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Le rubriche di Catanzaro Informa - Incriminis

Donne e web: violenza di genere nella rete

Perché donne e web? Quale relazione corre tra violenza di genere e pericoli della rete?

Si sente ormai quotidianamente parlare di violenza di genere ma quanto ne sappiamo della violenza di genere perpetrata a mezzo internet?

Sono davanti agli occhi di tutti il femminicidio, le botte, la violenza e i tristemente noti fenomeni di lesione, di aggressione, di deturpazione, ma non tutti i tipi di violenza vengono alla luce con la stessa evidenza e soprattutto non tutti sono conosciuti e capiti agli occhi dei più.

Se, infatti, tutti abbiamo imparato a vedere la violenza diretta, palese e manifesta, non altrettanto chiara è la violenza indiretta, quella c.d. di tipo psicologico, quella fatta di svilimento, di maldicenza, di persecuzione, di morte al pari della violenza fisica o diretta.

Eppure la violenza di genere perpetrata attraverso i canali del web, attraverso, ad esempio le piattaforme social o via mail o attraverso le applicazioni di messagistica istantanea è sempre più diffusa e pericolosa, soprattutto per la donna.

Perché di violenza indiretta si muore, come ci hanno insegnato le note vicende giudiziarie di Carolina Picchio, prima vittima italiana di cyberbullismo e Tiziana Cantona, prima vittima italiana di revenge porn.

Ed allora corollario di questa premessa è la scelta di focalizzare l’indagine sulla violenza di genere perpetrata sul web ovvero su tutta una gamma di situazioni note o meno conosciute in cui la mattanza delle donne si misura a colpi di insulti, minacce, lesioni dell’anima: lesioni mortali al pari di quelle del corpo.

Ne deriva che il web è il teatro ideale per la mattanza di donne, per una serie di motivi: lo schermo abbassa l’empatia e rallenta i freni inibitori, si è più crudeli a causa della scissione fra l’Io reale e l’Io virtuale, si può nascondere la propria identità, si pensa più facilmente di farla franca e di ferire la vittima impunemente, oppure non ci si rende pienamente conto della portata lesiva del proprio agito.

Non si dimentichi, infatti, che in principio si ritenevano i pericoli del web meno gravi rispetto ai pericoli reali e questo poiché in un primo momento la società non era capace di cogliere i segnali della violenza indiretta, i lividi invisibili che essa lascia nell’animo di chi la subisce.

Oggi al contrario vi è una maggiore consapevolezza sul fatto che le conseguenze dei pericoli on line siano più gravi e letali per le vittime, perché ci si è resi conto, grazie anche al contribuito della criminologia ed in particolare della vittimologia, che il web ha una violenza espansiva ed illimitata, che il web non ha confini spaziali e temporali e di conseguenza dal web è più difficile scappare e proteggersi.

Ed ecco perché il legislatore oggi ha inteso intervenire più energicamente rispetto al passato per disciplinare alcuni tra i fenomeni del web più diffusi come il cyberbullismo e il pornrevenge: il primo trattato con legge 71/17, il secondo con legge 69/19.

Ma quali sono i pericoli più diffusi? E per tutti è prevista una normativa ad hoc?

Tra i principali pericoli, che possono riguardare maggiormente le donne, possiamo ricordare a titolo di esempio fenomeni come il sexting, ovvero lo scambio on line di foto a contenuto sessualmente esplicito, i c.d. “stupri di gruppo sui social”, le truffe amorose in rete, i ricatti on line ovvero le sexetortion, il cyberbullismo in rosa, gli haters, il bodyshaming e naturalmente la porno -vendetta ovvero il fenomeno del porn-renenge.

Per alcuni di questi comportamenti è prevista una specifica previsione normativa per altri ancora no, tuttavia, anche quando la risposta normativa sia presente e mirata questo non deve far abbassare la guardia poiché la vittima soffre in ogni caso specie se donna e la risposta riparativa da parte della legge arriva comunque sempre a danno fatto.

Perché, infatti, il web può rappresentare un posto più pericoloso per la donna?

Questo è un problema in primis culturale poiché la donna vittima del web è spesso e volentieri vittima anche della società a causa di una doppia morale che punisce più duramente la donna che l’uomo attraverso un giudizio morale stereotipato ed ancestrale.

Questo fenomeno in criminologia si definisce victim blaming o vittimizzazione secondaria ovvero il non credere alla vittima che si sente tradita da chi, ovvero la società e gli apparti preposti alla tutela, dovrebbe proteggerla, capirla, tutelarla ed invece si sente responsabile e si colpevolizza per l’accaduto.

Recenti sondaggi sul punto indicano che il 51% delle donne vittime del web pensa a gesti insani, soffre, si vergogna, si sente lei stessa carnefice e non vittima e soprattutto non si sente protetta e capita dalla collettività che percepisce come giudicante e responsabilizzante per l’accaduto.

Viene ad esempio da chiedersi perché oggi la donna può essere ricattabile dal porno vendicatore, perché può essere vittima di sexting? in fondo la parità anche sessuale dovrebbe essere un concetto ormai acquisito e scontato nella nostra “moderna” società, eppure la donna è ricattabile e criticabile perché quest’ultima è giudicata in primis dalla società come “poco di buono o facile”, e per questo punita anche se è lei ad essere la vera vittima.

Il tribunale morale è più spietato di quello civile o penale, ma vi è di più, il primo giudicherà la donna come responsabile, mentre i secondi la tuteleranno come vittima, ma purtroppo, troppe volte, il secondo giudizio arriva quando la donna ha già eseguito da sola la sentenza di condanna del primo, una sentenza che magari non avrà più possibilità di appello!

Ecco perché, soprattutto in questo ambito, la legge da sola non basta e non può tutto ma occorre energicamente investire sulla prevenzione, sull’educazione ai sentimenti, sul ruolo di superare stereotipi ed una cultura misogina ed anacronistica.

Ultima considerazione è quella del ruolo degli adulti sul web che da educatori diventano soggetti da educare, come affrontato anche in un precedente articolo della rubrica dedicato a questo tema, poiché essi stessi, in più circostanze, non sanno dare un buon esempio sul web alle nuove generazioni poiché o non conoscono i pericoli che esso cela oppure loro stessi hanno contribuito ad alimentare manie di protagonismo, modi di esprimersi in maniera violenta (si pensi ai casi di cronaca delle chat classe) ovvero hanno la pericolosa abitudine di postare le foto dei loro figli anche se minori sui social network, contribuendo ad alimentare esempi non corretti e certamente poco “educanti”.

La prevenzione, la cultura e la rete scuola famiglia unitamente ad una efficace tutela sono, ad oggi, la ricetta per salvare la mattanza delle donne sul web e prevenire il dilagare di una forma di violenza letale e pericolosa al pari di quella che quotidianamente si consuma fuori dalla rete.

Avv. Claudia Ambrosio- Criminologa