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Il fenomeno del “sucidio sociale” tra gli adolescenti

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    Esistono molti modi per “morire”, per “sparire”, per nascondersi agli occhi del mondo e relegarsi in uno spazio privato dove nessuno può entrare e disturbare la quiete tanto faticosamente ricercata.

    Oggi, ad esempio, esiste un modo molto sui generis per esiliarsi volontariamente dal mondo esterno: questo modo ha il termine esotico di “suicidio sociale” o Hikikomori.

    Fino a qualche tempo fa il termine Hikikomori era sconosciuto ai più o al massimo si concepiva tale fenomeno come qualcosa di estraneo alla nostra realtà considerandolo appannaggio esclusivo del mondo orientale.

    Lo stesso termine, in effetti, deriva da una parola giapponese e significa letteralmente” isolarsi”, “stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti che per lunghi periodi decidono di ritirarsi dalla vita sociale, rinchiudendosi nella propria stanza senza aver nessun tipo di contatto con il mondo esterno.

    I primi casi italiani sono stati diagnosticati nel 2007, dapprima si trattava di casi sporadici e isolati, in seguito il fenomeno ha continuato a crescere.

    Oggi, in Italia, non sappiamo con precisione quanti siano i giovani Hikikomori, le stime parlano di 20/30mila casi, ma il dato potrebbe essere maggiore poiché il problema non emerge sempre all’esterno con conseguenti possibili casi non ancora segnalati.

    È un fenomeno che riguarda principalmente giovani tra i 14 e i 30 anni, prevalentemente di sesso maschile, anche se il numero delle ragazze che decidono di isolarsi, potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati a livello nazionale.

    Al centro di un vivace dibattito è il rapporto tra il fenomeno degli Hikikomori e i rischi legati alle dipendenze del web: ci si chiede, infatti, se il rapporto tra Hikikomori e web sia la causa o l’effetto del disturbo.

    Sul punto le opinioni prevalenti vanno in due direzioni completamente opposte: secondo alcuni, infatti, gli Hikikomori nascono per colpa della rete, che con le sue mille attrattive ha il potere di allontanare completamente dalla realtà, secondo altri, invece, il problema dell’isolamento volontario sarebbe da ricercarsi in altre cause e, di conseguenza, il web contribuirebbe solo ad aggravare un problema già comunque esistente.

    Secondo questa impostazione, i ragazzi sceglierebbero la via del “suicidio sociale” per complesse e svariate ragioni quali, ad esempio, la difficoltà a reggere il peso del confronto e della continua aspettativa che arriva dalla cultura contemporanea, ovvero, da ragioni di ordine patologico da valutarsi con l’aiuto di esperti professionisti.

    Il fenomeno è stato spesso associato all’internet addiction, tuttavia gli studi più recenti evidenziano che solo in una minoranza di casi è stato ravvisato anche questo tipo di dipendenza.

    Al momento, pertanto, è stata evidenziata solo una correlazione tra i comportamenti di “suicidio sociale” e alcuni sintomi dell’internet addiction, ma ancora non è stata dimostrata una diretta relazione causale tra i due fattori.

    L’unico dato certo sembra essere che gli Hikikomori hanno un rapporto molto stretto con la rete poiché essa rappresenta l’unica finestra che essi hanno sul mondo esterno.

    Una volta che ci si è reclusi in casa, dentro l’angusto spazio di una stanza, la rete rappresenta per questi ragazzi un posto bellissimo, dove andare, un luogo potenzialmente infinito e ricco di stimoli, in cui crearsi una vita virtuale diversa da quella reale.

    Il pc diventa l’unico interlocutore per gli Hikikomori, l’unico legame tra loro e il mondo esterno.

    L’Hikikomori trascorre, infatti, il suo tempo on line, tende a crearsi un profilo ben preciso, inizia a chattare in rete e spesso sceglie di comunicare con altri Hikikomori, in altre parole con altri ragazzi che condividono questa estrema condizione di vita.

    Gli esperti del fenomeno in esame tendono a rilevare come esso sia il prodotto di una serie di fattori socioculturali e comportamentali che può variare da persona a persona come: la morte di un familiare o un grave lutto, separazioni conflittuali, dinamiche disfunzionali tra genitori o tra genitori e figli, disturbi psichiatrici, ecc.

    Tra le cause sociali favorenti l’insorgere del fenomeno degli Hikikomori è spesso citato anche il bullismo.

    Sul punto, in particolare, è stato evidenziato come comportamenti vessatori perpetrati a danno della vittima dal gruppo dei pari, possono alimentare in essa la tendenza a isolarsi, sviluppando risentimento e diffidenza verso il mondo esterno.

    Il bullismo, però, secondo gli studi più recenti è solo una delle possibili cause scatenanti, infatti, il fenomeno ha una portata molto più vasta e può interessare anche adolescenti che non hanno mai subìto atti persecutori o vessatori da parte dei coetanei.

    Il fenomeno degli Hikikomori è sicuramente preoccupante e non deve essere sottovalutato da parte degli adulti.

    Innanzitutto è fondamentale conoscere il problema poiché il primo passo verso la possibile “cura” è l’individuazione della “malattia”, in seguito è opportuno tracciare possibili scenari di prevenzione.

    Al momento l’unica via resta la valorizzazione della responsabilità genitoriale, degli educatori e naturalmente della responsabilità sociale ma ancora più importante è essere sempre vigili sul comportamento degli adolescenti e sui possibili indicatori di disagio.

     

    Claudia Ambrosio- Avvocato e Criminologa

     

     

     

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