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Le rubriche di Catanzaro Informa - Incriminis

Il fenomeno del Killfie: scatti mortali e rischi dei social network

Di qualche giorno fa la notizia della ennesima tragica morte per soffocamento di una ragazzina di circa 10 anni, che aveva emulato un comportamento pericoloso visto sul web ovvero il “gioco” di soffocarsi denominato “blackout”.

Si tratta di una diabolica pratica che prevede di provocarsi un soffocamento, stringendosi forte il collo, per un tempo breve così da sperimentare la presunta sensazione di euforia provocata dal sangue e dall’ossigeno che ritorna ad affluire al cervello. Questa pratica è anche utilizzata in demenziali sfide e prove di forza o di “coraggio” diffuse attraverso alcuni noti social network.

Si tratta di un fenomeno di estrema pericolosità, come la cronaca ha dimostrato, poiché le conseguenze di questo gioco estremo possono essere molto gravi per la salute o anche fatali.

Questo evento, purtroppo non è rimasto isolato, infatti, solo qualche giorno dopo i giornali riportavano la notizia di un’altra morte assurda, quella di un ragazzino precipitato nel vuoto nello sconsiderato tentativo di farsi un “selfie estremo” ovvero una foto da caricare sul proprio profilo social, caratterizzata per le condizioni “estreme” in cui è realizzata.

Sono esempi di “selfie estremi”: foto realizzate sui binari, mentre si è alla guida, con animali feroci, oltre la “linea gialla” in metropolitana, ad altezze da capogiro, ecc.

Questa moda è approdata nel nostro Paese di recente, a causa dell’effetto virale di alcuni filmati diffusi dai social network, ma quanto ne sappiamo del fenomeno degli “scatti mortali” ovvero del c.d. “Killfie”?

Conoscere i pericoli del web è, come noto, l’unica arma di difesa di cui attualmente si dispone, eppure, esiste ancora molta impreparazione, soprattutto nel mondo degli adulti rispetto a questi fenomeni così diffusi e noti agli adolescenti e, a volte, anche ai minori.

La nuova moda che dilaga tra gli amanti dei selfie e dei social network risulta quella di immortalarsi in pose così estreme da essere pericolose per la propria vita, per il puro piacere di ottenere più commenti e like.

Come emerge dalle ricerche condotte dal 2014 ad oggi sono morte 49 persone a causa dei selfie, con un’età media che si attesta intorno ai 21 anni, ma il dato è in crescita.

Nella maggior parte dei casi le vittime sono persone di sesso maschile, nonostante siano le ragazze a realizzare più autoscatti, lasciandosi attrarre dalla smania di autoritrarsi in ogni singola e bizzarra posa; difatti: dei 49 decessi, ad oggi registrati, ben 36 sono ragazzi.

Questo troverebbe spiegazione: da un lato nel maggiore e tipicamente maschile sprezzo del pericolo che si manifesterebbe con la volontà di affermare la propria virilità a tutti costi, dall’altro in una forte predisposizione al narcisismo che si concretizzerebbe nella volontà di una sempre maggiore approvazione alle proprie attività e foto.

Le modalità più pericolose in cui ci si immortala attraverso selfie estremi sono varie e spaziano in diversi campi; nello specifico sono:

  • le “banali” distrazioni alla guida: ne è un esempio la ragazza iraniana la cui distrazione per guardare lo smartphone è stata fatale;
  • le più serie e preoccupanti cadute dall’alto, come dimostra il caso del genitore caduto in mare da 140 metri a Cabo da Roca in Portogallo o quello del turista tedesco precipitato da 40 metri a Machu Picchu;
  • fotografarsi mentre si è in attesa del treno: ben 8 dei 49 soggetti sono deceduti travolti dal treno sulle rotaie, dopo aver cercato di spostarsi all’ultimo momento utile;
  • fotografarsi in bilico su fili elettrici: alcuni individui sono rimasti folgorati dalla corrente elettrica che passa sui cavi,
  • fotografarsi sul ciglio delle autostrade o mentre si cerca di saltare sul cofano di un’auto in corsa.

Tuttavia la lista sembra continuare ad oltranza: sconvolgente il caso di chi, intento a ritrarsi mentre punta un’arma da fuoco alla testa, rimane vittima di questa pericolosa posa oppure la volontà di ritrarsi in compagnia di animali pericolosi come i tori durante la corrida oppure i leoni durante i safari.

Anche in questo caso la tragedia è stata inevitabile: un uomo, ad esempio, è stato infilzato a morte da un toro mentre stava per scattare il selfie, un altro è stato sbranato da un leone.

Alcune volte dietro il comportamento in esame sono stati registrati episodi di bullismo, in alcuni casi, infatti, le vittime sono costrette a tali “gesta” dal bullo oppure sono state sfidate o nominate in sfide virtuali demenziali; altre volte dietro il gesto folle si è registrata la significativa influenza di certi videogames ma comune a tutti i casi è la sottovalutazione del pericolo.

Da non sottovalutare poi la forza dello spirito di emulazione, cosa che accade soprattutto quando le “gesta” sono compiute da più o meno noti web influencer con migliaia di followers.

La realtà virtuale, infatti, così come rende più aggressivi, allo stesso modo porta a sottovalutare il pericolo, in altre parole ci si sente “smaterializzati” con conseguente percezione dell’Io reale invincibile come l’Io virtuale.

Il fenomeno è giuridicamente rilevante poiché tali comportamenti determinano che sempre più frequentemente si possa: sfiorare la tragedia (si pensi ai selfie fatti sui binari di una ferrovia, il che determina il rischio di strage); mettere a rischio la propria ed altrui incolumità (es. selfie alla guida che determinano un aumento degli incidenti stradali o dei casi di omicidio stradale) tuttavia il fenomeno non è oggetto di una normativa ad hoc.

Si potrebbe pensare di riferirsi ad ipotesi di diritto comparato (es. in molti paesi sono state istituite delle vere e proprie “no selfie zone” ovvero zone in cui è vietato scattare selfie come ad esempio in autostrada ovvero in prossimità delle ferrovie), in altri casi ci si trova difronte a vere e proprie ipotesi di reato come ad esempio l’istigazione al suicidio.

La via più efficace resta comunque quella della prevenzione legata alla divulgazione degli effetti nefasti del fenomeno in oggetto ovvero maggior controllo da parte dei gestori dei video che circolano in rete; far precedere le immagini da frasi che mettano in guardia sul contenuto nocivo o pericoloso delle stesse invitando a non replicare quanto si vedrà o, ancora, attraverso la rimozione dei video più pericolosi che possono creare allarmanti effetti emulativi.

I problemi legati ad internet hanno dimostrato, ancora una volta, come sia fortemente pericoloso mettere nelle mani dell’umanità uno strumento così potente senza prima educare quest’ultima al corretto esercizio di esso inoltre l’aver familiarizzato con gli strumenti digitali sin dalla più tenera età (da qui la definizione di “nativi digitali”) ha abbassato quella soglia di attenzione rispetto alle nuove tecnologie, che, al contrario, sembrava essere implicita per le generazioni precedenti.

Il considerare il computer parte della famiglia, l’affidare a esso buona parte delle proprie emozioni e del proprio tempo libero ha forse portato questa generazione a essere meno cauta nella valutazione del pericolo?

La scarsa preparazione dei genitori sui pericoli del web, la più diffusa ignoranza da parte degli adulti rispetto a fenomeni di cui non si sa nemmeno il nome, poi, ha di certo giocato un ruolo di primaria importanza nel sottovalutare la pericolosità che si cela in rete.

La presenza degli adulti nel mondo digitale, inoltre, non è sempre incoraggiante, basti visionare alcuni profili per rendersi conto che voglia di visibilità e manie di protagonismo non sono appannaggio esclusivo del mondo giovanile.

Si sente spesso dire che il web è una conquista ed è soprattutto una forma di massima libertà, tuttavia non bisogna dimenticare che la libertà è, in primis, una conquista, ma non può essere scevra da limiti che nascono dal rispetto dell’uomo, del suo onore, della sua dignità e dei suoi diritti inviolabili (art. 2 Cost.) tuttavia il rispetto più importante è quello per sé stessi.

Avv. Claudia Ambrosio – Criminologa