazioni sul percorso che il nostro navigatore satellitare sembra non soddisfare. A) telefoniamo alle persone con cui abbiamo l’appuntamento B) chiediamo a dei passanti di illustrarci la via sulla vecchia, cara cartina che abbiamo con noi C) avviamo un lungo scambio di informazioni con gli interessati ricorrendo al solito Short Message Service.

Se avete totalizzato almeno quattro risposte A, il vostro profilo è quello di un tecnologico andante. Con una maggioranza di B incarnate il profilo del neo grafofilo. Se avete risposto almeno quattro volte C, benvenuti tra i nuovi grafomani!

 



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