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Record per Armonie d’arte: il ritorno di Pat Metheny

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    Quella sensazione di magia con la quale si intende la connessione tra cielo e terra, si è ripetuta all’interno del parco Scolacium con il ritorno di Pat Metheny per Armonie d’arte festival.

    L’ideatrice, Chiara Giordano, già era riuscita a realizzare il desiderio di molti portando il chitarrista originario del Kansas con il suo mitico “group” in una passata edizione del festival,con accanto sul palco, il co-fondatore e storico tastierista del gruppo Lyle Mays, autore anche di tante musiche del loro repertorio. Una sintonia perciò difficile da replicare, iniziata nel 1976, ma che il pianista britannico Gwilym Simcock, ha saputo perfettamente ereditare e sostenere offrendo una percezione assolutamente ben amalgamata con la storia della musica di Metheny. Quarantatre anni di sperimentazione e di fusione dei suoni e ritmi jazz con altre modalità più elettroniche, un sorriso da adolescente ed immancabile una maglietta a strisce (negli anni ha cambiato solo il colore da blu marinaro ad un celeste-grigio) Pat Metheny  ha ripercorso alcuni brani del suo vasto patrimonio musicale attraversando i decenni e le ispirazioni al suo sound inimitabile.

    Ha esordito imbracciando da solo la sua “pikasso guitar” , un gioiello strumentistico a 42 corde che si è fatto costruire nel 1984, flirtando a turno, poi, con la contrabbassista australiana Linda May Han Oh ed Antonio Sánchez, uno dei batteristi simbolo del jazz odierno, cambiando chitarra di volta in volta.

    Il momento, però, davvero da brivido è stato quando, acclamato a conclusione di concerto, Pat è rientrato regalando al pubblico un sapiente aggancio musicale, totalmente acustico, a temi diversi da lui scritti  come “Minuano six eight” e “Last train home” di regola suonati con la sua Danelectro Coral guitar ma soprattutto nell’intonazione “unplugged” di “This is not America”  ed in quegli attimi è sembrato di riascoltare la voce di David Bowie.

     

     

     

     

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