Le rubriche di Catanzaro Informa - Incriminis

‘Restiamo Umani’

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    Esistono varie forme di violenza, di certo tutte riprovevoli e degne di ampio biasimo, ma alcune trascendono i confini dell’umanità e hanno il potere di degradare l’uomo ai ranghi di un essere non più degno di questo nome.

    Non vi è dubbio che la violenza intrafamiliare rientri in questa categoria, poiché viene perpetrata da chi, al contrario, dovrebbe difendere, curare, proteggere la vittima.

    Noto, al proposito,  il commento sarcastico di George Orwell, il quale affermava che: “Quando si trova un coniuge ucciso, la prima persona inquisita è l’altro coniuge: ciò dice molte cose su quel che la gente pensa della famiglia”.

    Le pareti domestiche, infatti, possono essere il teatro di frequenti violenze e prevaricazioni, soprattutto quando la famiglia abbandona il suo volto umano e solidale per trasformarsi, al contrario, in un “sistema di attribuzioni dei ruoli maschili e femminili in cui prevale da un lato il modello di dominanza e dall’altro quello di sottomissione.”

    La violenza in famiglia, in tali casi, non rappresenta soltanto l’esplosione di una situazione conflittuale mal gestita o non risolta, ma diventa lo sfogo di insoddisfazioni, tensioni, rabbie, frustrazioni.

    Soltanto in questi ultimi anni il fenomeno della violenza intrafamiliare, si è trasformato da una questione privata ad un problema pubblico, fino a pochi decenni fa, infatti,  sulla base di una impostazione della famiglia vista come “oasi di pace e di armonia” da cui ogni forma di violenza era bandita, la vittima che denunciava veniva vista come una “diversa” che aveva fallito nel compito assegnatole dalle istituzioni e dalla società di mantenere l’unità familiare, a tutti i costi.

    Ed è proprio questo è il punto di partenza: qual è questo costo? qual è il prezzo da pagare per vivere per sempre insieme “felici e contenti”?

    Ecco, sembra plausibile affermare che negli ultimi tempi questo prezzo sta assumendo i connotati del sacrificio, un sacrificio umano che sempre più spesso chiede un tributo di sangue.

     

     

    Un’analisi criminologica del fenomeno in esame, tuttavia, richiede di procedere con gradualità partendo innanzitutto dall’esame dei soggetti coinvolti e delle relazioni disfunzionali in cui si annida la violenza.

    In primis, come noto in letteratura, la violenza intrafamiliare ha come sfondo una rete di relazioni familiari distorte, in cui, non è l’amore e il rispetto a improntare i rapporti tra i vari membri, ma la dominanza e la prevaricazione.

    Differentemente da quanto si può ritenere prima facie non è corretto ghettizzare il fenomeno nelle frange più emarginate o derelitte della società, posto che il suddetto taglia trasversalmente tutte le fasce sociali.

    Al contrario è corretto dire che esso emerge maggiormente in quelle meno abbienti e ciò in quanto i servizi territoriali possono penetrarvi più facilmente e percepire le situazioni a rischio: infatti, la segnalazione trova nei contesti più degradati un minor numero di ostacoli, differentemente da quanto avviene nei contesti medio/alti o “per bene”.

     Lo svantaggio economico, inoltre, è ben visibile e quindi più facilmente aggredibile attraverso opportuni percorsi, quello relazionale, basato su una comunicazione familiare distorta e perversa, invece, è meno visibile all’esterno e dunque meno prevenibile o curabile.

    Ciò significa che, in pratica, non è possibile disegnare l’identikit del “carnefice”, potendo egli appartenere a qualsiasi ambiente sociale, avere qualsiasi età, svolgere qualsiasi attività lavorativa.

    Ma vi è di più: il fenomeno della violenza familiare è complesso: non si può scindere la violenza fisica da quella psicologica, sessuale, culturale o economica, perché tutte le molteplici forme che può assumere la condotta violenta e prevaricatrice concorrono nel loro insieme a produrre un danno.

    Nella manualistica di settore sovente si trovano le seguenti classificazioni, ad esempio, i soggetti su cui si esercita la violenza in famiglia sono soprattutto: la donna coniugata o convivente, i figli, gli ascendenti in linea retta, ed occasionalmente altri membri (ad esempio, sorelle o fratelli del coniuge o del convivente).

    Questa tradizionale classificazione non appare smentita dalla casistica reale che, al contrario non solo conferma, ma spesso addirittura aumenta il catalogo includendo nuove vittime o nuove tipologie di violenza.

    Un esempio su tutti la “violenza economica” ovvero  la creazione o il mantenimento di una situazione di dipendenza economica attuata allo scopo di privare la vittima della sua libertà di autodeterminazione: l’incapacità a lasciare un partner violento, talvolta, è data dalla mancata indipendenza economica del “coniuge debole”.

    Sul punto apprezzabile lo sforzo della giurisprudenza della Corte di Cassazione, che, in più di una occasione ha stabilito che “la condotta del coniuge tesa a rendere la vita insopportabile al partner con l’umiliante ed ingiustificata vessazione di natura economica, integra gli estremi del reato di maltrattamento di famiglia”.

    Il dato più allarmante, tuttavia, è un altro ovvero il progressivo aumento di casi di indicibile violenza e brutalità nei confronti dei minori, il più delle volte bambini piccolissimi.

    Spesso si è portati a indagare capillarmente il fenomeno della violenza dal punto di vista della donna, ma non deve trascurarsi che oggi più che mai la violenza della madre si lega indissolubilmente a quella dei figli.

    In altri casi, poi, sono entrambi i coniugi/conviventi a perpetrare violenze inenarrabili nei confronti dei bambini, come nei tristissimi casi di cronaca recentemente venuti all’attenzione dell’opinione pubblica.

    Rientrano in tali casi gli episodi di maltrattamenti, di abuso di mezzi di correzione, di incuria, d’ipercuria, di trascuratezza, di violenza in tutte le sue forme fisiche e psichiche.

    In particolare,  la società ha iniziato a rendersi conto che” i rapporti tra adulto e minore non sono sempre improntati all’affetto, che l’amore verso il fanciullo non impedisce l’esplosione di odio e di aggressività dell’adulto verso chi disturba, che il concetto di aiuto alla crescita è spesso sostituito da un oscuro senso di proprietà che si estrinseca nella convinzione di poter fare del figlio ciò che si vuole”.

    Ci si rende sempre più conto, in altre parole, che la funzione educatrice viene spesso scambiata con quella di addestramento, se non addirittura di vero e proprio asservimento, e che il proclamato riconoscimento del bambino come persona, teoricamente dotato di propri diritti, cela, al contrario, una effettiva considerazione di lui come mero appagamento dell’adulto.

    Quando si analizza la dinamica criminosa che ha portato alla morte di un bambino di pochi anni, quando si legge nelle tracce di violenza lasciate su quei corpicini indifesi una crudeltà abnorme, allora viene spontaneo chiedersi quanto di umano ci sia in questi crimini.

    In altre parole, come detto all’inizio, pur condannando ogni forma di violenza non vi è dubbio che questo tipo di violenza metta l’uomo difronte all’interrogativo se permane o meno ancora in lui  una qualche forma di umanità.

    Non è umano massacrare un bambino con un bastone, rompergli le ossa, spappolargli il fegato, ridurlo in condizioni da far impallidire anche il più temprato dei medici.

    Tempo fa un caso di cronaca portava alla luce il dramma di un bambino ucciso a bastonate, come un cane, e della sorellina, “più fortunata” perché era riuscita a cavarsela con tante ossa rotte e il cuoi capelluto strappato.

    Ma almeno era viva, viva per portare nel cuore il ricordo di una paralizzante disumanità, di un giorno di ordinaria follia.

    L’interrogativo per il criminologo è legittimo posto che, tale professionista ontologicamente è portato a ragionare sul movente, sul modus agendi, sulla dinamica criminale, sul rapporto tra vittima e carnefice.

    Ma questo interrogativo investe l’uomo prima che il professionista, poiché anche in natura, dove tradizionalmente è l’istinto e la legge del più forte a prevalere, nella maggior parte dei casi il cucciolo, salvo casi legati alla sopravvivenza, è generalmente protetto, quanto meno dai genitori.

    Ed allora se è vero che anche il crimine ha i suoi codici e le sue “regole” potrebbe essere uno spunto di riflessione quello di non perdere l’umanità, quello di cercare il più possibile di restare umani, anche quando si è accecati dal fumo dell’ira, della gelosia, dell’istinto, dell’odio, della rabbia, della furia cieca che ci rende più simili a demoni che a uomini.

    Il sonno della ragione genera mostri” , secondo una celebre affermazione del  Goya, ma quando questo sonno riguarda l’umanità  ciò è molto grave, perché l’uomo non può cessare di essere tale, diversamente, infatti, si diventa disumani, si diventa mostri.

    Terribile, sopra ogni cosa, è infatti perdere l’umanità: utopistico, forse, sperare che anche nel crimine non si perda l’umanità, non si perda, cioè,  il senso di quelle regole che appartengono allo status di uomo prima che al diritto o alla società, insomma che permanga, sempre e comunque, quel senso di humanitas che dovrebbe per natura essere in ogni essere umano.

     

    A cura di Claudia Ambrosio- Criminologa

     

     

     

     

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