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Aspetti criminogeni della proprietà: lo stalking condominiale

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    In un contesto sociale che rivela un’altissima conflittualità generale, l’ambito condominiale si pone senza dubbio come protagonista, registrando considerevoli percentuali di litigiosità.

    Secondo un recente rapporto sul tema (realizzato da Censis Servizi e Anaci), negli ultimi anni circa 185.000 giudizi, instaurati davanti ai tribunali e ai giudici di pace, ha riguardato il condominio, ponendo all’attenzione dei giudicanti soprattutto questioni attinenti al recupero delle morosità, all’impugnazione delle deliberazioni assembleari, ai procedimenti d’urgenza, ai procedimenti di accertamento preventivo, nonché alle azioni di responsabilità.

     Ciò inesorabilmente spinge a riflettere sullo stesso diritto di proprietà  che, oggi più che mai, appare mutato rispetto a come inteso in passato.

     È noto, infatti, che la “funzione sociale” che la Costituzione del 1948 riconosce all’istituto de quo rende sempre più obsoleto il concetto di proprietario quale “monade” isolata.

    Rispetto a come concepito il diritto di proprietà nel diritto romano, nel Code Napoleòn e nel Codice Civile del 1865, esso non è più da intendersi quale diritto soggettivo assoluto e illimitato ma soggetto a “limiti esterni e interni.

    A titolo esemplificativo si pensi alla disciplina sulle immissioni ex art. 844 c.c., al divieto degli atti emulativi ex art. 833 c.c., alla espropriazione per pubblica utilità, quali esempi di limiti c.d. esterni, ovvero ai concetti di “utilità sociale” o di “funzione sociale” ex artt. 41 e 42 della Costituzione, quali limiti c.d. interni al diritto in esame.

    Il risultato di tale evoluzione nel concetto di diritto di proprietà è stato un progressivo ma inesorabile mutamento della visione immobilistica della proprietà e dei conseguenti diritti e doveri del proprietario, a favore di una sempre maggiore “apertura verso la collettività”.

    Ne deriva che il proprietario non è più  visto dal sistema giuridico come “chiuso in sé stesso” ma, in una continua e costante relazione con l’altro.

     Ciò è tanto più evidente nel condominio, realtà quest’ultima da intendersi, non solo come comunione di immobili ma come unione di persone e quindi agglomerato umano e dove esiste un agglomerato umano, esiste da sempre un alto tasso di conflittualità: non a caso un noto detto latino recita “communio est mater rixarum!”.

    Tale aspetto introduce a un profilo di drammatica attualità, mai come oggi, infatti, la realtà dimostra un notevole aumento dell’aggressività e sempre più frequentemente teatro di questi scenari nefasti è il condominio.

    Il caso della “strage di Erba” rappresenta forse quello più emblematico agli occhi dell’opinione pubblica, tuttavia, esso è solo quello più noto ma, certamente, non l’unico.

    Periodicamente si assiste all’esplodere di una cieca violenza il cui movente è legato alla proprietà, ai difficili rapporti di vicinato, a problematiche inerenti il parcheggio, a questioni, a volte banali che manifestano sempre di più la difficoltà dell’uomo di oggi a convivere con il prossimo.

    A dispetto di quanto sostenuto da Aristotele, il quale definiva l’uomo “animale sociale”, in quanto per natura portato ad aggregarsi con gli altri e a vivere in comunità, oggi, al contrario l’essere umano sembra mal tollerare la vita in branco!

    La frequenza e la modalità con cui tali esplosioni di rabbia accadono, a volte anche lasciando qualche morto, inducono il criminologo alla riflessione che proprietà e condominio rappresentano, al pari di altri, veri e propri fattori criminogeni, tanto da essere meritevoli di studio e di attenzione.

    In primis sul movente che spesso è caratterizzato dall’essere futile; si pensi alle tante risse dovute allo scuotimento dei tappeti sui panni stesi dei vicini, oppure alle liti legate al posto auto, fino ad arrivare a vere e proprie aggressioni generate dai “bisognini” degli amici a quattro zampe o dai rumori molesti.

    Ne emerge una società stressata, iraconda, poco propensa alla “normale tollerabilità” che un vivere civile insieme agli altri dovrebbe imporre.

    Anche da un punto di vista giurisprudenziale, il fenomeno in esame non è sfuggito all’attenzione del giurista: è noto che la Cassazione sta sempre più frequentemente affrontando questioni di c.d. “stalking condominiale” ovvero “di reiterate vessazioni perpetrate da uno o più condomini nei confronti di altri, con atteggiamenti ove la molestia supera di gran lunga il confine degli atti emulativi”.

    Quello che apparentemente può sembrare un reato tipicamente “affettivo“ in quanto le vittime sono quasi esclusivamente partner e soprattutto ex, è invece, oggi sempre più spesso, un delitto ben configurabile anche al di fuori di una relazione amorosa.

     E’ sufficiente:” il compimento di più atti molesti o minatori che ledano l’altrui sfera psico-affettiva o inducano la vittima a mutare stile di vita”, perché ci si trovi di fronte agli atti persecutori puniti dalla norma in oggetto, indipendentemente dai rapporti affettivi o parentali che leghino il persecutore al perseguitato, che incidono al più, sul piano sanzionatorio.

    Il riconoscimento giuridico dello stalking condominiale è fondato su un’interpretazione estensiva dell’art. 612 bis c.p.: contestualizzando, infatti, le condotte previste dalla norma nell’ambito dei rapporti di condominio, la giurisprudenza, ha elaborato la figura del c.d. stalking condominiale che si configura “come un insieme di atti ripetuti volti ad arrecare volontariamente a uno o a una pluralità di condomini un disturbo intollerabile per un periodo prolungato di tempo, tale da condizionarne la vita di tutti i giorni. Le azioni volontarie e reiterate sono elementi che costituiscono lo stalking mentre il condominio costituisce il locus commissi delicti”.

     La  sentenza del 25 maggio 2011, n. 20895, rappresenta il leading case in materia, la Cassazione ha confermato la condannata inflitta ad un condomino per il delitto di stalking ai danni di tutti i soggetti di sesso femminile residenti nel condominio, in quanto la condotta tenuta dall’agente,  per il suo carattere sistematico e persecutorio, aveva di fatto ingenerato nelle vittime uno stato di paura ed ansia tale da costringerle a modificare sensibilmente le proprie abitudini di vita.

    Lo stalking condominiale è complesso e non facile da dimostrare nella pratica: per difendersi la vittima può rivolgersi inizialmente al presunto persecutore per invitarlo a mettere fine a suoi comportamenti molesti, coinvolgendo in questa prima fase anche l’amministratore.

    Altra via percorribile è data dalla possibilità per la vittima di presentare apposita richiesta di ammonimento al Questore, il quale preso atto della richiesta, qualora la ritenga fondata, emette un decreto di ammonimento nei confronti dello stalker, inibendo la continuazione del comportamento molesto, anche con riguardo alle conseguenze, in caso di prosecuzione dello stesso.

    È di qualche giorno fa, ad esempio, la notizia di un provvedimento di ammonimento emesso dal Questore di Reggio Emilia ai danni di un signore di 66 anni colpevole di aver perseguitato il suo vicino di casa con una serie di comportamenti molesti quali: danneggiamenti, furto di oggetti e lancio di chiodi contro l’autovettura della vittima, rea, agli occhi del persecutore, di avere acquistato un immobile a cui l’autore delle molestie era da tempo interessato.

    In altri casi, poi, è stata ravvista la fattispecie in esame anche nell’”insozzare quasi quotidianamente l’abitazione ed il cortile di proprietà del vicino gettandovi rifiuti di ogni genere, se con tale condotta gli si provoca un perdurante e grave stato d’ansia e il fondato pericolo per l’incolumità, al punto da costringerlo a trasferirsi altrove per alcuni periodi e rinunciare a coltivare presso la propria abitazione relazioni con i terzi”. (Cass. Pen., Sez. V, Sent. n. 39933/13).

    Emblematica, poi, la sentenza del Tribunale di Padova del 23 marzo 2015: alcuni condomini avevano lamentato comportamenti particolarmente pesanti quali minacce e insulti ai vicini di casa, rumori, bestemmie e altre amenità analoghe; il Tribunale ha emesso condanna per stalking “poiché le condotte dell’imputato avevano ingenerato un profondo stato di ansia nei condomini, costretti a sprangare le porte di casa e a limitare le proprie uscite per non incontrarlo”.

    Analogo caso deciso dal Tribunale di Genova il 24 aprile 2015, per il quale:” è stalking spiare dalle finestre, suonare musica a tutto volume nel cuore della notte, bussare alle pareti con un bastone, buttare la spazzatura dal balcone e, minacciare sistematicamente i vicini”.

     Ancora una volta i casi esaminati sono indice di un disagio sociale e di una mancanza di “benessere” che porta l’uomo ad un aumento della sua propensione a comportamenti devianti, dissociali quando non anche a veri e propri reati.

    Anche il condominio, quindi, si conferma luogo di scontro, di frustrazione, di rabbia che esplode senza alcun preavviso.

    Utile, anche in questo ambito investire nella prevenzione che, qui, può avere la veste della valorizzazione dell’empatia e del rapporto umano, nel tornare a vedere “l’altro da sé” come una risorsa a cui attingere e non come un problema da ignorare o, in alcuni casi, da eliminare.

    La mente va a quei ricordi, di un passato non tanto lontano raccontato dai nostri anziani, i quali riferiscono di porte con le chiavi alle toppe, nel caso “qualcuno avesse bisogno di qualcosa”, di “Santi Rosari” recitati insieme dalle vecchiette del palazzo, di bimbi che giocano a campana o a nascondino nel cortile, di quel poco di sale, zucchero, pane, che, se dimenticato all’ultimo minuto, veniva sempre prontamente offerto dal vicino e, sempre, in dosi maggiori di quelle richieste.

    Insomma ricordi, che oggi appiano al limite con la fantascienza, chiuso com’è, l’uomo di oggi dentro una corazza che sempre di più limita la sua stessa socievolezza.

    Certo i problemi di vicinato sono esistiti, esistono e sempre esisteranno, tuttavia, vale la pena riflettere almeno su un dato: c’è tanto da guadagnare dal pacifico e sereno rapporto con gli altri a patto, però, di saper rinunciare anche a un poco di libertà, di sfrenato individualismo o, a volte, di egoismo.

     

    Claudia Ambrosio Avvocato – Criminologa

     

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