Le rubriche di Catanzaro Informa - Incriminis

La normalità del reo

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    In una celebre frase Robert Kennedy sosteneva che “ogni società ha il tipo di criminali che si merita”, quasi a voler indicare lo stretto legame che da sempre lega società e crimine.

    Personalmente trovo molto interessante e, a tratti illuminante la citazione, poiché da essa può trarsi spunto per analizzare il profilo del “reo” nella nostra moderna, evoluta e ipertecnologica società.

    In primis si potrebbe osservare che l’utilizzo al singolare del termine “reo” sia di per sé sbagliato, poiché esistono tanti “rei” quanti i possibili scenari di trasgressione e violazione di regole e/o norme prestabilite.

    A titolo meramente esemplificativo: il reo per la società potrebbe essere il disadattato, il deviante, ovvero colui il quale non riesce ad inserirsi nell’ordine sociale prestabilito, il reo, al contrario, per la morale potrebbe identificarsi nel dissoluto, ovvero in colui che tiene una condotta immorale e sessualmente disinibita, proseguendo il reo per la religione è il peccatore, ovvero colui che disattende i precetti legati al credo religioso.

    Tutte queste definizioni, tuttavia, non interessano al diritto che conformemente alla sua impostazione laica e scevra da qualsivoglia intento moralistico, riconosce un unico tipo di reo, ovvero colui il quale commette un reato.

    Fatte tale doverose precisazioni terminologiche, sembra opportuno estendere l’ambito di analisi e chiedersi chi è oggi il reo, chi è sempre più spesso protagonista di tristi ed efferati fatti di cronaca, chi deve essere posto al centro della più moderna indagine criminologica,  in altre parole: quali sono i criminali che si “merita” la nostra società?

    La cronaca attuale ci fornisce la risposta, una risposta che di certo non è rassicurante ma, al contrario lascia spazio a molteplici interrogativi: oggi, infatti, sempre più spesso, il reo è proprio l’uomo comune.

    Sempre più frequentemente al centro dell’agito criminoso si trova non il soggetto aduso al crimine, non il soggetto che vive al margine della società, ma al contrario autori della fattispecie delittuosa sono: i nostri familiari, i nostri vicini di casa, i nostri compagni di scuola, i nostri amori, insomma noi stessi.

    Il reo è, dunque, il nostro specchio, e  può nascondersi nella più disarmante normalità.

    La società assiste, dunque, alla realizzazione del peggior incubo posto che risale a una antichità remota la voglia di frapporre rigidi schemi tra l’uomo e il criminale, spesso visto dalla letteratura classica come un mostro.

    Bello e buono, brutto e cattivo: queste le associazioni classiche; il mito evoca mostri al confine tra uomo e animale, come nel caso del Minotauro, insomma un criminale lontano non solo dall’uomo comune, ma spesso anche dall’uomo tout court.

    E quanto al movente?

    Anche in questo caso “rassicurano” tutti i moventi legati alla malattia mentale, al disturbo raro, genetico comunque lontano dalla perfetta capacità di intendere e volere.

    Anche sotto questo aspetto, tuttavia, l’analisi del movente non presenta tratti rassicuranti, a determinare, infatti, la condotta criminale “trionfano” futili motivi quali noia e voglia di trasgressione, specie per i giovanissimi, oppure invidia “per la felicità altrui” come in un recentissimo caso di cronaca.

    A farla da padrone, insomma, sembra essere una banale diffusione di malessere e infelicità; quell’infelicità che impedisce di creare un rapporto empatico con l’altro fino a renderlo qualcosa da aggredire, ferire, distruggere.

    In altri casi, poi, il criminale non riesce neanche a rendersi conto di essere tale: ciò ad esempio accade per taluni illeciti perpetrati sul web, dove la schermatura del monitor comporta un abbassamento del livello di empatia con conseguente abbassamento anche dell’autoresponsabilità.

    Nei crimini legati al mondo virtuale, infatti predomina,  una netta dissociazione tra l’io reale e l’io virtuale, che rende il “criminale” incapace di comprendere la portata nociva della sua azione all’interno del mondo reale e ciò con effetti talvolta devastanti o letali.

    Sul punto si sono resi necessari due interventi ad hoc da parte del legislatore: la legge sul cyberbullismo e la proposta di legge sul revenge porn, per allertare sui rischi di questi biasimevoli comportamenti e per evitare che altre morti si determinassero per le persecuzioni sul web.

    Da un semplice sillogismo deriva, dunque, che se ogni società si merita i suoi criminali e se in quella attuale il criminale è rappresentato dall’uomo comune, allora al centro dell’indagine criminologica deve necessariamente rientrare non solo il criminale ma anche la società.

    Una società che in taluni casi contribuisce a creare l’azione criminosa ma in tanti altri casi rischia di diventare “maggioranza silenziosa” ovvero incapace di cogliere i disagi e le richieste di aiuto delle tante vittime, una società che si limita ad assistere con spirito voyeuristico, che vuole sapere a tutti i costi, ma che non ha interesse a intervenire.

    Siffatta società ripugnerebbe Seneca il quale inorridiva pensando al popolo che si dilettava vedendo il sangue copioso scendere nell’arena e godere, anche solo assistendo al macabro spettacolo della morte.

    In un celebre passo delle Epistole ad Lucilium, il celebre autore latino tratteggia così il profilo dello spettatore: “La gente per lo più preferisce tali spettacoli alle coppie normali di gladiatori o a quelle su richiesta del popolo. Al mattino gli uomini sono gettati in pasto ai leoni e agli orsi, al pomeriggio ai loro spettatori. Chiedono che gli assassini siano gettati in pasto ad altri assassini e tengono in serbo il vincitore per un’altra strage; il risultato ultimo per chi combatte è la morte; i mezzi con cui si procede sono il ferro e il fuoco. Si potrà dire: “Ma costui ha rubato, ha ammazzato”. E allora? , Ha ucciso e perciò merita di subire questa punizione: ma tu, povero diavolo, di che cosa sei colpevole per meritare di assistere a questo spettacolo?”

     Qualunque indagine sul reo, dunque, non può prescindere dai mali del nostro tempo, da una scena del crimine che spesso coincide con luoghi che dovrebbero riportarci a una dimensione di serenità e non di angoscia quali: famiglia, scuola, lavoro, condominio, ecc.

    Essenziale allora è il recupero “sociale” della c.d. visione personocentrica prevista dalla nostra Costituzione che pone al centro del sistema giuridico l’uomo, i suoi bisogni, le sue necessità,  in una sola parola la sua dignità.

    Nella società odierna, pertanto, non ci sono mostri o, magari, siamo tutti potenzialmente mostri, perché nei tempi in cui viviamo anche la mostruosità rischia di diventare banalità.

     

     

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