Le rubriche di Catanzaro Informa - La materia grigia

L’invidia

Più informazioni su


     

    Parliamo proprio di uno di quelli che comunemente si chiamano “vizi capitali”, cioè l’invidia ( dal quale sono dispensati pochissimi esseri umani). Invidia, madre di tutte le contraddizioni. E di tutte le psicopatologie.

    Contraddizione: l’invidioso pensa al bene ed invece ne ricava il male, pensa con il suo comportamento di ottenere ricchezza ed invece piomba sempre più profondamente in una pratica antieconomica che prima o poi lo porterà a diventare povero, proprio perché il suo motto è: “voglio arrivare in alto dove sei tu”, ma poi nella realtà pratica la sua bandiera si trasforma in “voglio tirarti in basso dove sono io”. L’invidia è odio, è la base, se non lo zoccolo duro di tutte le psicopatologie. Perché se ti invidio, inevitabilmente voglio il tuo male; e se voglio il tuo male, inevitabilmente voglio il “mio” male. Questo discorso avviene a livello inconscio, tuttavia l’invidioso non lo ammetterà mai, ma il suo inconscio lavora in questo modo. E prima o dopo gli presenterà il conto. Perché? Perché l’invidioso è prima di tutto un impotente che non riuscirà mai a tirare nella sua cloaca l’altro che è “più” di lui. La domanda è se l’invidia, fonte di odio e di distruzione per l’altro e per il soggetto stesso (dunque antieconomicità), possa avere una risoluzione in quella parola nobile e nello stesso tempo tanto bella e tanto fragile nella nostra lingua: amore. Ovvero se l’amore sia la cura della invidia e se, dall’altra parte, l’invidia sia la bestia più pericolosa nella gamma nei nostri sentimenti, che oppone questioni all’amore e di esso ne possa divenire la tomba. L’invidia e l’odio hanno assunto una forma così dissimulata e, dunque, alla vista dell’altro così contraddittoria, che non sempre è facile individuarle: l’invidia è tanto contraddittoria quanto subdola. Talmente subdola che sta alla base di tutti gli altri peccati capitali. L’avarizia può cominciare dall’invidia, sicuramente è presente nella lussuria e nella gola (l’invidioso non ama affatto chi ha una buona vita sessuale o mangia bene!); costituisce una parte dell’ira, anche se cova sotto la cenere, occulta. Superbia e invidia infine sono inscindibili (un orgoglio ferito conduce all’invidia tanto quanto un rancore segue ad una sconfitta). L’invidia ancora si rifà al pensiero di “ingiustizia subita”: quando nella nostra vita ci troviamo di fronte ad un grave pericolo o ad una profonda tristezza, ci viene ovvia la domanda: “Perché io?”.

    Il pensiero di “ingiustizia subita” è un pensiero che indebolisce le nostre risorse e impoverisce le nostre capacità di reazione e di riabilitazione e in questo modo diventa terreno fertile per l’invidia. Si sposta il pensiero sulla “fortuna” altrui e in questo modo, proprio perché si invidia l’altro, si perde la propria forza.
    Seminato ancora più fertile per l’invidia è l’onnipotenza che il soggetto invidioso pretende di avere e, dunque, la sua inabilità a sopportare la “superiorità” altrui. Secondo Melanie Klein, il concetto di invidia si impernia sulla ricerca del seno materno da parte del figlio, seno del quale egli desidera una specie di proprietà, di esclusiva “mutatis mutandis”, poi possesso perenne. Il bambino non vuole rivali. Nel suo libro “Invidia e Gratitudine” la Klein afferma che “…la persona veramente invidiosa è insaziabile, non potrà mai essere soddisfatta, poiché la sua invidia scaturisce da dentro e pertanto trova sempre un oggetto su cui focalizzarsi”. Il bambino è perfino invidioso del seno che lo soddisfa. In pratica non è ancora capace di “amare” in quanto non ha pensiero né ragione dell’altro che con il proprio apporto, lo porta fuori dal suo bisogno ( in questo senso la fame stessa), lo calma nella sua brama. L’invidia è contraddittoria e nello stesso tempo indebolente, in quanto non ammette il conflitto e la sconfitta, proprio perchè pratica una continua e logorante subdola lotta contro l’altro. L’altro può essere non solo una singola persona ma anche una istituzione, un gruppo, una classe sociale, etc. In questo senso aveva già modo di scrivere Schopenhauer, che era colpito dal fatto che l’invidia femminile fosse rivolta “ad personam” ovvero verso un singolo soggetto, mentre quella maschile è più incontrollata e demenziale e poteva… sparare su tutto e su tutti, è più “sociale”, pubblica e maggiormente costruita sulla fantasia e sulla sopravvalutazione del sé rispetto al gruppo.

    Anzitutto letteralmente che cosa si intende per invidia? Nella nostra lingua il significato del termine comunemente riposa nel rammarico e nel risentimento che si prova “guardando di sbieco” (dal latino “invidere”), per la felicità, il benessere, il successo altrui, sia che ci si consideri ingiustamente esclusi (“Perché io?”) da tali beni, sia che, già possedendoli, se ne pretenda il godimento esclusivo. L’effetto dell’invidia non è un proprio desiderio da realizzare, quanto piuttosto che gli altri non lo realizzino, ovvero togliere all’altro qualcosa di pregiato che “possiede”. E’ la morte del valore della alterità. Tuttavia non trascuriamo il sentimento di odio che è “humus” di tutto ciò. Questo odio è determinato proprio dal senso di ingiustizia e di impotenza a trascenderla che l’invidioso prova.
    Molto spesso l’invidia non è rivolta alle “cose” (anche non materiali) che l’altro possiede, ma al “potere” dell’altro di averle. L’invidia verso la potenza (produttiva di amore) che l’altro possiede. Come se l’altro avesse una infinità di frecce al proprio arco e l’invidioso nemmeno una. Si invidia l’essere e non l’avere. Il superamento dell’egoismo è in verità l’annientamento della processualità invidiosa, che invece tende a legittimare come “giusta” la propria brama. Proprio secondo H. Schoeck l’invidia nasce dalla disuguaglianza che emergerebbe dal confronto; su questa tesi, che si trova per certi versi in alcune posizioni di Freud, si fa l’esempio delle società primitive, nelle quali si viveva nel terrore dell’emergere di qualcuno e nello stesso terrore che a emergere sugli altri sia il proprio io. Insomma l’invidioso non vuole fare giustizia ma solo fortuna, non vuole uguaglianza ma solo privilegio per se stesso. E vuole operare questo attraverso un “lavoro” “ad personam”, oppure generalizzato rivolto contro l’altro che può assumere caratteristiche universali: in parole povere, l’uomo sereno della strada (“Io ce l’ho con il mondo intero”). L’invidia a questo punto è paragonata ad una paura vera e propria: “si invidia qualcosa o qualcuno – scrive H. Schoeck – come si teme qualcosa o qualcuno”. E diventa ancora più chiaro l’odio viscerale che sottende l’invidia, cioè il piacere di arrecare danno, senza che chi compie l’azione ne ricavi alcun vantaggio (e qui ancora la antieconomicità dell’invidia).

    Lo psichiatra I.D. Suttie insiste nel dire che la gelosia sessuale va considerata, anche se camuffata, se non addirittura a volte rimossa, la sorgente principale dell’invidia, anche se questo vizio ne risulta compresso. Il tema è chiaro: l’invidia è sinonimo di conflitto, conflitto rivolto in particolar modo agli oggetti viciniori. In altre parole non si invidia il miliardario con le case al mare o in montagna ma la classica erba del vicino di casa che è sempre più verde della propria. Alcuni sociologi tenderebbero, d’altra parte, a distinguere il concetto di invidia da quello di conflitto, ritenendo il primo più attivo e pubblico e il secondo più segreto e indimostrabile. Se lo psichiatra Suttie pone la questione dell’invidia sul piano sessuale, il filosofo G. Simmel ne vede l’origine nella situazione, potremmo dire noi, edipica, cioè nella invidia per il padre, reale o fantasmatico, di fronte al quale il soggetto invidioso si sentirebbe perennemente impotente. Simmel crea poi una interessante distinzione tra gelosia e invidia. “Nella sua direzione e nelle sue sfumature più profonde – scrive – la gelosia si distingue appunto per il fatto che il ‘possesso’ ci è negato perché si trova nelle mani dell’altro, nonché per il fatto che se questi ne venisse privato, toccherebbe immediatamente a noi; mentre l’animo dell’invidioso è attratto piuttosto dal possesso, quello del geloso guarda al possessore. Si può essere invidiosi della fama di qualcuno, pur non avendo la minima pretesa alla fama; si è invece gelosi della fama di un altro quando si pensa di meritarla alla pari e più dell’altro (si vede come torna la questione della ‘ingiustizia subita’). L’amarezza e il cruccio del geloso poggiano su una certa finzione, ingiustificata, anzi insensata, secondo la quale l’altro gli avrebbe sottratto la fama”. Sempre di mancanza e di impotenza di tratta , sia nel geloso che nell’invidioso, che tentano di integrare la mancanza con loro private creazioni e con pensieri fantasiosi di raggiungimento dell’oggetto invidiato. Ma c’è di più: l’invidioso può essere disposto anche a danneggiare se stesso – o almeno a sottoporsi a spese e costi inutili – pur di arrecare molestia alla persona invidiata. Perché, soprattutto a livello di società, di gruppo, l’invidioso è inevitabilmente un guastafeste, un potenziale sabotatore e sedizioso, un incontentabile perché aspira ad una utopia che poi diventa follia: vuole che tutti gli individui siano almeno “uguali”, condizione che è proprio il contrario della giustizia retributiva che invece regge sia la salute del soggetto sia quella della società..

    Sempre presso gli antichi greci invece, l’antica concezione di una potenza divina che impersona il principio dell’invidia ricorre molto spesso in collegamento con la parola “nemesis”. In Omero questo termine significa soltanto ‘sdegno, riprovazione per ciò che è sconveniente’. Soltanto molto più tardi compare una dea Nemesis, che viene considerata tutrice della giusta misura (nessuno deve avere troppo o troppo poco) e nel contempo nemica dichiarata della troppa fortuna. L’amore per l’altro, il darsi all’altro è l’unica cura per l’invidia. Cura che è assunzione della responsabilità per se stessi e per gli altri. Se l’invidia è una forma di dipendenza e di impotenza, l’amore è la forma della potenza e della libertà. L’invidia è frutto di una “ferita narcisistica” che ci ha colpiti non tanto nel nostro “io” ma nell’”ideale dell’io” (ovvero, forse, nel nostro pensiero e non nella nostra realtà). Forse non in quello che siamo realmente ma in quello che vorremmo essere. Per questo l’invidia brucia: il suo obiettivo è inavvicinabile, sfugge in continuazione. L’amore invece è pensiero del presente, della possibilità di avere soddisfazione qui e ora. Il pensiero che la vita sia gratis suggerisce che, in quanto tale, vada vissuta ma, più ancora, ci dice come la vita stessa sia il senso della misura in cui gli eventi ci siano stati riservati e come noi, se vogliamo, possiamo farcene autori.

     

    Dr.ssa Laura Iozzo
    Medico Chirurgo
    Specialista in Psichiatria e Psicoterapia
    329-6628784

    Più informazioni su