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LA QUOTA CHE FA PERDERE QUOTA

 

Trascorsa una settimana dalle elezioni Europeeamministrative ed appena un giorno dalla Festa della Repubblica Italiana sorge spontaneo un interrogativo, che odora di stasi più che di progresso. L’imposizione di un voto differenziato rispetto al genere può davvero essere la cifra di una democrazia libera dalla discriminazione? Nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza.

Questo prevedevano le modalità di voto andando, ben oltre la tutela della rappresentatività e sconfinando forse in una scelta già viziata dalla suddetta prescrizione. Votare per una donna o per un uomo in quanto tali e non ESCLUSIVAMENTE sulla base delle competenze politiche è probabilmente il peggior servizio che si possa offrire ad una società, il cui obiettivo sia garantire le pari opportunità. Le battaglie femministe secolari e moderne avrebbero dovuto condurre i due sessi a giocare le medesime partite con gli stessi strumenti, non a forme di pseudo-accesso alle più alte cariche legittimate da una percentuale.

Poter muoversi nell’arena politica, costituire e guidare liste elettorali, partiti politici, avere l’opportunità potenziale di ricoprire incarichi prestigiosi se meritati. Meritati non a seconda di un segno di matita tracciato per bilanciare i due piatti. Meritati in qualità di soggetto politico capace. Tre preferenze maschili o tre femminili, purché incarnino ciò in cui il cittadino crede. La vera uguaglianza è quella che per essere raggiunta non ha bisogno di espedienti ma solo di possibilità. Se la “regola” giunge poi, da chi crede di essersi messo dalla parte di una categoria da difendere, ancora più ostacoli saranno stati posti sulla strada della parità.

Le cosiddette categorie “svantaggiate” smetteranno di essere tali, se dopo aver ottenuto le chiavi della porticina, dalla quale hanno diritto ad entrare dimostreranno di saper costruire castelli la cui qualità sia pari o magari superiore, rispetto a quella di coloro che vi sono entrati e rimasti fin dalle origini. Allo stesso modo, chi non si dimostra capace di fare la differenza, non dovrebbe mantenere la propria posizione sol perché in ciascun settore occorre un certo numero di unicorni, fate madrine o mostri a due teste. La quota rosa è la peggior forma di discriminazione verso le donne, che fin dalla notte dei tempi vogliono guadagnarsi la propria fetta di mondo. La donna è valore aggiunto soltanto se, dopo aver avuto l’opportunità di mettere le mani nella stessa pasta di un uomo sa dimostralo. La parità non è un seggio rosa in più.

La parità è una realtà parlamentare in cui teste pensanti e valide cooperano. La parità non fa della tutela la giustificazione di una norma già fuorviante. La democrazia dovrebbe tutelare chi, dopo aver ottenuto il proprio ruolo per pura forma meritoria necessita di determinate condizioni per poterlo svolgere. La democrazia pura non avrebbe bisogno della quota rosa, che già marca una distinzione.

La democrazia pura offre chances, non scorciatoie. La democrazia non sa cosa sia la quota. La democrazia è educazione. L’educazione dovrebbe essere solo supportata dalla legislazione, non da essa coercitivamente plasmata.

Roberta Cricelli