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L’attesa dell’esito di un tampone e il prezzo dell’onestà e della rettitudine

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    “Occorrono tre patologie per essere dichiarati a rischio” queste le parole del medico competente quando prima dell’inizio della scuola ho richiesto la visita. La scuola ha il solo compito di prendere atto di una positività e consigliare l’isolamento fiduciario ai contatti con un positivo Covid. Il 24 hanno aperto le scuole: igienizzanti, distanziamenti, presidi di sicurezza, ma se i ragazzi appena usciti si sono sentiti liberi di disattendere ogni regola e i genitori si sono visti impossibilitati ad insegnare il rispetto delle regole ai propri figli ( è questo il buon comportamento di un cittadino esemplare!) e se la gente pensa sia un gioco e indossa le mascherine a mala voglia e scorrettamente, come possiamo pretendere che le scuole siano sicure? La scuola è il capro espiatorio dei cattivi comportamenti e di una società che è incapace di educare, ci sono però compiti che spettano alla famiglia e solo ad essa. Io ho indossato la mascherina, mantenuto le distanze, arieggiato l’ambiente, usato ogni precauzione possibile per proteggermi sul posto di lavoro ( anche un microfono per facilitare l’ascolto) eppure, a riprova che il singolo non può fare nulla, sono stata contagiata sul posto di lavoro probabilmente dopo tre ore consecutive trascorse in una classe in cui, si è poi saputo, esserci 9 positivi! I miei sintomi si sono palesati pochi giorni dopo la chiusura delle scuole superiori, ho comunicato al mio medico curante che anche senza una certezza evidente, mi ha cominciato a curare secondo quanto il protocollo prevede essendo io già in isolamento fiduciario per la comunicazione di un “positivo” nella mia classe. E da qui è iniziata un’odissea: il medico di base avvisa l’ASP e richiede subito un tampone per paziente sintomatico che è stato a contatto con positivo; i sintomi diventano più pesanti e passa qualche giorno, per la visita domiciliare il medico di base contatta l’USCA; il medico di base sollecita l’intervento dell’ASP, ma ai numeri ufficiali non risponde nessuno; decido di comune accordo con il medico di base di sottopormi a tampone presso una struttura privata; ho i risultati : sono positiva! A parte lo sgomento e l’incredulità visto la prudenza mia e dei miei familiari, anche la solerzia di comunicare agli ultimi contatti, al medico ed alla scuola quanto risultato; tra sintomi, prudenza, e regole poco chiare si continua a sollecitare l’ASP perché anche mio marito e i miei figli vengano “tamponati”; nessuna risposta chiara, dopo tante telefonate, “è rimasta chiusa la mail” come se fosse normale si sente rispondere il medico di base “ per questo non risultava il nominativo del paziente nel data base” ; a questa candida risposta si sollecita l’ASP ulteriormente; mio marito intanto ha già fatto dichiarazione del suo contatto positivo al proprio datore di lavoro e si è messo in isolamento fiduciario. Ad oggi un tampone mi è stato fatto dopo 12 giorni dai primi sintomi (29 ottobre) per la pratica aperta da mio marito. Attendo ancora l’esito: i miei figli e mio marito, molto correttamente, vivono sequestrati in casa da giorni senza che chi di competenza si sia fatto sentire. Unico lato positivo gli amici veri che si vedono nel momento del bisogno! Quanto deve costare l’onestà, la rettitudine all’homo probo? Sarebbe meglio non attenersi alle regole, non pagare le tasse, fingere di non sapere e se le istituzioni non rispondono sentirsi nel diritto di agire? “Non tollit obligationem difficultas praestationis” le istituzioni anche se in difficoltà per l’emergenza devono rispondere al cittadino, chi assume un incarico ha il dovere di espletarlo con correttezza, non è uno stipendio a dare il prestigio, ma la responsabilità e la coscienza con cui si svolge!

    G.T.

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