Le rubriche di Catanzaro Informa - La materia grigia

Disposofobia: sepolti vivi

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    Chi conosce la storia dei fratelli statunitensi Homer e Langley Collyer (morti entrambe sepolti in casa da una serie infinita di oggetti), può intuire con largo anticipo di cosa tratta il testo “Tengo tutto. Perché non si riesce a buttare via niente” (edizioni Erickson, 2012) di Randy O. Frost e Gail Steketee, clinici tra i massimi esperti in “disposofobia” (accumulo compulsivo) nota anche come “sindrome dei fratelli Collyer”. Una sorta di collezionismo avido, disordinato e maniacale, un legame malato con gli oggetti che pone la persona in lotta quotidiana contro l’irrefrenabile tentazione di conservare qualsiasi cosa, “senza queste cose non sono nulla” dichiara un paziente disposofobico.
    Questo termine indica una malattia resa recentemente famosa dal programma “Sepolti in casa”.
    Si esprime attraverso la tendenza ad accumulare oggetti in modo ossessivo. L’accaparrarsi cose diventa non solo un’ossessione, ma anche una vera e propria compulsione, ovvero qualcosa che si deve fare senza che il farla basti mai. Le compulsioni non trovano appagamento perchè in realtà la cosa che viene fatta continuamente per stare meglio, non coincide con l’effettivo problema che resta quindi presente ed inappagato. L’accaparramento compulsivo provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire.
    Non è chiaro se l’accumulo compulsivo sia un disturbo isolato o piuttosto un sintomo di un’altra condizione, come il disturbo ossessivo-compulsivo. L’accumulare beni non necessari è anche noto come sillogomania. Non è chiaro se l’accumulo compulsivo sia una condizione a sè stante, o piuttosto un sintomo di altre condizioni correlate. Diversi studi hanno riportato una correlazione tra accumulo e la presenza e/o gravità del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). L’accumulo compulsivo non sembra implicare gli stessi meccanismi neurologici delle più comuni forme di disturbo ossessivo-compulsivo e non risponde agli stessi farmaci (che hanno come obiettivo la serotonina). Il comportamento di accumulo è anche correlato con il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (OCPD). Ci potrebbe essere una sovrapposizione con una condizione conosciuta come disturbo del controllo degli impulsi (ICD), in particolare quando l’accumulo compulsivo è collegato ad acquisto compulsivo o comportamento di acquisto. Comunque, alcune persone con comportamento di accumulo compulsivo non mostrano altri segni di quanto è solitamente considerato DOC, OCPD or ICD.

    Coloro a cui è stato diagnosticato il Disturbo da deficit di attenzione e iperattività (DDAI)
    spesso hanno tendenze di accumulo. Nelle sue forme peggiori, l’accumulo compulsivo può causare incendi, condizioni di scarsa igiene (ad esempio, infestazioni di topi o scarafaggi[4]), lesioni inciampando nel disordine e altri rischi per la salute e la sicurezza.
    IL primo studio sistematico sul fenomeno dell’accumulo compulsivo è stato pubblicato nel 1993 nella rivista “Behaviour Research and Therapy”. Sebbene se ne incontrino descrizioni a partire dal quattordicesimo secolo, la patologia non è mai stata visibile come adesso nelle società occidentali, piene di “così tante cose da poter possedere e così tanti modi di venderle ai consumatori”. Il possesso diviene il senso di identità dell’individuo ma attenzione, spiegano gli autori che c’è una distinzione da fare, sebbene il materialismo costituisce una parte della sindrome di accumulo, ci sono differenze tra materialisti e disposofobici, per i primi gli averi sono segni esteriori di successo, per i secondi gli oggetti diventano un bisogno ma anche una vergogna da nascondere alla vista altrui. I disposofobici tendono a isolarsi e a creare un’identità non pubblica, ma privata.   

    Gli accaparratori (hoarders) possono erroneamente credere che gli oggetti accumulati siano molto preziosi, oppure possono sapere che gli oggetti accumulati sono inutili, o possono dare un forte valore personale ad oggetti di cui riconoscono il poco o nessun valore che hanno per altre persone. Un hoarder del primo tipo può, ad esempio, esibire una collezione di posate sostenendo che le posate siano d’argento e madreperla, trascurando il fatto che sulla confezione vi sia scritto chiaramente che sono in acciaio e plastica. Un hoarder del secondo tipo può avere un frigorifero pieno di cibo avanzato scaduto da mesi, ma in alcuni casi resisterebbe con veemenza a ogni .tentativo da parte dei familiari di buttarlo via. In altri casi lo hoarder riconosce la necessità di ripulire il frigorifero, ma non riesce a farlo, in parte perché sente che non ne vale la pena, e in parte perché sopraffatto dalle simili condizioni in cui si trova il resto dei suoi spazi vitali.

    Molti casi non sono minacciosi per la vita dei soggetti che possono permettersi spazi per accumulare e aiuti nella gestione dei cumuli, tuttavia sempre più, sono le persone che dichiarano di sentirsi oppresse e depresse per gli effetti esercitati sulla loro vita da questo disturbo che crea sofferenza, pregiudica la capacità di svolgere normali attività e compromette il rapporto anche con i familiari conviventi. Una patologia spesso tenuta segreta perché chi ne è affetto tende a vergognarsi. Siamo legati ai nostri oggetti e ne conserviamo alcuni come ricordi, ma dove è il confine tra normalità e disturbo e quali sono le terapie e i trattamenti più efficaci? “Avere tutti questi beni ha provocato uno spostamento del nostro comportamento – dichiarano gli autori – dall’interazione umana, all’interazione con questi oggetti inanimati”. Maria Rita Parsi, docente di Psicologia Generale 2 all’Università telematica Uniecampus e fondatrice della SIPA (Scuola Italiana di Psicoanimazione), lo definisce un «impulso dell’accumulo che non permette di selezionare e porta, con l’andare del tempo, alla perdita del controllo”, precisando che “è un comportamento tipico delle persone insicure, soggetti svuotati che non sanno scegliere. In generale, e questo vale per tutti, si cresce con le rinunce, mentre queste sono persone che non sanno dare priorità alle cose, a partire dagli oggetti». Le radici del meccanismo insomma, sia nella sua forma lieve che in quelle patologiche, sono sempre di fattura psichica, come dire che la questione dello spazio, in realtà, altro non sarebbe che il riflesso di un problema dell’anima. A questo proposito Nicole Bianchi, esperta in dinamiche relazionali, dalle pagine di “Psychologies Magazine” spiega che “il dolore nel buttare via qualcosa che si vorrebbe tenere anche se inutile è tendenzialmente duplice: si soffre sia per il distacco in sé, sia perché si vedono gli oggetti come estensione del proprio io, delle proprie emozioni”.

     

    Dr.ssa Laura Iozzo Medico Chirurgo
    Specialista in Psichiatria e Psicoterapia
    lauraiozzo@virgilio.it
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