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Giovani ricordi di una catanzarese nostalgica

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    C’era una volta, Corso Mazzini, via principale di Catanzaro. Chi voleva incontrare qualcuno, bastava facesse quattro passi e, quasi sicuramente, o nella salita o nella discesa, l’incrociava.

    Negli anni Settanta – Ottanta, durante la mattinata, il Corso era animato dagli impiegati, o dai fuori sede, affaccendati a disbrigare pratiche nei vari uffici; li si riconosceva dalle borse di pelle, cariche di documenti. Alle 13,30 il traffico si intensificava per l’uscita della scuola. Poi tutti a casa per il sacrosanto pranzo, abitudine molto radicata nel sud dell’Italia.

    Dalle 14,30 e fino alle 17,00, il corso diventava semideserto. Si animava nuovamente quando, dopo il riposino pomeridiano, il catanzarese amava di nuovo andar sul corso, a volte con la moglie ingioiellata sotto braccio o semplicemente solo per far quattro passi a incontrar gli amici.

    Verso le 18,00, il corso diventava come via del corso di Roma. Urtavi con le persone se non stavi attento. Sembrava che tutti si fossero dati appuntamento, non potevi far più di due passi che già ti dovevi fermare a salutare l’amico, il conoscente, l’assessore, e così via. In questo modo  trascorrevano circa due ore, senza alcun bisogno di altra compagnia. Verso le ore 20,00 improvvisamente il corso diventava semivuoto. Le persone all’epoca amavano ritirarsi a casa per la cena e il telegiornale, carosello e la programmazione televisiva Rai. Non c’era internet, né Sky, ecc.

    Potremmo dire che la vita cittadina si svolgeva per la maggior parte sul corso Mazzini, come se ad  ognuno scandisse  il tempo e le faccende da sbrigare.

    Il corso era anche luogo degli appuntamenti dei giovani innamorati o punto di incontro per fare nuove conoscenze. A quei tempi facebook non esisteva, e per intessere relazioni dovevi metterti a “cercarle”; ma era certamente più romantico: occhieggiarsi da una parte all’altra del corso con cupido sempre pronto a lanciare le sue frecce. 

    Bisogna dire, comunque, che l’aspetto del Corso nel corso anni aveva già subito delle profonde trasformazioni, in particolar modo verso la fine degli anni Sessanta.

    Lo scempio, infatti, avvenne quando a qualche politico venne la bella idea di modernizzare la città, facendo abbattere alcuni tra i più bei palazzi ottocenteschi. Forse qualcuno ancora ricorda che il Corso, all’altezza della chiesa dell’Immacolata, era molto stretto, e che in tale punto circolava il tram. Ebbene, per far circolare i pullman dell’AMAC, si pensò di allargarlo e si perdettero una serie di palazzi.  

    Fu un vero assalto a ciò che oggi noi chiamiamo beni culturali. Venne abbattuto il teatro, denominato “Piccolo S. Carlo”, oggi sede delle Poste Centrali, e un palazzo ottocentesco, dove oggi c’è largo Serravalle. A loro posto sorsero costruzioni nuove, che oggi, percorrendo il Corso, si possono notare.

    Altre devastazioni furono commesse ancora prima. Sparirono le antiche mura medioevali che circondavano la nostra bella città, che, allora andava da Porta di mare, con la bellissima scalinata di scesa gradoni, fino al Castello Aragonese. Fù in quegli anni che in nome del progresso e dell’avvento della circolazione a quattro ruote vennero sacrificati importanti quartieri caratteristici.

    Negli anni Sessanta, – per chi vi ha vissuto – la città eretta su tre colli con il bel castello Aragonese era uno spettacolo di bellezza e vivacità. Una vivacità che si respirava percorrendo i vicoletti stretti tutti lastricati di san pietrini; in ogni angolo vi era una bottega piccola ma caratteristica. Esistevano allora  artigiani e mestieri, ormai scomparsi per sempre. Le abitazioni erano semplici, modeste, ma accoglienti. In ogni casa c’erano tanti bambini che giocavano nei vicoli, mettendo allegria; davano tanta gioia, erano bambini che possedevano dei sogni, perché non possedevano molto ma desideravano tanto.

    Pensando a quei tempi, che poi non sono molto lontani, mi verrebbe voglia di fermare il tempo per poter ritrovare quell’atmosfera che la rendeva bella e familiare.

    Raccontare oggi cosa è diventata questa città mi mette una grande tristezza, di rado ormai mi capita di andar sul corso, ma sempre la stessa sensazione mi invade: la nostalgia di ciò che era e non è più.

    Potresti obbiettare: “Ma per il progresso bisogna pur aver dovuto pagare un prezzo!”. Ma mi vien da rispondere: “Perché?”.

    Non avremmo potuto dare corso al nuovo senza per forza distruggere il vecchio? Forse se avessimo saputo salvaguardarlo, oggi ci troveremmo un patrimonio storico di tutto rispetto, da poter offrire ai visitatori, come hanno fatto alcune cittadine che, avendo lasciato integro il centro storico, si ritrovano un bel turismo. La città avrebbe avuto sicuramente una vocazione turistica, e non di uffici pubblici, che oggi sembrano non dare più alla città il benessere.

    Fa stare male attraversare Corso Mazzini, vedere una sfilza di serrande abbassate, negozi quasi deserti – quei pochi che stanno sopravvivendo – e si dice in gran parte per colpa della crisi. Di sera, in particolar modo, si ha la sensazione di non essere nella propria città, perché i volti che incontri non sono più familiari, ma di gente immigrata, che vive ormai nei piccoli quartieri storici, dove un tempo ci eravamo cresciuti noi catanzaresi. Allora mi chiedo: “Dove sono andati a finire i giovani della mia generazione ormai cinquantenni? E i loro figli dove sono?”. Sembra che questa città sia stata abbandonata, pur essendo molto amata. Paga il prezzo del cambiamento che non ha saputo mettere nel conto le sue radici .

     

                                                                                                                                   Anna Talarico

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