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L’ars educandi ai tempi del web

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    In una nota frase di Malcom X si evidenzia l’importanza che in una società riveste l’educazione dei giovani:” L’educazione è il nostro passaporto per il futuro, poiché il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo. Oggi “educare” rappresenta una delle sfide più ardue sia per la famiglia che per la società, e spesso e volentieri i soggetti a ciò preposti e cioè gli “adulti” si rivelano totalmente inadeguati a svolgere questo delicato compito. Se ciò già non bastasse a complicare le cose si è aggiunto un altro livello di educazione ovvero l’educazione digitale, cioè l’educazione a un corretto modo di comportarsi on line. Ma cosa si intende per l’educazione digitale? Quando si pensa al concetto di educazione digitale, infatti, non si ha molto chiaro a quale idea di educazione bisogna riferirsi; si evocano concetti di educazione lontani, artificiali, tecnologici, cui guardare come a qualcosa di nuovo da imparare. Allora si pensa a corsi di formazione, a esperti che devono “insegnarci” a essere “educati digitalmente”, come se l’educazione digitale fosse qualcosa di diverso dal più generale concetto di educazione. Corollario di questo modo di ragionare è il rafforzamento della scissione tra l’Io reale e l’Io virtuale, quasi come se la persona avesse due diverse e nettamente distinte dimensioni: una on line, una off line. Da tale modo di percepire l’educazione digitale derivano rilevanti e talvolta paradossali conseguenze, ma soprattutto deriva la convinzione che si può essere persone “diversamente educate” secondo il piano, reale o virtuale, che decidiamo di considerare. In questo non sempre gli adulti possono essere d’aiuto ai più giovani. Gli adulti, infatti, sono stati per molto tempo i grandi assenti del web: la generazione precedente a quella dei c.d. nativi digitali, non aveva la tendenza ad affidarsi alla realtà virtuale per intessere relazioni di tipo personale, al massimo si concepivano “rapporti virtuali” per far fronte ad esigenze di tipo logistico o lavorativo. La presenza degli adulti nel mondo digitale, inoltre, non è sempre incoraggiante, basti visionare alcuni profili per rendersi conto che voglia di visibilità e manie di protagonismo non sono appannaggio esclusivo del mondo giovanile: molti genitori, ad esempio, hanno l’abitudine di pubblicare foto, proprie o dei propri figli, rappresentanti svariati momenti, anche intimi, della giornata. La prassi di condividere o di postare foto dei propri figli, specie se minori, è deprecabile poiché le foto potrebbero finire in un deep web fatto di pedofili o persone che potrebbero utilizzare queste immagini per produrre materiale pedo-pornografico. Alcuni dei più importanti social network si stanno dotando di apposite funzioni che consentono di limitare l’accesso a tali foto solo a determinati contatti individuati dai genitori, tuttavia, per quante accortezze si possano attuare il comportamento preferibile consiste nell’esimersi dal condividere o pubblicare foto di minori, specie se molto piccoli. Questa impostazione sembra essere condivisa anche dalla più recente giurisprudenza: in alcune pronunce i giudici, infatti, hanno definito come “pericolosa” l’abitudine di pubblicare foto di minori e pertanto, perché ciò accada necessita il consenso di entrambi i genitori. Più clamorosi alcuni casi avvenuti in Europa (Francia, Germania, ecc.) dove alcuni figli, raggiunta la maggiore età hanno chiesto il risarcimento per i danni ai propri genitori per le foto da loro pubblicate quando erano minori. Anche i fenomeni del cd odio social, degli haters e del hatespeech, ovvero dell’aggressività e degli insulti on line perpetrati con toni di massima violenza e turpiloquio, non sono da considerarsi solo come espressione di un disagio giovanile. Sul punto basti ricordare che recentemente la cronaca ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica forme di bullismo o di cyberbullismo perpetrate da alcuni genitori nelle chat dei gruppi classe di Whats App. Nota la decisione di alcuni dirigenti scolastici che, esasperati dal clima teso che si creava dentro e fuori la scuola, hanno vivamente scoraggiato la creazione di questi gruppi. In particolare in queste “conversazioni” via chat i genitori hanno dato sfogo a comportamenti non idonei quali: aggressività verso gli altri genitori, intolleranza quando non vero e proprio razzismo nei confronti di bambini, specie se extracomunitari, insensibilità nei confronti degli alunni diversamente abili accusati di rallentare il percorso di apprendimento del resto della classe, criticità nei confronti dei voti più alti di altri bambini ritenuti meno meritevoli dei propri figli. Gli adulti, insomma, da grandi assenti diventano talvolta veri e propri esempi da non seguire nella realtà virtuale. Agli adulti affidiamo il compito di educare i ragazzi ad un corretto rapporto con gli altri dentro e fuori il web e pertanto bisogna scoraggiare comportamenti così biasimevoli. In altre parole anche gli adulti devono essere “educati” ad un uso corretto e consapevole del web che dia loro la capacità di riconoscere i pericoli del web, di cogliere i segnali di allarme, tanto dell’autore quanto della vittima di bullismo e cyberbullismo, ma anche di comportarsi loro stessi adeguatamente . È importante, perciò, che qualunque azione preventiva atta alla conoscenza e contestuale repressione dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo non sia limitata solo ai ragazzi, ma si rivolga anche agli adulti, ovvero alle famiglie e agli insegnanti. Questo sembra il significato corretto da dare al termine “educazione digitale”. Quanto detto assume una rilevanza anche da un punto di vista giuridico, come noto i genitori sono responsabili dell’educazione che viene impartita ai propri figli, educazione che per come chiarito da costante giurisprudenza della Cassazione “non consiste solo nel fornire ai figli una serie di regole da seguire ma soprattutto nel controllare che gli stessi siano in grado di sviluppare una personalità equilibrata, rispettosa degli altri e delle regole che il vivere sociale impone”. Ne deriva che in materia di responsabilità genitoriale per attività di cyberbullismo del figlio la Cassazione, in diverse pronunce, ha affermato che: “la prova liberatoria per i genitori dovrà consistere nel dimostrare di avere impartito insegnamenti adeguati e sufficienti per relazionarsi con gli altri, anche con riferimento all’uso degli strumenti informatici”. Ad oggi questa prova risulta particolarmente onerosa per i genitori, i quali spesso non conoscono o conoscono poco il mondo digitale, i pericoli che esso cela e i comportamenti che i loro figli assumono quando si trovano on line. L’educazione ai tempi del web, quindi, è un concetto che riguarda indistintamente grandi e piccoli.

    Claudia Ambrosio

    Avvocato e Criminologa

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