Le rubriche di Catanzaro Informa - Riflessioni allo specchio

Apologia della gentilezza

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    Le brutture del mondo non ci fanno quasi più effetto: abbiamo sviluppato una sorta di assuefazione alle cattive notizie, tanto da cominciarle a considerare normalità. 

    Il pericolo per le coscienze che ne registrano le conseguenze, per il tessuto sociale che ne ingloba le piaghe e per l’informazione che le porta alla ribalta continuerà ad essere l’appiattimento.

    La catalogazione di un comportamento scorretto, si accompagna quasi sempre, alla ricerca di un capro espiatorio nella semplicistica sentenza da social network e mentre un ragazzo fa il bello e il cattivo tempo in un’aula scolastica fomentato e aiutato dai coetanei, firme più prestigiose della mia, urlano alla disuguaglianza sociale che invece pare puzzare di classismo.

    Il popolo si indigna di fronte ad un docente che non reagisce, a genitori che non educano e mille e più concause ambientali fanno da scudo ad un adolescente allo sbando.

    Si tratta della scuola che non funziona? Sono i genitori a non saper che pesci prendere? Quel professore doveva o non doveva reagire per dimostrare autorevolezza col rischio di trovarsi nella peggiore delle ipotesi le ossa rotte da figli e genitori insieme e nella migliore un procedimento a suo carico?

     C’è una reale differenza rispetto all’assimilazione delle regole del saper vivere, tra un ragazzo che frequenta un istituto tecnico a Samarcanda e un liceale di Narnia? 

     Più possibile è che, come Attila, il marcio sia divenuto diserbante per l’erba dell’umano sentire, si sia fatto penna nelle mani di governanti che con il loro contratto vogliono far rumore, ergendosi a paladini dell’ordine contro lo sperpero, mentre dietro le quinte alimentano la strumentalizzazione di vite umane.

    Si, perché quello che uccide la gentilezza nelle arene politiche, sociali, economiche è la dimenticanza.

    Si dimentica la politica, che la vita è una, per tutti di eguale peso, non svendibile, disprezzabile.

     Dimentica che l’accoglienza è un valore. La regolamentazione un dovere.

    In questa sottilissima linea di confine (sarebbe meglio dire di frontiera in una guerra perenne ed incessante?)  si muove la gentilezza.

    Gentilezza di terra e mare, di Aquarius e campi rom, che non sta nella netta demarcazione “porti apertiporti chiusi-porta sbarrataporta spalancata, né nel lassismo buonista.

    La gentilezza come auspicio civile è quella che mette al centro, l’empatico intervento della coscienza, soppesando poi, soltanto poi, le logiche e dovute misure di contenimento.

    Gentilezza che non è la retorica del “una volta gli immigrati eravamo noi” o l’utopica soluzione “aiutiamoli a casa loro” specie se, la loro di casa è martoriata da fame e bombe.

    Non è il cieco pietismo che non considera il tasso di criminalità, la crisi economica, la necessità di identificazione e di equa ripartizione di responsabilità tra i vari paesi del mondo.

    Gentilezza è rieducazione all’alterità: tra i banchi di scuola, tra le mura domestiche, nei cavilli burocratici internazionali.

    In una prospettiva di assertività che si inclina spesso agli estremi dell’aggressività e della passività, il baricentro dovrebbe tornare ad essere la gentilezza.

    Consapevolezza che il postulato di ogni forma risolutiva, missione riformatrice, informatrice, formatrice debba necessariamente radicarsi nella parola e nell’azione che manifestano comprensione dell’altrui posizione.

    Solo recuperando la dimensione umana che considera i bisogni dell’altro come equiparabili ai propri, perciò li rispetta senza scordarsi di sé, potremmo pensare di progredire verso una giustizia sociale, che con questi presupposti pare piuttosto ingiustizia civile.

    Roberta Cricelli

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