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Le rubriche di Catanzaro Informa - Eros/psyche

Restare a casa: quando la propria abitazione diventa una prigione

“la quotidianità“ai tempi del Coronavirus

Come tutti sappiamo stiamo vivendo un periodo della nostra storia che nessuno di noi immaginava di vivere, un tempo sconosciuto ed inaspettato. Il corona virus, l’ormai tristemente famoso covid-19, ci ha costretti a vivere un isolamento sociale che solo pochi mesi fa sembrava impensabile, qualcosa che poteva succedere solo nei films. Ed invece è diventato realtà, trasformando le nostre abitazioni in prigioni da cui non si può uscire o quasi. Diventa prigione tutto ciò che è imposto, tutto ciò che non dipende dalla nostra volontà e dalle nostre libere scelte.

Dobbiamo stare a casa e così cambia tutto il nostro sistema di relazioni. Tutti devono collaborare ed essere responsabili nel nome di un interesse comune. È la prima volta da tanto tempo che siamo davvero obbligati a farlo, sicuramente la prima da quando esistono i computer e internet, tecnologia che sicuramente ci aiuta a non sentirci lontani dai nostri cari e dai nostri amici. Ad esempio le videochiamate in questo periodo si sono moltiplicate e questo ci aiuta a sentirci più vicini.

Quest’isolamento sociale non è proprio del tutto negativo. Il sano relax casalingo ci permette di recuperare le energie per il nostro passatempo preferito. Erano anni che non sfogliavo più vecchi album di fotografie. Rivedere mia madre a 24 anni giovane, bella e felice col pancione  con me dentro, è stata una fortissima emozione. Rivedere mio padre giovane, atletico che gioca a tennis o nella squadra di calcio dell’Istituto di Credito in cui lavorava e di cui io ero la mascotte, il portafortuna è stato altrettanto emozionante. Rivedere le foto di quando era piccola insieme a mio fratello è stato un ritornare indietro ai tempi della spensieratezza e della tenerezza…

Sono andata a rispolverare anche qualche libro che, distrattamente, avevo abbandonato e che meritava invece più attenzione. Mi sono soffermata su un passo del trattato “L’Elogio della Follia” di Erasmo da Rotterdam che mi ha sempre colpito e che riporto di seguito: “Osservate con quanta provvidenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere nel mondo un pizzico di follia: infuse nell’uomo più passione che ragione, perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi relazione con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. La vita umana non è nient’altro che un gioco della follia. Il cuore ha sempre ragione “

Sempre in questo periodo ho rivalutato alcune verità ed in particolare che chi è in compagnia di sé stesso non è mai solo: la bella solitudine ci aiuta a conoscerci, abbiamo bisogno di guardarci dentro. Il bello, il piacere, le emozioni, bisognerebbe impararle a gustare fino in fondo, prima con sé stessi per, poi, quando tutto questo passerà, condividerle con gli altri. E’ noto infatti che quando si sta bene con sé stessi, diventa quasi automatico riuscire a stare bene con il prossimo.

Mi sono anche ricordata di una cosa che ognuno di noi sa ma che spesso dimentica, forse perché siamo distratti dalle continue sollecitazioni della società moderna e cioè che, in fin dei conti, stare in casa non è come stare in prigione, anzi il più delle volte ci dà la possibilità di dedicarci alle nostre passioni aiutandoci a liberare mente e spazi.

E’ fondamentale saper stare con sé stessi, riscoprire il piacere di prendere le distanza dall’affanno della quotidianità, dalle pressioni del presente, dalla vertigine di un tempo che non riusciamo più a governare. Questo ci invita a riflettere e ci fa comprendere il seme di una solitudine che non è negativa, ma vitale, per il semplice motivo che non siamo soli, ma siamo insieme con noi stessi, abbiamo la nostra compagnia. E magari riusciamo a riflettere, ad approfondire la conoscenza del nostro cuore e della nostra anima, proprio come fanno i monaci con il loro stile di vita, che potrebbe apparire triste ma che di certo non lo è. Stando con noi stessi è più facile costruire nell’immaginario, una priorità della scaletta della vita, trovando le soluzioni a problemi che magari scopriamo non esistere. Siamo sempre pieni di pensieri, di quelle riflessioni che chiamiamo “le preoccupazioni quotidiane”: come procurarci cibo, denaro, riparo e cose materiali, ma anche come soddisfare i nostri bisogni affettivi, sanare il dubbio che una certa persona ti ami o no, capire come far durare un rapporto, avere sicurezze nel lavoro. Si può spendere il 99,9% del proprio tempo concentrandosi su queste preoccupazioni, comfort materiali e ansie affettive, ma la cosa più importante che sfugge a tutti noi è la più profonda di tutte: bisogna vivere il presente senza affannarci alla ricerca di chissà che cosa. Dobbiamo ricercare la felicità prima dentro noi e stessi e la naturale conseguenza sarà quella di essere felici con gli altri.

Una buona abitudine da prendere potrebbe essere quella di tenere un cosiddetto “diario della gratitudine”. Non ti serviranno più di 10 minuti al giorno e ti permetterà di addormentarti la notte con un buon sapore in bocca. Si tratta semplicemente di scrivere ogni notte tre o cinque cose che ti sono accadute durante il giorno per le quali puoi sentirti grato. All’inizio ti costerà un po’, perché siamo più abituati a fissarci sui problemi e le cose negative, ma con un po’ di pratica scoprirai che hai molte ragioni per sentirti grato. E la gratitudine è proprio una delle emozioni che ci porta più felicità e benessere.

E quando tutto sarà finito, perché deve finire ed anche al più presto, probabilmente ci renderemo conto che non sarà più come prima. L’empatia naturale, le emozioni verso gli amici, le persone tutte, inconsciamente subiranno un freno, una certa diffidenza, come se la stretta di mano, l’abbraccio, lo stringersi forte ci riportasse alla mente l’infezione, il contagio. Chissà se basterà il tempo affinché le nostre effusioni ritornino ad essere genuine come un tempo, chissà se sarà gioioso ritornare a  riunirci in tanti, accanto e vicini.  Chissà se finiremo di disinfettarci ogni ora con prodotti igienizzanti, detergenti e antisettici. Si certo che sarà così, torneremo a baciarci, ad abbracciarci e a stare insieme. La parola mascherina ritornerà a farci tornare in mente le festività gioiose del Carnevale. Di certo avremo capito quanto ci sia mancato l’affetto dei familiari e degli amici, che è sicuramente la conseguenza più triste dell’isolamento sociale, che proprio in questo caso prende la forma di una prigionia e ci porta a renderci conto della nostra infinita limitatezza di fronte ad eventi inimmaginabili e più grandi di noi, del nostro sapere, della nostra conoscenza, della nostra scienza. Spero anche che questa situazione faccia capire a noi e tanti politici che l’arroganza, la prepotenza, l’odio e la cattiveria di fronte ai recenti eventi sono solo effimere manifestazioni che abbrutiscono la nostra anima e ci rendono ancora più soli e che  solo l’amore e la solidarietà potranno salvarci da un baratro senza fondo. Quanta infinita tristezza nel vedere sfilare quei carri militari che trasportavano bare di perone che non hanno avuto il conforto di un’ultima carezza, di un estremo abbraccio. Soprattutto di gente anziana, dei nostri “genitori”, dei nostri “nonni” che hanno avuto la sfortuna di trascorrere gli ultimi giorni della loro vita in balìa di questo oscuro virus. Si proprio loro i nostri cari anziani che hanno pagato il prezzo più alto di tutti in questa triste vicenda. Molti di noi hanno dovuto lasciarli soli portando dentro di sé sentimenti contrastanti di responsabilità e di tristezza. Chissà quanti di noi pur sapendo benissimo che stare lontani dai propri cari voleva dire amarli e salvaguardarli hanno anche pensato, che nel cuore dei nostri vecchietti, quest’azione potesse venire  interpretata come un gesto di abbandono. Insomma questa situazione, senza precedenti, che l’arroganza dell’uomo moderno mai avrebbe pensato di poter vivere, ha messo a dura prova, le abitudini, la socialità e la psiche di tutti.

Come non condividere il pensiero del noto scrittore David Grossman il quale afferma che, quando l’emergenza sarà finita, l’umanità ne uscirà migliore perché consapevole della sua fragilità e della caducità della vita e spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità ed a distinguere ciò che è importante da ciò che è futile, a capire che il tempo e non il denaro è la risorsa più preziosa che abbiamo.

Last but not least, come dicono gli inglesi, per descrivere un pensiero indicato alla fine di un discorso ma non per questo mento importante, è il tema delle donne vittime di violenza che in questo momento sono costrette a passare le loro giornate nella stessa abitazione insieme ai propri carnefici.  Per chi fugge dalla violenza l’isolamento è più isolamento che per gli altri e la vita è braccata in  due direzioni, da una parte il virus e dall’altra la  propria condizione personale. I dati attuali parlano e dicono che la richiesta di aiuto non è paragonabile al tempo pre-virus e questo perché il problema persiste ma lo  si vede meno, nascosto com’è fra le mura di casa. Questa situazione potrebbe dar adito ad un rischio concreto, cioè di far passare l’idea che quella della violenza domestica sia un’emergenza che non è più emergenza, a cui si potrà pensare non appena la vita tornerà ad essere normale. Questa è un’idea che non deve passare. La situazione attuale di “fermo” forzoso in casa accresce fenomeni di tensione domestica. L’isolamento è una delle forme principali tramite cui si sprigiona la violenza endo-familiare. Bisogna riflettere sul fatto che più frequenti episodi di violenze tra le mura domestiche si verificano sempre durante i giorni dedicati alle vacanze estive e durante i periodi di festività. Tanto più, nei giorni di isolamento domiciliare dovuti all’emergenza sanitaria, la violenza può covare dietro il silenzio delle case private.

Bisogna riflettere sul fatto che la violenza endo-familiare è, purtroppo, un fenomeno diffusissimo: un caso di violenza ogni 15 minuti è registrato nel nostro territorio nazionale; in pratica, 88 donne al giorno sono vittime di episodi di violenza domestica.

Spesso avviene che l’unico momento di razionalizzazione e di presa di coscienza per la donna è quello durante il quale la donna si ritrova al di fuori delle quattro mura domestiche, oppure quando il partner si allontana da casa, ma in questi giorni nella maggior parte dei casi risulta impossibile uscire dal contesto delle quattro mura familiari.  La violenza è un fenomeno purtroppo normale, quotidiano e diffuso e lo è anche adesso, anche se i telefoni dei Centri Antiviolenza non squillano. Il centro antiviolenza Centro Aiuto Donna di Fondazione Città Solidale, non ha sospeso le attività di ascolto, assistenza e supporto, che continuano ad esercitarsi nel rispetto delle linee guida igienico-sanitarie impartite dai decreti. Rimane attivo come sempre h24 il numero verde 800909194. Inoltre per cercare di aiutare di più queste donne vittime di violenza, che stanno vivendo questa situazione di emergenza la Polizia di Stato ha attivato un App “YOUPOL”. Seguendo i passaggi, Youpol può aiutare le vittime e i testimoni di atti di violenza domestica a chiedere aiuto. Ci si aspetta un aumento delle richieste di aiuto a fine dell’emergenza, come è successo in Cina, dove la pandemia ha portato un incremento delle denunce per violenza e maltrattamento. Bisogna anche considerare che oltre alle donne vittime di violenza, ci sono i bambini, che non potendo andare a scuola sempre a causa dell’emergenza Covid-19, “assistono” ancora di più alle violenze intrafamiliari. Noi come Centro Antiviolenza ci siamo e ci saremo.

Concludo riprendendo un piccolo passaggio della riflessione del Santo Padre sul rito straordinario di benedizione del 27 marzo 2020, quando afferma che la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità, facendoci riflettere sul fatto che, con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine, ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

 

Dr. Monica Riccio

Psicologa clinica – Psicoterapeuta – Sessuologa – Terapeuta di coppia
Email: dottmonicariccio@gmail.com
Cell. 3339486656