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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: L’Italia dagli occhi a mandorlaL’Italia dagli occhi a mandorla

C’è un bellissimo film di Alejandro González Iñárritu – lo stesso regista di Babel e 21 grammi – che parla di clandestinità e lavoro nero nella Barcellona dei giorni nostri. Si intitola Biutiful – come gli italiani, e a quanto pare anche gli iberici, pronunciano il noto lemma inglese – eppure di bello sembra non essere rimasto proprio più niente di quella città solare e variopinta apprezzata in tutto il mondo per l’arte di Dalì e la movida notturna. Essa viene al contrario dipinta come una sordida metropoli multietnica dove le persone sopravvivono come tanti ratti: in condizioni igieniche e morali deprecabili, ognuno annidandosi come meglio può nel proprio confortevole e invisibile fazzoletto di sporcizia.

Improbabili scenari fantascientifici? Il sogno apocalittico di un visionario? Tutt’altro. E la cronaca nazionale di questi ultimi giorni non fa che confermarcelo, costringendoci ad ammettere ciò che abbiamo sempre ignorato pur avendolo da tempo smaccatamente sotto gli occhi.

Prato. Toscana. In una di queste tane occultate e brulicanti muoiono in un rogo sette operai cinesi dediti alla fabbricazione piratesca di articoli di pronto moda. La maggior parte di loro ha documenti falsi, ottenuti previo lauto compenso a qualche funzionario nostrano.

Anche i topi di Iñárritu fanno una brutta fine: muoiono asfissiati da una stufa scadente regalata loro per pietà dal procacciatore d’affari Javier Bardem.

La fiction anticipa la cronaca di appena quattro anni. La Spagna sembra dunque batterci alle Olimpiadi dell’Illegalità – per citare la famosa candid camera firmata Le Iene – o il lerciume nostrano era così grosso che alla fine ha straboccato da sotto il tappeto?

Un’inchiesta puntuale del New York Times – come se ad informarci di quel che accade a casa nostra dovessero essere i media di oltre oceano – protenderebbe per questa seconda ipotesi. Sarebbe infatti dagli anni 80’ che l’insediamento cinese nel nostro paese ha avuto inizio, dapprima da parte di qualche centinaia di immigrati, fino ad arrivare a decine di migliaia, enabled by Italy’s weak institutions and high tolerance for rule-bending (grazie alla debolezza delle istituzioni italiane e ad una spiccata tolleranza verso chi trasgredisce la legge). Non a caso, lo stesso pubblico ministero ha definito la situazione di Prato il Far West.

Ed ora il tanto osannato made in Italy sembra sempre più made in China. Questi laboratori clandestini dove si mangia e si lavora, si dorme e si lavora, si defeca e ancora si lavora, producono infatti capi di scarsa qualità che finiscono anche all’estero, spacciati, però, per manufatti italiani, cioè di prestigio.

Il problema è ben più grave del solito fenomeno di contraffazione e imitazione di un marchio d’eccellenza, perché riguarda aspetti fondamentali come la libertà della persona, il diritto al lavoro con tutte le garanzie e i doveri ad esso connessi, il rispetto di categorie più deboli e più bisognose di tutele come quella dei bambini. Più semplicemente: la dignità umana.

Nel cercare le cause di una tale degenerazione, l’eminente giornale americano strizza l’occhio ad inequivocabili impronte culturali che, come quelle digitali, sembrerebbero segnarci senza alcuna possibilità di redenzione. Ma è davvero tutta colpa del nostro pressapochismo latino? O si tratta, piuttosto, di una distorta concezione della furbizia? L’idea malsana di poter trarre profitto più velocemente che stando alle regole e, in più, senza l’onere di dazi da pagare allo Stato. Ma c’è davvero questa convenienza? E soprattutto: per chi? Non certo per questi schiavi del nuovo millennio, che lavorano per pochi centesimi a ora al soldo di questo o quel protettore, il quale, al contrario, maneggia milioni, fa affari con la delinquenza locale e ricicla i guadagni di questi spettri senza nome lontano dal nostro paese.

Una discussa pubblicità-progresso promossa dalla Presidenza del Consiglio un po’ di tempo fa recitava Fa’ girare l’economia! Un cliente tipo entrava in un supermercato a fare la spesa e veniva ringraziato da chiunque per il solo fatto di aver acquistato qualcosa (subdola incentivazione al consumo acritico; come a dire: basta che spendi!). Ma chi può davvero pensare che attraverso il lavoro nero, sottopagato e contraffatto, l’economia giri? Forse girerà per pochi eletti, per gli schiavisti, per qualche impiegato dell’anagrafe consenziente, per quella Cina in via di sviluppo così lontana e così piena di dislivelli sociali, per qualche povero diavolo italiano che crede di conquistarsi la propria fetta di paradiso artificiale comprando l’imitazione-tanto-chi-se-ne-accorge... Altrimenti, con tutta questa forza lavoro straniera non avremmo dovuto vederla neanche da lontano la crisi economica mondiale!

Nell’era della globalizzazione non è un po’ ingenuo continuare a pensare che l’azione di un singolo non abbia conseguenze sulla collettività cui egli stesso appartiene e che, quindi, non gli si ritorca contro? Un po’ come per quei mafiosi immischiati nello smaltimento illegale di rifiuti altamente inquinanti insabbiati fino a livello delle falde acquifere che furono sorpresi dagli inquirenti a commentare: “Tanto noi beviamo solo acqua minerale!”.

Circa sette anni fa comprai un materasso. Il rappresentante dei nuovi modelli in lattice salì su a casa a farmi la dimostrazione come per il Folletto. Per far colpo sulla potenziale acquirente scivolò ben presto dalle caratteristiche del prodotto alla sua vita privata. Alla fine sapevo più cose di lui che del materasso. Finì per dirmi che abitava in una bella villetta poco fuori città, ma che per una vita aveva abitato a piazza Vittorio, storico quartiere romano ormai multietnico e non più tanto rassicurante in certe ore nonostante la sua conclamata riqualificazione (alias: piazza e mercato ristrutturati).

I palazzi qui sono perlopiù d’epoca. Chi non ha avuto la fortuna di ereditare un appartamento da un trisavolo come il mio nuovo amico rappresentante del sonno, deve mettere in conto più di un mutuo per potersene comprare uno. Insomma, il tizio mi spiega che un giorno si presenta a casa sua un cinese con una valigetta intenzionato ad acquistare proprio il suo appartamento. Nella ventiquattrore, proprio come in un film di James Bond, aveva mazzetti e mazzetti di banconote.

– Questi qui pagano in contanti, senza bisogno di rate, anticipi, bonifici, rogiti, prestiti, percentuali da dare ai quei ladri delle banche. Lei che avrebbe fatto al posto mio?

Dev’essere stato pressappoco questo che hanno pensato i proprietari dei garage, degli scantinati, delle soffitte, dei retrobottega, dei magazzini in disuso quando hanno trovato queste masnade di lavoratori dagli occhi a mandorla pronti a fare di tutto pur di lavorare. E qui sta il secondo problema della faccenda: la machiavellica arte di arrangiarsi degli italiani (se i costi della piccola e media impresa da noi sono proibitivi, tanto vale fare da sé) si aggrappa alla disperazione di un altro popolo. Questo è diverso dal nostro: altra cultura, altra religione, altra lingua, altro stile di vita… per loro va bene quello che per noi è anche solo impensabile.

Abbiamo appreso la loro perseveranza sotto il sole, nelle nostre spiagge libere, quando ogni estate ci si avvicinano proponendoci improvvisati massaggi in cambio di pochi euro. Non li vediamo mai fare una pausa, neanche a pranzo; piuttosto li scorgiamo rannicchiati dietro il bancone con una mano sul registratore di cassa e l’altra ad arrotolare noodles con le bacchette. I loro negozi non chiudono mai, neanche quando tutti gli altri si concedono un giorno di ferie. I loro bambini non conoscono orari: li vedi intenti a disegnare o a giocare con marchingegni elettronici su un tavolo camuffato tra quelli dove siedono ignari clienti intenti a degustare la cucina dei loro genitori. E ci si meraviglia se a Prato li hanno scoperti mangiare, dormire e lavorare nella stessa stanza?

Ma Prato non è che la punta di un iceberg.

L’invenzione delle razze per escludere e soggiogare un gruppo umano a favore di un altro, risale al diciottesimo e al diciannovesimo secolo. Le razze umane. Una grossa menzogna! Mentre un gatto è evidentemente diverso da un lombrico, una giraffa da un pinguino e un’ape da un passerotto, gli esseri umani sono tutti uguali; appartengono, cioè, alla specie umana. Le uniche differenze sostanziali sono quelle culturali.

Crediamo davvero alla favola secondo cui i neri che lavoravano dodici ore e più nelle piantagioni di cotone potevano sopportare quella fatica perché erano fisicamente più forti dei bianchi? Siamo davvero così ingenui da credere che i cinesi abusivi siano in grado di tollerare il superlavoro e le condizioni di coabitazione coatta con un numero spropositato di altre persone sottoposte al loro stesso trattamento in pochi metri quadrati perché è scritto nel loro DNA?

Se c’è una cosa buona che l’uomo ha saputo fare per evolversi fino ad oggi rispetto alle altre specie animali, è quella di concepire delle leggi con cui regolamentare la propria esistenza. Non sempre eque, quasi mai infallibili ma straordinariamente necessarie alla propria sopravvivenza, forse più del pane. Perché nessuno debba soggiacere a condizioni miserevoli in nome di superate teorie antropologiche che tropo spesso sono balzate dal laboratorio alla cosa pubblica, ma affinché ogni cittadino possa reclamare a gran voce il proprio diritto alla felicità, come recita il primo articolo della Costituzione americana, abbiamo bisogno di leggi che funzionino per tutti.

L’iceberg dal quale svetta la punta marcescente di Prato si tiene ben saldo a delle barriere tanto più granitiche quanto più antiche: il governo cinese, che alla fine non deve disprezzarli poi tanto questi ingenti capitali che ogni anno si vede arrivare dal Mediterraneo come il lascito gratuito di un benefattore neanche troppo sconosciuto; l’impero della moda italiana, che spesso non disdegna, alla stessa stregua dell’ultima fabbrichetta di abbigliamento scadente, di sfruttare manodopera abusiva a buon mercato; il governo italiano, un po’ per eccesso di zelo diplomatico nei confronti della Cina, un po’ per via di quella troppa tolleranza che il New York Times sta lì a rammentarci come il peccato originale.

Mettiamola così: la parola boicottaggio non mi piace perché è genericamente rivoluzionaria, e al punto in cui siamo arrivati non credo sia il caso di generalizzare troppo, fare tabula rasa e fingere di trasformarci miracolosamente in virtuosi illuminati. Dunque non indurrò nessuno a disertare i negozietti a un euro o i ristoranti giapponesi tenuti – anche loro! – da cinesi, ma vi inviterò a selezionare, valutare, non accontentarvi, non accodarvi, farvi due domandine in più: perché costa così poco questo paio di scarpe? Perché quel posto rimane sempre aperto? Perché è più conveniente andare a mangiare un piatto di riso alla cantonese che un piatto di carbonara? Perché raramente noto un cognome asiatico sul citofono di un portone nonostante ci siano tanti cinesi in giro? Perché questa comunità, che è tra le più numerose nel nostro paese, non si amalgama con gli autoctoni come invece fanno altri stranieri (polacchi, albanesi, rumeni, senegalesi, moldavi…) che hanno eletto l’Italia a nuovo porto da cui ripartire?

Citerò lo scrittore Tahar Ben Jelloun: esistono maggiori differenze socioculturali tra un cinese, un sudanese e un francese di quante siano le differenze genetiche.

Mi piace pensare che nonostante tutte queste differenze, però, la dignità umana possa avere lo stesso valore ovunque e per chiunque sul pianeta, anche se gli italiani delle prossime generazioni dovessero nascere con i capelli crespi o con gli occhi a mandorla.



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