Le rubriche di Catanzaro Informa - La materia grigia

Il raptus: la voce del mostro

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    Notizie di cronaca hanno riportato, con accentuata frequenza, fatti di sangue nella forma di incomprensibili omicidi, singoli o multipli o di omicidi-suicidi commessi da soggetti talvolta anche in trattamento psichiatrico. La messa in rilievo di quest’ultima condizione ha due possibilità di lettura. Per la prima, si può ammettere che nonostante una terapia psichiatrica adeguata, gestita da un professionista o da una equipe di esperti, la struttura bio-psicologica del paziente é sfuggita di controllo, con seguito infausto. “Del cervello sappiamo ancora troppo poco” diventa la consueta giustificazione fatalistica post factum. Per la seconda lettura, la terapia era sicuramente inadeguata, perché era tale anche la diagnosi. Resta da vedere se fosse stato possibile fare diversamente, pur pensando che, nella maggioranza dei casi, sarebbe stato molto difficile. L’uso degli psicofarmaci, identificati popolarmente solo come “sedativi”, spesso è scarsamente modulato e basato sul prevalente sintomo psichico riportato. In soggetti decisi a non far capire la loro situazione si può sottovalutare lo stato di disagio o la condizione cosiddetta “borderline”, al limite della psicosi e non centrare, quindi, la scelta della combinazione terapeutica più efficace; ammesso che ce ne sia una. Non sempre però il futuro omicida ha avuto contatti con strutture psichiatriche, anzi, spesso i vicini si meravigliano a posteriori di come un individuo così perbene e tranquillo abbia potuto commettere un atto tanto nefando. Se poi la cosa capita, come sta talvolta avvenendo, in esponenti delle forze dell’ordine o della vigilanza in generale, alla meraviglia si aggiunge una certa preoccupazione per i filtri imprecisi dei criteri di arruolamento e per la insufficiente attenzione all’equilibrio mentale dei singoli nel corso degli anni.

    Tre sono i tipi di delitto che interessano questa disamina: 1. l’omicidio di una persona, di solito un familiare e il suicidio; 2. l’omicidio multiplo, di familiari o di estranei con o senza relativo suicidio; 3. il raptus vero e proprio. Del primo, un sottotipo può avere una spiegazione razionale compassionevole che talvolta lo giustifica in qualche modo, anche se non lo approva, mentre il secondo e il terzo tipo sfuggono quasi sempre ad ogni logica usuale. Alla base di tutti e tre c’è un meccanismo unico, la perdita di controllo della mobilità del pensiero, condizione che è necessaria ma sempre non sufficiente. Tale quadro è frequente nei disturbi depressivi in cui il pensare diventa incontrollabile, è presente una continua rimurginazione che riduce le capacità di concentrazione e di controllo. Si parla di raptus quando una persona commette un gesto, solitamente delittuoso, che non sembra possa rappresentarne le intenzioni. Quindi indica una temporanea incapacità di auto-coordinarsi. Quando si agisce in preda a un raptus possono essere commesse azioni irreparabili. Anche in una accezione più larga di quella prevista dalla giurisprudenza italiana, il raptus non può avere elementi di premeditazione. Un’arma del delitto, come avviene nella maggioranza dei casi, deve essere reperita sul posto dall’omicida o deve essere qualcosa che abitualmente costui porta con sé (un coltello, in certe popolazioni, potrebbe essere anche l’arma di un raptus). Se l’atto delittuoso fosse avvenuto per strangolamento, il raptus ci potrebbe stare.Per soffocamento la cosa é già più dubbia perché richiede, in qualche modo, una preparazione che mal si accorda con una “tempesta” neuropsicopatologica a corto-circuito. Nell’uccisione a pugni, non infrequente, non c’é premeditazione. Se ci si limita agli aspetti neurochimici dell’omicida – ma questa non vuole essere una giustificazione – il raptus sembra un meccanismo di difesa tramite increzione adrenergica e cortisolica. La difesa è’ diretta verso l’interno dell’omicida stesso. Di fronte ad uno stress che è massivo perché tale, o relativamente massivo, perché la soglia di tolleranza dello stress, dell’omicida era più bassa, il rischio del collasso imminente e forse fatale, da iper-reazione vagale e parasimpaticotonica può essere contrastato solo con una risposta simpaticotonica che rialzi la pressione anche solo temporaneamente. Dei tre noti meccanismi di reazione allo stress – fuga, attacco e impotenza conativa – l’attacco e’ quello adeguato allo scopo. Nel cervello dell’attore del raptus, omicida o solo massacrante, sembra avvenire un’altra modificazione che riguarda l’acetilcolina, inibita centralmente e aumentata in periferia. Di qui gli aspetti confusionali ancora visibili post factum e l’accresciuta forza muscolare che giustifica la spaventosa violenza del raptus. Al di fuori del raptus vero e proprio, in tutti gli altri casi c’è sempre anche una premeditazione sia pur di tipo prevalentemente emotivo.

    Del raptus fanno parte gli omicidi-suicidi. Quattro sono i sottotipi di omicidio o omicidio-suicidio più frequenti sotto questa specificazione. Soppressione del presunto, o talvolta vero, persecutore seguita eventualmente dal suicidio.

    1. Soppressione dei famigliari, seguita da suicidio, spesso come conseguenza di un delirio di rovina, su base depressiva in senso lato.
    2. Soppressione del coniuge, o di un figlio, o di altro familiare gravemente ammalato, o in fase terminale, seguito da suicidio.
    3. Soppressione dell’altro, cui già si era legati in un rapporto amoroso senza futuro, o che, ora ex fidanzato, ha voluto sciogliere il legame di coppia. Può essere seguito da suicidio, specie nelle coppie di amanti con legame extraconiugale

    Per i primi tre di questi quattro sottotipi non sono compatibili tutte le caratteristiche del raptus, essendo eventi spesso lungamente meditati, sia pur per il tramite un pensiero distorto. Solo il momento dell’esecuzione omicidiaria può rassomigliare ad un raptus, ma la premeditazione ne esclude la specificazione. Il quarto tipo può anche essere originato, ma non sempre, da un raptus che si innesta su una personalità fragile e abbandonica. Il suicidio, pur non necessario nel primo, nel terzo e nel quarto tipo, in essi é in qualche modo una specie di omaggio alla legge: mi giudico colpevole, mi condanno e mi punisco con la pena capitale. La variante non suicidiaria sembra confermare questo rapporto con la legge, con l’omicida che avverte telefonicamente polizia o carabinieri e li aspetta sul luogo del delitto o che va subito in caserma a costituirsi. Nel primo sottotipo è sottintesa una reazione biologica da stress. Nel secondo sottotipo il suicidio è coerente con un delirio di rovina che presuppone un destino negativo incombente su tutta la famiglia, omicida compreso. Terzo sottotipo è il più “razionale” e quindi il più comprensibile, anche nell’ottica del male minore e chiaramente implica la perdita di ogni speranza, perfino religiosa. Il quarto sottotipo è spesso il più incomprensibile, stante la differenza abissale tra motivazione e fatto. Spesso i giovani omicidi sembrano ignorare o non accettare che le cose possono finire o cambiare, ciò  indica, in quest’ambito, una capacità critica del tutto immatura. Omicidi “incomprensibili” e raptus trovano maggiori possibilità di spiegazione se alla usuali linee interpretative della psicologia e della psichiatria forense si aggiungono gli apporti della neuropsicopatologia e della neurochimica nell’ambito delle reazioni di stress, del pensiero intrusivo e della inversione di dominanza emisferica, specie emotiva.

    Concludendo, come sempre l’uomo appare il risultato di un disequilibrio tra animalesco e  razionale, tra volontà e  neurochimica, un oscillare continuo nell’affermazione di una superiorità tanto agognata ma che poi fallisce nella più naturale e biologica aggressività. Possiamo dunque fidarci veramente di noi stessi? Chi non avesse visto il film Un giorno di ordinaria follia….cerchi la risposta nel finale!

     

    Dr.ssa Laura Iozzo Medico Chirurgo
    Specialista in Psichiatria e Psicoterapia
    Cell: 329/6628784

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