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L’idiozia sul web: un fenomeno virale

Chi è stato bambino negli anni 80/90 ricorderà di certo un famoso cartone animato dal titolo “Willy e il Coyote”.

La trama del Cartoons era semplicissima: un incapace Coyote cercava con tutto se stesso di catturare e divorare un velocissimo volatile, il quale in ogni puntata si faceva beffa delle sempre più raffinate trappole che il Coyote gli tendeva.

In ogni episodio il povero Coyote finiva puntualmente: spiaccicato in strada, con denti e arti rotti, trasformato in sottiletta oppure sfracellato a terra dopo qualche maldestro tentativo di volo, si feriva gravemente, moriva e poi sistematicamente “resuscitava” nella puntata successiva.

I bambini di allora trovavano simpatico questo cartone animato e non avevano alcun problema a guardarlo, al contrario i genitori ne erano quasi terrorizzati e non facevano altro che ripetere che mai e poi mai si sarebbe dovuto emulare il comportamento dei protagonisti.

I piccoli spettatori, tuttavia, avevano ben chiaro che quello era solo un Cartoons e di conseguenza era molto più facile per loro capire che era solo finzione, che nulla aveva a che fare con la realtà, che si trattava solo di disegni e che la vita reale era un’altra, in altre parole era chiaro che si trattava solo di uno show per bambini.

Quella linea di demarcazione che all’epoca appariva come una granitica certezza tra ciò che è reale e ciò che non lo è oggi non è più tale.

Di qualche giorno fa la notizia della tragica morte per soffocamento di un ragazzino che aveva emulato un comportamento pericoloso visto sul web ovvero il “gioco” di soffocarsi denominato “blackout”.

Si tratta di una diabolica pratica che prevede di provocarsi un soffocamento, stringendosi forte il collo, per un tempo breve così da sperimentare la presunta sensazione di euforia provocata dal sangue e dall’ossigeno che ritorna ad affluire al cervello.

Questa pratica è anche utilizzata in demenziali sfide e prove di forza o di “coraggio”.

Si tratta di un fenomeno di estrema pericolosità, come la cronaca ha dimostrato, poiché le conseguenze di questo gioco estremo possono essere molto gravi per la salute o anche fatali.

Questo evento, purtroppo non è rimasto isolato, infatti, solo qualche giorno dopo i giornali riportavano la notizia di un’altra morte assurda, quella di un ragazzino precipitato nel vuoto nello sconsiderato tentativo di farsi un “selfie estremo” ovvero una foto da caricare sul proprio profilo social, caratterizzata per le condizioni “estreme” in cui è realizzata.

Sono esempi di “selfie estremi”: foto realizzate sui binari, mentre si è alla guida, con animali feroci, oltre la “linea gialla” in metropolitana, ad altezze da capogiro, ecc.

Questa moda è approdata nel nostro Paese di recente, a causa dell’effetto virale di alcuni filmati diffusi dai social network, ma nel mondo è una prassi, purtroppo, tristemente nota al punto che alcuni paesi sono stati costretti a dotarsi di un’apposita segnaletica di “divieto di selfie” del tutto simile ai divieti autostradali.

Ultimo solo in ordine di tempo l’episodio di San Giorgio a Cremano, dove si è verificato il grave ferimento di un altro giovane vittima di un’altra moda assurda del web ovvero quella di saltare sulle auto in corsa e tentare di salire in piedi sul cofano.

Inutile dire che tale “impresa” oltre ad essere estremamente stupida integra anche fattispecie criminose poiché, oltra a farsi male, si rischiano capi di imputazione quali il danneggiamento, istigazione al reato e, nei casi più gravi anche istigazione al suicidio, solo per fare alcuni esempi.

I fenomeni esaminati non sono i soli presenti nel vasto mondo virtuale: sempre più video o filmati diffusi nel web, infatti, mostrano comportamenti apparentemente “demenziali” e sempre più rischiosi se replicati.

Basti pensare alla pericolosa moda di bruciarsi le punte dei capelli o dei piedi, di lanciarsi da un balcone a un altro (c.d. balconing), di sfidarsi vicendevolmente in “gesta” sempre più estreme, sempre più pericolose, ecc.

Anche nell’emulazione di questi comportamenti diversi ragazzi hanno subìto gravissime conseguenze: sono rimasti gravemente ustionati o hanno perso la vita come altri tristi episodi di cronaca hanno attestato.

A titolo di esempio si ricorda il caso del ragazzo morto durante una gita scolastica per un presunto incidente legato al citato fenomeno del “balconing”.

Questa è una pericolosa pratica consistente nel saltare da un balcone all’altro o da una finestra, situata a un piano elevato, direttamente all’interno di una piscina.

Questo fenomeno è molto diffuso a Ibiza e nelle località vacanziere, dove gli alloggi affacciano direttamente su grandi piscine e dove la stretta distanza tra balconi appartenenti a differenti alloggi favorisce la “circolazione” da una camera a un’altra.

Da questa veloce carrellata sui rischi del web legati all’emulazione, si evince che oggi il pericolo maggiore sembrerebbe proprio l’incapacità che ha la generazione dei c.d. “nativi digitali” di cogliere il pericolo, con la stessa lucida capacità di discernimento che avevano le generazioni precedenti.

Forse l’aver familiarizzato con gli strumenti digitali sin dalla più tenera età (da qui la definizione di “nativi digitali”) ha abbassato quella soglia di attenzione rispetto alle nuove tecnologie, che, al contrario, sembrava essere implicita per le generazioni precedenti.

Il considerare il computer parte della famiglia, l’affidare a esso buona parte delle proprie emozioni e del proprio tempo libero ha forse portato questa generazione a essere meno cauta nella valutazione del pericolo?

La scarsa preparazione dei genitori sui pericoli del web, la più diffusa ignoranza da parte degli adulti rispetto a fenomeni di cui non si sa nemmeno il nome, poi, ha di certo giocato un ruolo di primaria importanza nel sottovalutare la pericolosità che si cela in rete.

Probabilmente, potrebbe obiettarsi, che fosse molto più semplice capire che un Coyote non poteva realmente realizzare le prodezze che si vedevano in tv; molto più semplice è distinguere un cartone animato da un filmato caricato su You Tube, lì, infatti, si vedono persone vere, ragazzi in carne e ossa, non attori del cinema o controfigure ma giovani come tanti: in sostanza per citare un noto spot pubblicitario potrebbe dirsi che il nostro era un “vincere facile”.

Forse questo è vero, tuttavia la nostra “diffidente generazione” ha il dovere di conoscere questi pericoli e probabilmente, come un tempo facevano i nostri genitori, mettere in guardia i ragazzi dall’emulare comportamenti rischiosi visti sul web, ricordando loro che non tutto quello che si vede on line è giusto, che non rende più “popolari “agli occhi degli altri e che, se anche ciò può sembrare tale, poiché si ricevono tanti Like, si tratta di un distorto concetto di popolarità.

Una popolarità che si basa sulla replica di comportamenti demenziali, spregiudicati o in altre parole stupidi non può essere una popolarità di cui andare fieri, non a caso chi è stato bambino negli anni 80/90 sentiva ripetersi spesso” Se gli altri si buttano dal balcone, lo fai anche tu?”.

Allora era importante distinguersi soprattutto se la massa replicava comportamenti socialmente considerati demenziali, palesemente stupidi o moralmente e socialmente disdicevoli.

Importante ritornare a questo livello di attenzione, alla fine di queste “gesta”, e a differenza delle puntate di Willy e il Coyote, infatti, se si finisce sfracellati a terra, con le ossa rotte, con delle ustioni o nei peggiori dei casi, morti, non ci sarà possibilità di “risorgere” alla prossima puntata.

Ai “nativi digitali” ricordiamo le note parole di Albert Eistain: “Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana…..e non sono sicuro della prima!”.

 

Dott.ssa Claudia Ambrosio- Criminologa