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Le rubriche di Catanzaro Informa - Incriminis

Il victim blaming

La colpevolizzazione della vittima o “victim blaming” è quel fenomeno consistente nel ritenere la vittima di un crimine parzialmente o interamente responsabile di ciò che le è accaduto e nell’indurre la vittima stessa ad autocolpevolizzarsi.

Generalmente si parla di “vittimizzazione secondaria” (o “post-crime victimization“) quando le vittime di crimini subiscono una seconda “vittimizzazione”, cioè una seconda aggressione, che le rende di nuovo vittime, da parte delle istituzioni e quindi della società.

La “seconda aggressione” può essere operata dalle cosiddette “agenzie di controllo”, cioè sanitari, forze dell’ordine, avvocati e magistratura, che possono non credere alla versione della vittima e accusarla di avere provocato l’aggressione, oppure dai mass media che possono causare una “vittimizzazione secondaria” esponendo la vittima all’opinione pubblica e al conseguente giudizio morale.

Il fenomeno in esame è molto frequente soprattutto nell’ambito dei crimini sessuali, nel contesto dello stupro e della violenza di genere, infatti, questo concetto si riferisce alla tendenza diffusa ad interpretare “colpevolizzandoli” i comportamenti delle vittime: abusi e violenze sarebbero provocati in molti modi dalla vittima stessa la quale avrebbe contribuito al prodursi dell’azione lesiva dal flirtare con il predatore fino al tipo di abbigliamento indossato, magari considerato troppo sensuale o provocatorio.

In altri casi, poi, si cercano di colpevolizzare le vittime anche retrospettivamente, analizzandone il vissuto, il lavoro, lo stato civile, il comportamento, presumendo quindi che la vittima “se l’è cercata” o che abbia “meritato” la violenza subita magari per effetto del “modus vivendi” libero e disinibito precedente l’accadimento violento.

Purtroppo questo è ancora drammaticamente vero, anche in contesti sociali “culturalmente evoluti e ciò anche per effetto della doppia morale ovvero del diverso peso che, a livello sociale, determinati comportamenti assumono a seconda che vengano tenuti da uomini o donne.

Quanto detto è tanto più vero se legato ai crimini sessuali poiché è proprio in tale ambito che il giudizio morale assume valenze diverse a seconda del genere della vittima: in altre parole se la vittima avesse subito un furto o un reato di tipo predatorio l’aver ostentato ricchezza magari agitando un portafoglio pieno di soldi, farebbe ritenere egualmente “ingenui” o “colpevoli” uomini e donne, al contrario nei reati a sfondo sessuale, la vittima donna è quasi sempre costretta a dover preliminarmente provare di non aver provocato in alcun modo il reo, cosa non sempre semplice poiché il confine tra ciò che era gradito alla vittima e la violenza vera e propria non sempre opera in nette e demarcate sequenze logico temporali.

Ed ecco, allora, che se avevi la minigonna, avevi bevuto, avevi dato confidenza all’aggressore allora è colpa tua.

Ne deriva l’importanza che la vittima “non creda”, cioè non faccia suo, non interiorizzi questo giudizio, perché questo è il grave rischio: bisogna sempre pensare che non ce la siamo cercata, anche se magari siamo state incaute o superficiali; importante, dunque, è non identificarsi con questo giudizio, non finire col crederci, perché ciò darebbe molta insicurezza rispetto alla reale immagine del se’.

Il “te la sei cercata” è tipico di una cultura maschilista, che assolve sempre l’uomo, qualunque cosa faccia, e una cultura che cova una sorta di odio inconscio e di paura verso la donna, stupisce però, che non è infrequente che le donne stesse contribuiscano ad alimentare questi pregiudizi.

Ciò accade quando le donne invece di solidarizzare con la vittima si associano al coro moralista ed inquisitorio che contribuisce ad alimentare odiosi ancestrali stereotipi.

A tal proposito è importante sottolineare che difronte a tali reazioni non basta l’intervento del legislatore, non bastano le campagne condotte a livello giurisprudenziale e gli aggiornamenti normativi: parte del rispetto verso le donne spetta anche alle donne stesse, il “te la sei cercata” si vince, dunque, su due fronti: quello legale-culturale e quello di crescita socioculturale.

In questi giorni si è dibattuto a riguardo dell’ennesimo episodio di violenza sessuale sulle donne, in seguito all’arresto di un noto imprenditore del milanese; l’uomo è stato denunciato da una ragazza 18enne, da lui abusata e arrestato per sequestro di persona, violenza sessuale e spaccio di droga.

L’avvenimento in questione si è verificato, durante una delle famose feste che l’imprenditore organizzava nella lussuosa villa di sua proprietà, l’episodio è stato interamente filmato dalla videocamera di sicurezza presente nella camera da letto dell’uomo, alla cui porta faceva la guardia uno dei suoi bodyguard; le immagini raccapriccianti mostrano in alcuni momenti un corpo inerme, privo di sensi, vittima di un agito del quale la vittima non era neanche nelle condizioni mentali di rendersi conto.

Un altro chiaro esempio è l’episodio avvenuto a Torino nel 2018, conclusosi in questi giorni: una maestra d’asilo manda al proprio fidanzato foto e video “hot”; dopo la rottura tra i due, lui invia il materiale privato in una chat di gruppo dove la maestra ritratta viene riconosciuta da una delle mamme dei suoi alunni; le dicerie riguardo al materiale pornografico divengono di dominio pubblico, tanto che la vittima viene licenziata dal suo luogo di lavoro, denigrata a livello pubblico e costretta ad affrontare le spese del processo contro il suo ex completamente da sola.

Il problema, per l’opinione pubblica, non è il reato di revenge porn (disciplinato dall’articolo 612 ter del codice penale), bensì il fatto che una maestra d’asilo possa avere una vita sessuale!

A causa del giudizio morale donne che leggono titoli di giornale e commenti sotto i post di Instagram quali “cosa ci faceva lì?” o “se l’è cercata” sempre più si sentono colpevoli di una colpa non loro, provano vergogna per gli episodi da loro vissuti e arrivano quindi ad avvertire una sorta di inutilità nelle loro denunce.

È quindi chiaro come problemi sociali quali la cultura misogena e la colpevolizzazione delle vittime siano estremamente attuali e gravi e che non possano essere risolti unicamente tramite l’applicazione della legge all’interno di tribunali.

Al contrario, ciò che ogni giorno leggiamo sul giornale, sui social media, ciò che sentiamo in televisione, ma soprattutto l’opinione collettiva e l’educazione, ricoprono un ruolo di centrale importanza in questo processo di denormalizzazione dei problemi esposti, problemi che devono iniziare a essere visti collettivamente come profondamente anormali, non giustificabili, e da estirpare senza alcuna riserva, con la reale e granitica consapevolezza di saper discernere la vittima dal carnefice.

Dott.ssa Claudia Ambrosio-Criminologa