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Narciso 3.0: le nuove gabbie del web

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    Il mito di Narciso è uno dei più significativi che la mitologia classica ci consegna: l’amore per se stessi che diventa prigione e porta alla morte.

    In realtà il tema dell’amore/odio per se stessi, con tutte le conseguenze che ne derivano è oggi, più che mai, attuale soprattutto se si considera l’importanza che nella nostra società ha l’apparire, spesso, purtroppo, anche  a scapito dell’essere.

    Quello con se stessi è, infatti, un rapporto tra i più complessi e conflittuali, che accompagna l’individuo dal momento della nascita a quello in cui si prepara a lasciare definitivamente la vita terrena.

    Si tratta di una “relazione” difficile poiché non è sempre semplice accettarsi, condividersi, in altre parole amarsi: molto più facile appare, al contrario, lo sminuirsi inseguendo un ideale di perfezione non raggiungibile nella vita reale.

    Capro espiatorio del descritto disagio diviene, allora, il corpo: quell’involucro esterno che ci consente di interagire e relazionarci con il mondo esterno.

    Il nostro “contenitore” diventa qualcosa da disprezzare; lo specchio riflette un’immagine che non piace, che non si accetta, che si vede, il più delle volte, con difetti di cui  il mondo, spesso, neanche si accorge: c’è sempre qualcosa che non va ogni scusa è buona per odiarsi.

    Si è portati, erroneamente, a credere che questo disagio appartenga solo all’adolescenza e questo è in parte vero, poiché, tale fase della vita dell’uomo si accompagna a significativi cambiamenti nel corpo e nello spirito che, di certo, favoriscono l’insorgere della difficoltà nell’accettarsi.

    D’altro canto, tuttavia, sembra più corretto rilevare come, la difficile accettazione del proprio aspetto connoti prevalentemente, ma non, esclusivamente l’adolescenza, posto che, come affermato in precedenza, il rapporto conflittuale con se stessi in teoria può accompagnare l’essere umano nelle diverse fasi della sua vita.

    A complicare, poi, quello che appare essere un rapporto “difficile” legato allo status stesso di uomo, nella società odierna si è aggiunta un’ulteriore aggravante: l’avvento della realtà virtuale.

    Prima, infatti, che si affidassero alle piattaforme on line gran parte del nostro tempo libero e della nostra vita di relazione, esisteva un solo banco di prova, rappresentato dal modo reale, oggi, al contrario, i terreni di incontro/scontro  sono potenzialmente infiniti e illimitati, come infinito e illimitato è lo spazio virtuale.

    I social media, diventano una “vetrina” troppo pesante da sopportare quando si tratta di mettere in mostra qualcosa, il nostro corpo, di cui non si è fieri: insopportabile pensare di confrontarsi con quelle foto perfette e patinate che spopolano, ad esempio, su Facebook o Instragram, dove, complice anche l’uso, a volte smodato, di alcune funzioni come i “filtri” fotografici, sembra non esistere alcun difetto e regnare la perfezione.

    Noti i tanti episodi di ragazzi che, alla ricerca di una perfezione non reale, hanno perseguito delle abitudini alimentari rischiose o sono diventate vittime di disturbi veri e propri, martiri di un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.

    In altri esempi, sempre noti alla cronaca, l’aspetto fisico non perfettamente conforme ai canoni estetici di bellezza è stato motivo di vessazioni e denigrazioni, anche via web, attraverso la ridicolizzazione dell’immagine del malcapitato/a di chat in chat.

    Accanto al “tradizionale” cyberbullismo, infatti, il web è stato teatro anche di fenomeni più specifici come il body shaming, ovvero una forma di cyber bullismo che colpisce le persone solo per il loro aspetto fisico considerato brutto o inadeguato, secondo i moderni canoni di bellezza.

    Non sono solo semplici critiche, ma veri e propri attacchi all’autostima della vittima che viene presa di mira, semplicemente per il suo aspetto esteriore.

    C’è di consolatorio che queste forme di “schiavitù” riguardano, per così dire democraticamente, sia persone comuni che personaggi famosi ed anzi, i secondi, proprio perché più legati all’immagine, sembrano esserne più vittima dei primi.

    È nota la campagna che molte Celebrities hanno condotto contro la pratica del body shaming, lotta che si potrebbe riassumere con lo slogan “sono imperfetta e me ne vanto”, oppure sotto il più laconico, ma ugualmente incisivo “francamente me ne infischio”.

    Nel mondo virtuale, poi, si tende a “pubblicizzare” solo i momenti belli e felici e ciò determina una distorsione anche della realtà che, si caratterizza non solo da momenti belli ma anche da momenti difficili e duri: il web, quindi, consacra e amplifica il valore dell’apparire sull’essere.

    È singolare, tuttavia, riflettere su un dato: mentre il moderno ed evoluto “mondo occidentale” crea sul web nuove schiavitù, nel paradossale tentativo di ricercare la più alta e suprema forma di libertà, diverso uso della realtà virtuale viene fatto in altri,  più “conservatori”, contesti.

    Molte testate giornalistiche hanno evidenziato questo fenomeno tanto che alcuni autori, nel rappresentarlo hanno parlato di una vera e propria “rivolta social delle ragazze islamiche”.

    La prima a mettere in luce questa realtà è stata la scrittrice egiziana Rania Ibrahim che, con il suo romanzo “Islam in love”, ha portato per la prima volta allo scoperto l’uso dei social delle ragazze arabe: un mondo di chat private dove le ragazze parlano liberamente di amore, passione, lingerie, sesso; libere di essere se stesse e lontano dai genitori e dal mondo maschile.

    La cronaca ha raccontato, poi, di altri gruppi usati da giovani donne arabe, che attraverso l’uso dei social Network hanno individuato aiuto per sfuggire a matrimoni combinati o a contesti familiari di abusi e violenze, cercando e, fortunatamente alle volte trovando, la libertà.

    Sempre la cronaca, poi, ci racconta del quindicenne siriano Muhammad Najem che, attraverso i suoi scatti postati sui social, sta documentando gli orrori della guerra civile, allo scopo di raccontare e non dimenticare.

    Questi esempi dimostrano le grandi potenzialità del web che, al pari di ogni altro strumento può essere prigione e libertà nello stesso tempo.

    Arduo, quindi, ravvisare una soluzione al problema del difficile rapporto con se stessi, considerato anche le “aggravanti” dei nostri giorni; di certo, se mai si possa identificare una risoluzione, questa non potrà essere universalmente riconosciuta perché nella quotidiana lotta con se stessi ogni uomo deve trovare la sua personale “via d’uscita”.

    Utile, forse, potrebbe essere ritornare a dei valori più solidi e concreti e ricordare che l’uomo è fatto di anima e non solo di corpo e che i difetti più gravi sono proprio quelli che riguardano quest’ultima perché per essi non esiste alcuna cura, trucco o chirurgia medica che possa rimediare.

    Non è tanto grave avere qualche difetto fisico, la perfezione non appartiene alla condizione umana e forse, se fosse così, l’uomo non sarebbe comunque felice poiché probabilmente non vi è nulla di più noioso di una perfezione ottenuta e non più solo ricercata.

    Ancora una volta, sul punto, la letteratura classica fornisce contributi rilevanti: su tutti basti ricordare la proverbiale “invidia” che gli dei (bellissimi, immortali ed eternamente giovani) erano soliti provare per i “miseri uomini”, per i quali la precarietà e limitatezza della vita aveva quale conseguenza la capacità  di vivere e di assaporare più intensamente ogni istante dello loro mortale condizione.

    Da quanto detto, si trae la conclusione che un possibile rimedio può essere cercare proprio nel difetto, nell’ imperfezione, il vero punto di forza  dell’essere umano nel cammino che porta all’accettazione ma, soprattutto, all’amore per se stessi.

    Claudia Ambrosio- Avvocato e Criminologa

     

     

     

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