Le rubriche di Catanzaro Informa - Riflessioni allo specchio

Tracy Chapman e la nostalgia di un ardore perduto

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    Se penso di non aver avvertito sulla pelle neppure lo strascico del boom economico, del ’68, delle macro trasformazioni degli anni ’80, un po’ di rimpianto lo ho.

    E non perché non abbia fiducia nella generazione a cui appartengo, che ha molto più da offrire di quanto si preferisca raccontare, ma perché alla mia sensibilità verso la vita che si muove, sembra mancare un pezzo.

    ““Hai una macchina veloce, è veloce abbastanza per volare via? Devi prendere una decisione…andarcene questa notte o vivere e morire in questo modo”

    Parlando di rivoluzione”

    Così cantava un’afroamericana dal timbro cristallino, mettendo in musica la disperazione, la speranza, la voglia di rivalsa, di un popolo, un’epoca, forse dell’intera umanità.

    Di quello slancio emotivo che si fonde all’istinto biologico della sopravvivenza, io ho nostalgia.

    Del non aver vissuto un sentimento comune, accolto anche dalla scuola cantautoriale italiana, ormai scaduto.

    Non solo perché la musica è stata e sarà sempre, il fotogramma più autentico di qualunque mutamento sociale ma soprattutto, per l’universalità di un linguaggio che le permette di permeare qualsiasi strato: testa e cuore non conoscono gerarchia se il messaggio tocca corde che hanno a che fare solo con l’intimità di ciascuno.

    Di quella necessità di parlare del cambiamento e operarlo ad un livello micro ancor prima che collettivo, dovrebbe ricominciare a nutrirsi il mondo.

    Della motivazione che animava i cantautori, i quali nella propria accezione nascondano già la ricchezza del saper trasferire ciò di cui sono nel contempo protagonisti e spettatori.

    Di un vento nuovo, un riff di chitarra che risvegli la voglia di parlare della vita e manipolarla mentre la si respira.

    Una melodia che non sia retorica da piazza ma urlo nei campi, preghiera introspettiva nelle chiese, festa musicale in uno stadio gremito.

    Una spinta interiore il cui seme sia la libertà, non come possibilità di far tutto il pensabile senza badare all’altrui esistenza ma libertà che sia, parafrasando una penna della nostra Italia, partecipazione. 

    Sussurrando all’orecchio di milioni di anime quanto sia importante curare, innaffiare, far germogliare la necessità imprescindibile di rivoluzione.

    Pretenderla, costruirla, nelle proprie piccole arene e poi nell’unica grande, quella del mondo.

    Noi cantautori dell’oggi per noi stessi ed il prossimo, con uno sguardo ai cantastorie di ieri.

    Se siete arrivati alla fine e vi è venuta voglia di ascoltare la discografia della Chapman o di riguardare la produzione di qualsiasi messaggero dell’arte, queste righe avranno portato a termine la loro missione.

     Avranno messo anche una sola goccia d’olio nell’ingranaggio del vostro spirito.

    Una sola goccia che è sempre meglio della ruggine

     

     

     

    “Quanto male o bene hai bisogno di ottenere?

    Quante perdite? Quanti rimpianti? Quale reazione a catena causerebbe l’effetto di

    farti guardare in giro;

    farti provare a spiegare;

    farti perdonare e dimenticare;

    farti cambiare”.

    (Tracy Chapman- Change)

     

     

    Roberta Cricelli

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