Le rubriche di Catanzaro Informa - Contrappunti

Letture d’estate

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    “Temo che salvare quanto rimane del paesaggio e dell’antica civiltà calabrese sia impresa disperata. Infatti c’è da lottare contro forze soverchianti. E non si tratta soltanto di scarso senso civico, per cui il calabrese è prepotentemente portato ad anteporre il bene proprio al bene comune (succede ovunque). Né soltanto di ignoranza, per cui succede che molti di coloro che deturpano paesaggi con costruzioni orribili sono intimamente convinti di abbellirlo con capolavori architettonici. Contro queste forze, ancorché prepotenti, si potrebbe combattere. Il guaio più grosso è che il calabrese è mosso da un irrefrenabile stimolo di autodistruzione che, per quanto riguarda l’ecologia, ha le sue radici in un senso di inferiorità collettiva. I calabresi sono i primi a non credere alla bellezza ed all’altezza della loro civiltà, che è una civiltà contadina. Per essi la civiltà contadina è simbolo di miseria, di scarso cibo e di molte malattie, di disprezzo, vero o supposto, da parte di altre popolazioni economicamente e tecnicamente più progredite. È comprensibile quindi che essi vogliano cancellare le vestigia di tale civiltà – e anche un paesaggio vergine appartiene alla civiltà contadina – e contro questo oscuro bisogno la lotta è più difficile perché va condotta nel profondo” (Giuseppe Berto, 1973).

    E oggi, a che punto siamo? Qualcuno ha ancora lucidità, determinazione, coraggio sufficiente ad affrontare questa lotta?

     

     

    Massimo Iiritano

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