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Diritto al mantenimento: dipende anche dalla durata del matrimonio

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    Va, in primis, precisato che con la separazione personale dei coniugi, sia consensuale che giudiziale, il vincolo matrimoniale non viene sciolto, ma si sospende temporaneamente in attesa del provvedimento del giudice.
    Si congelano i doveri di assistenza morale e collaborazione, ma rimane vivo il dovere di assistenza materiale che converge proprio nella determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge che ha bisogno di un sostentamento, giacché non avente redditi propri e adeguati, e, dunque, insufficienti al fine di adempiere alle proprie necessità. L’assegno di mantenimento viene, pertanto, determinato in base al reddito complessivo della famiglia e delle esigenze di assicurare una tutela al coniuge economicamente più debole e ai figli, rimuovendo quegli squilibri reddituali che possono incidere sul tenore di vita al momento della cessazione del rapporto coniugale.
    Ebbene, giurisprudenza costante ritiene che i presupposti per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione sono la non titolarità di adeguati redditi propri e la sussistenza di una disparità economica tra le parti, essendo a tal fine il parametro di riferimento costituito dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio (Corte Cass. sez. I, 24 luglio 2007, n. 16334). Decisamente rilevante, nell’ambito delle questioni relative all’assegno di mantenimento, è la determinazione del suo importo. Quest’ultimo, da un lato, deve essere proporzionato ai bisogni del coniuge più debole, e, dall’altro, deve tenere conto delle possibilità economiche dell’altro coniuge.
    Proprio in tema di mantenimento, e in particolare sul diritto del coniuge economicamente più debole a percepire il relativo assegno, nell’ipotesi in cui il matrimonio sia durato poco tempo, si è pronunciata la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 402 del 10 gennaio 2018.
    Nell’ipotesi in esame, la moglie ricorreva avverso la sentenza che negava la richiesta di riconoscimento dell’assegno di mantenimento, eccependo che la durata del matrimonio non rientrerebbe nei parametri da tenere in considerazione ai fini della sussistenza del diritto al mantenimento, i quali, invero, sarebbero precisamente: il mancato addebito della separazione al coniuge richiedente, nonché la mancanza di fonti che gli consentano di provvedere autonomamente ai propri bisogni e alle proprie necessità. Diversamente, per la ricorrente, la durata del matrimonio avrebbe potuto concorrere alla determinazione del quantum dell’assegno, ma non incidere sul sorgere del diritto a percepirlo.
    I giudici di legittimità, tuttavia, hanno confermato la pronuncia del giudice del gravame, ritenendo che il coniuge più debole dal punto di vista economico non aveva diritto all’assegno di mantenimento, in quanto, stante la particolare brevità del matrimonio (28 giorni), non poteva dirsi maturata la comunione materiale e spirituale tipica dei rapporti di coniugio. In buona sostanza, tra gli ex coniugi erano stati raggiunti soltanto degli accordi di tipo economico e, per come espresso da entrambi, il vincolo coniugale non era stato instaurato in virtù di un vero affectio coniugalis, vale a dire la volontà duratura dei coniugi di vivere come marito e moglie.

    Avv. Assunta Panaia
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