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Quel “mostro” di mamma

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    A cura di Dott.ssa Claudia Ambrosio -Criminologa

    Una delle prime cose che si insegna in un corso di Criminologia è che non esistono “mostri” da abbattere ma solo uomini da curare.

    La visione del mostro da repellere è lontana dalla moderna visione non solo sociologica ma anche criminologica dell’uomo che compie azioni mostruose; mostruosa è, infatti, l’azione non l’agente.

    Questo è un concetto granitico, moderno, umano ma certo, non sempre facile da comprendere, anche per gli addetti ai lavori.

    Anche per il professionista abituato a scavare nei recessi più oscuri dell’animo umano non è semplice abituarsi al male, perché il male si può studiare, si può analizzare, si può prevenire ma non sempre si può accettare, ne deriva che la complessità sta proprio nell’accettare perché quando si accetta qualcosa in parte si è anche pronti a capire ma in realtà non tutto il male è comprensibile.

    Recentemente, ad esempio, è apparsa incomprensibile la morte di stenti di una bambina di neanche due anni ed ancora più incomprensibile è apparsa la dinamica che ha condotto a tale morte: l’abbandono da parte della mamma.

    Non è il primo caso di madre assassina: quasi quotidianamente purtroppo si succedono notizie di cronaca che vedono protagoniste madri assassine; ancora attuale nella mente il caso della piccola uccisa a coltellate dalla madre dopo aver inscenato un finto rapimento.

    Madri che uccidono per vendetta, per “punire” il compagno adultero o semplicemente perché si è vittime di una separazione che non si accetta, madri che rivendicano un ancestrale “diritto di vita e di morte” sulla prole che sentono come un mero prolungamento del proprio essere.

    Ed allora eccoci a cercare le ragioni, si richiama la mitologia e si rievoca il mito di Medea, la principessa barbara che tradì il suo popolo per lo straniero Giasone il quale le diede dei figli salvo poi lasciarla per un nuovo amore, una nuova avventura, un nuovo desiderio di libertà.

    Da lì Medea escogita il più crudele e nello stesso tempo coerente disegno di vendetta: punire Giasone uccidendo i loro figli, eliminando ciò che insieme avevano generato, uccidere i figli per dimostrare il potere di condannare per sempre il reo marito ad una vita di sofferenza e privazione.

    Dinamica, quella su descritta, alla base del modus operandi di vari casi di madri assassine, tuttavia non valevole nel caso recente della bimba morta di stenti.

    La dinamica di figlicidio, in situazioni similari a quella recentemente ribaltata agli “orrori” della cronaca, va ricercata nella natura psicopatologica di un rapporto indesiderato, non correttamente instaurato e magari rimosso.

    Spesso, si aggiunge anche il senso di inadeguatezza, la paura di non essere all’altezza nello svolgere il ruolo di madre unito ad una profonda solitudine che impedisce di chiedere aiuto e che anzi porta a mascherare dietro una parvenza di normalità.

    In casi come questo, appare, dunque, l’abbandono e non la vendetta il movente principale o per meglio dire la voglia di ritornare ad uno status quo ante, ad un momento precedente alla nascita delle responsabilità, del dovere, della genitorialità.

    In casi analoghi non c’è solo violenza, c’è negazione dell’esistenza dell’altro essere umano, la bambina non c’è, non esiste, “la rimuovo dalla mia e quindi dalla sua vita”.

    Il reo non odia semplicemente non vede la vittima, e come nel reato di omissione di soccorso uccide non attraverso un’agito ma attraverso un non fare: non accudire, non curare, non vedere, non salvare, non amare.

    L’analisi del non agito, il non fare, ha sempre suscitato nella letteratura di settore più interrogativi dell’agito, anche se violento: è più crudele uccidere o lasciar morire?

    Certo è che l’agito dona un protagonismo alla vittima che è almeno al centro dell’atto criminoso ma il non fare non attribuisce neanche tale dignità alla persona offesa.

    Il non fare è lasciar morire la vittima da sola, quasi come se così facendo non ci prendesse neanche la responsabilità della privazione della vita di quest’ultima.

    Non fare è negare l’esistenza stessa della vittima, volerla eliminare con l’illusione di non volersi sporcare neanche le mani.

    Ma vi è di più non fare è negare la stessa vita della vittima: “non faccio perché non c’è, non esiste, non merita neanche la mia attenzione”.

    Non devo accudire chi non c’è, quindi chi in fondo è già morto.

    Per la società quando una madre uccide è un “mostro” ma allora cosa è quando nega l’esistenza della sua stessa prole?

    Certo si è detto che non esistono mostri da abbattere ma solo uomini da curare ed allora il fallimento di tutta la società è il non avere curato quel “mostro” di madre e soprattutto non aver visto quella bimba invisibile.

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