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Il film dei cinque sensi: Call me by your name

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    Da sempre l’estate è una stagione magica fatta di incontri, cieli stellati e brezza marina. Quella del 1983 lo è in particolar modo per Elio Perlman (Timothée Chalamet), eccellente musicista nonostante i soli diciassette anni e Oliver (Armie Hammer), studente americano che si ritrova a casa Perlman per circa sei settimane, causa tesi di post dottorato. Elio passa le sue giornate “aspettando che l’estate finisca”, leggendo e trascrivendo musica; Oliver fa il suo dovere ma non si lascia sfuggire la bellezza dei momenti che ha a disposizione prima di ripartire e, sulle note delle hits anni ’80, si lascia andare in danze goffe e alticce, flirt improbabili, schiacciate vincenti a pallavolo e partite a carte con gli anziani del paese.

    Nel terzo e ultimo film di quella che viene chiamata “trilogia del desiderio” (dopo Io sono l’amore e Bigger Splash), Guadagnino lascia da parte i vezzi registici a lui cari, per dare spazio e centralità al cuore del film: una giovane storia d’amore. Apparentemente nulla di più banale, tema trito e ritrito, ma la storia tra Elio e Oliver riesce a sviscerare sensazioni e pulsioni che, diciamoci la verità, avevamo seppellito da tempo. Lo spettatore svolge un ruolo centrale poiché è chiamato ad assistere, ma anche e soprattutto a compartecipare.   Qui tutti i sensi sono coinvolti: in primis la vista, indirizzata per lo più sui corpi (quello tonico e scolpito di Oliver, più fanciullesco e acerbo quello di Elio per finire alle curve marmoree delle sculture analizzate intensivamente dal signor Perlman che vengono –non proprio accidentalmente – chiamate in causa); corpi che, dunque, possiamo toccare con mano, sentirne ogni piega, ogni giovane movimento. Poi abbiamo l’udito – Sufjan Stevens fa quello che Guadagnino stesso ha definito un regalo al regista, componendo tre magnifici pezzi che non solo accompagnano candidamente le sequenze piuttosto, in pieno regime autocosciente, ne fanno esplodere il significato.  Immergendoci nella dimensione filmica e liberandoci dalle forze che ci trattengono nel nostro spazio abituale, potremmo addirittura sentire il profumo del pesce appena pescato, della corrente marina subito dopo un regalo inaspettato dal mare, dei corpi ancora sudati, umidicci e inzuppati d’amore dei protagonisti. E per finire, considerando sempre le condizioni di cui sopra, ci ritroviamo a gustare l’acqua dolce del lago, il vino fresco per cena e, per i più audaci, la succosa e fatidica pesca di Elio.

    Esteticamente di stampo bertolucciano, Call me by your name (ispirato, ricordiamo, all’omonimo romanzo di formazione di André Aciman e adattato e sceneggiato da James Ivory) lascia sullo sfondo la questione storica (come del resto Bertolucci fa con il suo “The Dreamers”) – accennata solo nelle discussioni sulla nuova politica craxiana dalla coppia invitata per pranzo a casa Perlman. Questa piccola parentesi però, ci dà una chiara contrapposizione tra le famiglie presenti al tavolo: gli invitati rispecchiano caldamente lo stile irruento, chiassoso e invadente degli italiani, mentre i proprietari di casa restano pacati, apparentemente disinteressati agli
    eventi, quasi non italiani, ma di sicuro comprensivi vista la non reazione alla scoperta dell’orientamento sessuale del figlio che, a quell’epoca, avrebbe fatto sicuramente scalpore. Al contrario, però, di un Bertolucci ai tempi di “Ultimo tango a Parigi” in cui i protagonisti, per mantenere intatto l’ordine del legame instaurato, negavano completamente l’accesso alla faccenda identitaria (non potevano svelare il loro nome), Guadagnino qui si muove su un regime totalmente opposto. I due, oltre ad approfondire la loro conoscenza, addirittura finiscono per accettare le regole di un gioco comune: chiamarsi l’uno col nome dell’altro. Da qui il titolo, il punto focale: più che di uno scambio d’identità, si tratta di una convergenza, di un doppio che finisce per diventare organismo, unità.

    Il film è un invito a non subire passivamente il dolore, a non evitarlo, piuttosto a comprenderlo e ad accettarlo perché punto costante e ciclico della vita (esemplare e delizioso il monologo di papà Perlman nel finale). Chiamami col tuo nome è il pensiero di un Guadagnino fanciullo che non si è mai arreso; che in un’epoca di paure, ansie, fretta e tecnologie social fa ritorno alle pause, ai silenzi di un tempo in cui la quiete era sicuramente assordante e inevitabile ma lasciava spazio agli sguardi, ai giochi, alla condivisione, alla vita, all’amore.


    Manuela Maruca

     

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