Le rubriche di Catanzaro Informa - "incriminis"

La giustizia riparativa nel contrasto alla violenza domestica

Secondo Martin Luther King “L’uomo deve elaborare per ogni conflitto umano un metodo che rifiuti la vendetta, l’aggressione, la ritorsione e il fondamento di un tale metodo è l’amore”.

Viene da chiedersi se tale metodo esista e probabilmente se possa valere per risolvere le principali piaghe che affliggono la nostra società come ad esempio nell’ambito della violenza domestica: perché, infatti,  nonostante la parvenza di una protezione quasi «sistemica», si può parlare di una cronica insoddisfazione del bisogno di giustizia espresso dalle donne che subiscono violenza all’interno delle relazioni affettive? Cosa manca alla completa tutela delle stesse?

Le vittime domandano al sistema penale di coniugare, da un lato, esigenze di protezione attraverso la rigida applicazione della sanzione e ed esigenze di giustizia tout court, dall’altro, che si sviluppano invece in una dimensione simbolica e pedagogica, legata alla necessità di ristabilire la verità e la responsabilità di quanto accaduto al fine di trasmettere un messaggio di ferma condanna della violenza.

Allo stato attuale, se l’applicazione di una pena può, al più, dare risposta alle esigenze di protezione delle vittime, non è invece in grado di imprimere nel reo un monito profondo che ne favorisca la rieducazione, né di assicurare alla collettività, garanzie circa il contenimento del rischio di recidiva.

Tale insoddisfazione nei confronti del modello di giustizia tradizionale, unita al ruolo giocato dalla c.d. vittimologia nella riscoperta della figura della persona offesa all’interno delle dinamiche processuali, ha indotto gli operatori del settore ad interrogarsi sulla possibilità di fare ricorso ad un nuovo paradigma di giustizia: quello riparativo.

Non manca chi vede la soluzione al problema nell’affermarsi della c.d. giustizia riparativa: essa è definita come un modello alternativo di giustizia penale che, «coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo».

Il paradigma riparativo infatti, incoraggia “l’instaurazione di una dinamica dialogica fra i soggetti coinvolti dalla commissione del reato, restituendo loro quella centralità necessaria affinché tornino ad essere protagonisti della gestione del conflitto che ne è derivato”.

Molti gli esempi di interazione tra sistema penale e giustizia riparativa previsti nel nostro ordinamento giuridico: nell’ambito della giustizia minorile (il riferimento va agli articoli 9, 27 e 28 del D.P.R. 448/1988 che consentono alla mediazione di svolgere un ruolo importante in relazione agli istituti della tenuità del fatto e della sospensione del processo con messa alla prova), in relazione ai reati di competenza del giudice di pace, settore in cui sono stati introdotti l’obbligo per il giudice di promuovere la conciliazione fra le parti, la non procedibilità per particolare tenuità del fatto e l’estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie (artt. 29, co. 4, 34 e 35 d.lgs. n. 274/2000), nell’art. 162-ter c.p., introdotto dalla Riforma Orlando (l. n. 103/2017) e rubricato «Estinzione del reato per condotte riparatorie», in virtù del quale, per i reati procedibili a querela di parte soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, qualora l’imputato abbia interamente riparato, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, mediante restituzioni o risarcimento, il danno cagionato dal reato e ne abbia inoltre eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose, nella normativa sul cyberbullismo (l. n. 71/17), nell’ambito dell’ordinamento penitenziario, i connotati riparativi di cui si caratterizza l’affidamento in prova ai servizi sociali (art. 47 l. n. 354/1975), misura alternativa alla detenzione che prevede la possibilità per l’affidato di adoperarsi in favore della vittima del reato, realizzando una coincidenza di esigenze risocializzative e riparative.

La Legge del 28-4-2014, n. 67 ha introdotto l’ art. 168-bis c.p. – (Sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato) che testualmente recita: ”nei procedimenti per reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati dal comma 2 dell’articolo 550 del codice di procedura penale, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova”.

La messa alla prova comporta l’affidamento dell’imputato al servizio sociale, per lo svolgimento di un programma trattamentale che contiene prescrizioni comportamentali volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché, ove possibile, il risarcimento del danno dallo stesso cagionato.

Non mancano, peraltro, le opinioni di chi ne caldeggia l’estensione anche ai reati di stalking e maltrattamenti proprio in virtù della possibilità, prevista dall’art. 168-bis c.p., che il programma da svolgere durante l’affidamento dell’imputato al servizio sociale implichi l’osservanza di prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o con una struttura sanitaria, previsione particolarmente significativa se si considera l’importanza riconosciuta ai percorsi trattamentali per uomini violenti nell’ottica di un contrasto serio e radicale del fenomeno della violenza di genere.

Alla luce di tale quadro normativo deve osservarsi che, nonostante gli sforzi,  la strada da percorrere in ambito giuridico è appena all’inizio per la sua concreta attuazione, tale difficoltà emerge chiaramente sia nella cultura comune, sia tra le figure che a diverso titolo si occupano di famiglie in conflitto quali magistrati, avvocati, insegnanti e operatori sociali e sanitari.

Occorre, dunque, considerare con favore l’avvento di un modello di giustizia riparativa integrata che renda possibile attuare strategie differenti rispetto al consueto iter giudiziario laddove ciò sia ritenuto proficuo per la donna e concretamente positivo per il reo, naturalmente senza negare la possibilità di proseguire lungo i binari delle logiche processuali in caso contrario.

Tale modello ibrido di giustizia, lungi dall’implicare un «arretramento delle pretese» del paradigma sanzionatorio, costituisce piuttosto una soluzione di ragionevole compromesso che ne garantirebbe la piena operatività, in un’ottica di reciproca compenetrazione fra sistemi e di ricomposizione del ruolo della vittima e del carnefice.

Claudia Ambrosio- Avvocato e Criminologa