Le rubriche di Catanzaro Informa - La Materia Grigia

Il desiderio e l’angoscia

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    Dalla recente esperienza clinica sembra che il mondo dei giovani adulti sia in preda ad una invadente e destabilizzante sentimento di angoscia che annienta e devasta qualsiasi capacità critica e decisionale.  Intensi sono i sentimenti di derealizzazione, fenomeni dissociativi che destabilizzano l’integrità e la solidità di un chiaro falso sé che , ai primi contatti con la realtà, realtà spesso non aderente al desiderio profondo del soggetto , si sgretola in sintomatologie che sfiorano la dispercezione psicotica.

    Ecco che ansia, panico, angoscia invadono la vita di molti giovani che , se pur perfettamente funzionanti nella sfera socio-relazionale e di studio-lavoro, compromettono e sfaldano lentamente il loro contatto con il mondo esterno fino ad un obbligato ritiro evitante dal mondo reale.      
    Quanto descritto avviene di consueto poiché siamo abituati a ritenere l’angoscia come uno stato spiacevole tout court, da cui tentare di prendere le distanze, data la sua forte tonalità negativa. Quando siamo angosciati infatti ci sentiamo preda di una sensazione particolarmente penosa, una sorta di spossessamento da noi stessi che ci priva della consueta lucidità con cui ci muoviamo nel mondo.            
    In gioco, si muove invece sempre il rapporto che si intrattiene con il nostro desiderio e con quello dell’altro. Così capita che ci si angoscia perché ci si sente schiacciati da un eccesso di aspettative provenienti dall’Altro, verso le quali siamo magari stati fin troppo compiacenti.   
    In questo caso l’angoscia irrompe come un evento di rottura, che sembra indicarci la necessità di prendere le distanze dalla presa asfissiante dell’altro per recuperare la nostra soggettività, i nostri desideri, la nostra vita.            
    Può anche succedere il contrario, possiamo angosciarci proprio quando abbordiamo il nostro vero desiderio, soprattutto se l’abbiamo sfuggito a lungo, se non gli abbiamo dato retta preferendo strade più comode e rassicuranti. 
    Ma se nel vano tentativo di questi pazienti si affaccia la speranza di potersi riappropriale del desiderio, del proprio desiderio, attraverso un percorso di cura, che permetta finalmente l’incontro con il vero sé, quello che spesso non combacia con quello narcisisticamente costruito dal desiderio-bisogno delle fagocitanti figure genitoriali, la volontà imponente della madre o del padre pronti a riallacciare il proprio figlio ad un senso di frustrazione e fallimento, ne distrugge ogni speranza.
    E così, i genitori invadono ed attaccano l’analista, cercando di imporre il controllo sulla terapia e, dunque, sulla vita dei propri figli, perché desiderare è desiderare altro, è definirsi individuo autonomo, Io autonomo. E’ il modo di dire “Io” e quindi altro da te, crescere, diventare adulti.
    Non posso quindi che concludere ponendo una domanda che Lacan afferma vigorosamente:
     “Ho io agito seguendo il mio desiderio?”.

     

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